Il Sinodo sulla sinodalità come resa al capitale predatorio: e se la benevolenza dei media nei riguardi di Bergoglio fosse il premio per l’omologazione?
di Fabio Vessillifero
Premessa: Questa è la mia personale lettura e interpretazione di alcune vicende contemporanee che hanno profondamente segnato e scosso la vita di fede della Chiesa e la sua percezione nell’opinione pubblica.
Come avevo già messo in evidenza precedentemente (qui), il confronto tra la trattazione mediatica riservata agli abusi nella Chiesa Cattolica e il trattamento riservato all’intricata rete di Jeffrey Epstein scoperchia una delle più vistose e scandalose asimmetrie dell’informazione contemporanea. Per tantissimi cattolici, il sentimento dominante di fronte a questo scenario è un misto di profondo sconcerto e dolorosa meraviglia. L’impatto mediatico e la furia inquisitoria si sono sviluppati soprattutto durante il pontificato di Benedetto XVI: una coincidenza tutt’altro che casuale, poiché Joseph Ratzinger incarnava e difendeva una visione del mondo e dell’uomo diametralmente opposta a quella del capitalismo predatorio e dell’individualismo radicale. Guarda caso, con le dimissioni di Benedetto XVI e l’elezione di Bergoglio, il fenomeno del martellamento mediatico si è lentamente e progressivamente assopito, lasciando spazio a un clima di benevolenza editoriale. Chi ha vissuto gli anni recenti del martellamento mediatico anti-ecclesiale conserva ancora la memoria di un bombardamento a reti unificate che pretendeva di dipingere quasi ogni singolo sacerdote come un potenziale criminale, a dispetto dei dati reali e delle statistiche ufficiali che collocavano la percentuale dei casi rilevati all’interno del clero a cifre assolutamente marginali (attorno allo 0,2%). Eppure, quella percentuale infinitesimalmente ridotta fu sufficiente a costruire un processo alle intenzioni globale contro la Chiesa. Oggi, di fronte a un caso di dimensioni reali colossali e internazionali come quello di Epstein — che tocca direttamente i vertici del potere politico, economico e finanziario globale —, gli stessi riflettori si spengono. Fa da cornice a questo teatro la beata ebetudine di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica: una massa priva della minima capacità di discernimento e di spirito critico, che si lascia sistematicamente abbindolare da una stampa di regime, prendendo per verità rivelata qualsiasi narrazione ad essa somministrata e dimenticando con sconcertante facilità le manipolazioni subite soltanto ieri.
La sproporzione mediatica: il bombardamento permanente contro la Chiesa e la gogna per Benedetto XVI
Per diverso tempo, la piaga dei reati contro i minori commessi all’interno del clero è stata trasformata dalla grande stampa internazionale in una campagna d’attacco permanente, pervasiva e senza quartiere. I principali network giornalistici occidentali non si sono limitati a riportare i fatti di cronaca o ad accompagnare il dovere della giustizia, ma hanno scientemente orchestrato un vero e proprio tribunale mediatico. Ogni singola inchiesta veniva amplificata fino a diventare un caso globale di prima pagina, alimentando per anni un clima di sospetto generalizzato volto a far percepire l’intero corpo sacerdotale come intrinsecamente corrotto.
Il punto apicale e più indicativo di questo impianto ideologico risiede nella violenta gogna riservata alla figura di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI. A un uomo di incontestabile integrità personale è stata arbitrariamente attribuita una sorta di responsabilità morale e oggettiva universale per qualsiasi falla istituzionale, ritardo amministrativo o condotta omissiva avvenuta nei decenni precedenti all’interno delle singole diocesi sparse per il mondo. Per sostenere questa narrazione colpevolista, i grandi media hanno deliberatamente ignorato e cancellato la realtà storica e documentale delle sue azioni. Ratzinger è stato in verità il primo, più coraggioso e incisivo riformatore nella lotta contro gli abusi nella Chiesa: fu lui, da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, a pretendere e ottenere il superamento delle resistenze curiali, sottraendo i processi alla competenza dei singoli vescovi locali per accentrarli a Roma e rompere le barriere dell’omertà; fu sempre lui, una volta salito al soglio pontificio, ad applicare con inflessibile rigore la linea della tolleranza zero, allontanando centinaia di sacerdoti colpevoli e incontrando personalmente le vittime per chiedere perdono a nome delle istituzioni.
Questa sistematica distorsione della verità storica dimostra chiaramente come l’obiettivo primario dei grandi gruppi editoriali non fosse la ricerca imparziale della verità penale né la genuina tutela delle vittime. Il vero scopo era politico e ideologico: abbattere il prestigio morale del Papato e della Chiesa cattolica. Colpire la principale istituzione depositaria di una visione antropologica, etica e spirituale fondata sull’ordine oggettivo e sulla legge naturale significava delegittimarne l’autorità pubblica, così da accelerare il processo di secolarizzazione e rimuovere un argine critico scomodo di fronte all’avanzare del pensiero unico.
La demolizione della morale cattolica in funzione del capitale predatorio
La campagna martellante sferrata contro la Chiesa sul tema degli abusi non mirava soltanto alla sua delegittimazione d’immagine, ma rispondeva a una precisa strategia di condizionamento culturale. Colpire il prestigio morale dell’istituzione ecclesiastica serviva a scardinarne la resistenza dottrinale, rendendola permeabile ed esposta al processo di assimilazione modernista.
Depotenziata la sua autorevolezza, la Chiesa è stata spinta a cedere progressivamente alle categorie del “politicamente corretto” e alle istanze della morale fluida. Questo processo di conformazione risulta del tutto funzionale agli interessi del capitale predatorio e delle grandi élite finanziarie: un’antropologia sradicata da qualsiasi ordine metafisico, priva di confini etici oggettivi e ridotta a mero desiderio individuale, trasforma l’essere umano nel consumatore perfetto, privo di difese morali di fronte alle logiche del mercato e del profitto.
La copertura mediatica di Bergoglio e il Sinodo come processo di allineamento all’agenda globalista
A conferma della natura prettamente ideologica della stampa di regime emerge la vistosa disparità con cui sono state trattate le vicende sotto il pontificato di Bergoglio. Mentre contro Benedetto XVI si è attivata una gogna permanente per colpe non sue, nei confronti di Bergoglio la cronaca mainstream ha mantenuto un atteggiamento di costante benevolenza e protezione, arrivando a sfiorare o silenziare del tutto casi di innegabile gravità e diretta gestione vaticana.
I casi sono documentati da inchieste e sentenze:
- Il caso Rupnik (su questo blog qui): La vicenda del gesuita Marko Rupnik, accusato di gravi abusi psicologici e sessuali su numerose religiose, ha visto la revoca della scomunica in tempi record e una gestione delle sanzioni canoniche segnata da pesanti opacità e benevolenze istituzionali.
- Il caso Zanchetta (su questo blog qui): Il vescovo argentino Gustavo Zanchetta, promosso a un incarico di rilievo in Curia a Roma nonostante le segnalazioni già pendenti, e successivamente condannato in via definitiva dalla giustizia argentina per abusi su seminaristi.
- Il caso McCarrick (su questo blog qui): Le ombre sulla catena di coperture che hanno permesso all’ex cardinale di Washington di esercitare per anni un potere d’influenza significativo anche in ambito diplomatico e vaticano.
Il motivo di questo trattamento mediatico di favore risiede nel ruolo che il pontificato di Bergoglio ha assunto nello scacchiere globale. Presentandosi come una guida perfettamente sintonizzata con le agende del “Capitale Inclusivo” e dei grandi forum finanziari (dalle partnership con i grandi colossi bancari alla convergenza con le multinazionali del globalismo), la figura di Bergoglio è risultata funzionale agli stessi centri di potere che controllano i media d’informazione. Non ci si deve forse chiedere se in questo medesimo disegno non si inserisca coerentemente anche l’impostazione del Sinodo sulla sinodalità? Non si rischia forse, attraverso la marcata tendenza a “parlamentarizzare” la Chiesa e a livellare la distinzione tra l’ordine sacro e il laicato — arrivando a equiparare il voto dei laici a quello dei vescovi —, di smantellare nei fatti la struttura gerarchica di istituzione divina per sostituirla con una governance democratica e fluida, del tutto omologata ai modelli procedurali delle organizzazioni sovranazionali? La stampa d’establishment ha dunque steso uno scudo protettivo attorno a questo corso, dimostrando ancora una volta che la severità dei media non dipende dalla gravità dei fatti, ma dall’allineamento ideologico del bersaglio all’ordine globale dominante.
Il caso Epstein: la narrazione anestetizzata e l’insabbiamento per affogamento
Dall’altro lato della medaglia, la vicenda legata a Jeffrey Epstein (su questo blog qui) descrive un sistema criminale aberrante, fatto di adescamento, traffico transnazionale e sfruttamento di minori, mimetizzato per anni nei più esclusivi salotti dell’élite politica, finanziaria, accademica e diplomatica dell’Occidente. Di fronte a crimini di una gravità sconvolgente, accertati dalle magistrature e documentati da faldoni giudiziari che chiamano in causa ex presidenti, esponenti di case reali, ministri, banchieri e miliardari, la reazione della grande stampa d’informazione si è rivelata clamorosamente anestetizzata, frammentaria e rinunciataria.
I meccanismi adottati dalla stampa di sistema per spegnere progressivamente i riflettori su questo scandalo si articolano attraverso strategie ben collaudate. In primo luogo, in assenza di un immediato rinvio a giudizio penale per le figure eccellenti citate nei registri di volo, nelle agende o nelle e-mail, la stampa applica improvvisamente un garante iper-formalista e felpato. Le frequentazioni prolungate con un pregiudicato già condannato per reati sessuali vengono derubricate a semplici leggerezze sociali, contatti d’affari o errori di valutazione privata, occultando completamente la devastante responsabilità etico-politica di chi ricopre cariche pubbliche ed è tenuto alla custodia del bene comune.
In secondo luogo, l’insabbiamento contemporaneo non avviene nascondendo i documenti, ma applicando la tattica del sovraccarico informativo. A fronte della desecretazione di milioni di pagine di faldoni da parte delle autorità statunitensi, le grandi redazioni hanno rinunciato a svolgere un’inchiesta d’approfondimento permanente e coordinata. La verità viene fatta scientemente affogare in una mole inestricabile di dati non catalogati, trasformando lo scandalo in un rumore di fondo fino a far smarrire il filo all’opinione pubblica. Quando il caso riemerge, viene trattato in modo puramente strumentale e fazioso: le singole testate utilizzano le rivelazioni come una clava politica temporanea contro l’avversario di turno, per poi riporre subito la vicenda nell’ombra non appena si rischia di contagiare ed esporre esponenti della propria fazione o del proprio sistema di riferimento.
La medesima matrice: la finanza che controlla i media protegge se stessa
La scandalosa contraddizione tra la ferocia moralizzatrice usata per anni contro la Chiesa e la timida cautela riservata ai potenti del caso Epstein trova la sua spiegazione profonda nella natura proprietaria e strutturale dell’informazione mainstream. I grandi colossi editoriali, i principali network televisivi e le piattaforme digitali appartengono in modo diretto o indiretto alle medesime concentrazioni finanziarie, alle grandi banche d’affari e ai centri di potere che orbitavano attorno alla rete di Epstein o che condividono con essa i medesimi salotti e interessi di classe.
Attaccare la Chiesa cattolica significava per la stampa di regime colpire un corpo sociale, morale e culturale esterno al sistema dominante, ridimensionandone la capacità di giudizio per sostituirla con la morale del consenso e del relativismo. Al contrario, condurre un’inchiesta implacabile e senza sconti sulla rete di Epstein e sui suoi clienti d’alto bordo significerebbe per i grandi gruppi mediatici colpire il proprio stesso ecosistema, le proprie fonti, i propri editori e l’intera classe dirigente trasversale che governa le democrazie occidentali.
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