terremoto (Immagine generata con IA tramite Grok Imagine di xAI)
terremoto (Immagine generata con IA tramite Grok Imagine di xAI)

 

 

di Daniele Trabucco

 

Ci sono domande davanti alle quali il pensiero, se vuole restare umano, dovrebbe avanzare con una specie di pudore, come chi entra in una casa dove si è appena pianto, perché il dolore innocente non è un tema tra gli altri, non è un argomento da sistemare dentro una dottrina, non è una difficoltà teorica che possa essere risolta con la precisione di un concetto. È, piuttosto, una ferita aperta nel cuore stesso dell’esistenza, una lacerazione che attraversa la filosofia, la teologia, la coscienza morale e che diventa quasi insostenibile quando assume il volto di un bambino che muore, di un giovane travolto sulla strada (penso al giovane sacerdote salesiano di Schio (Vicenza) e ad un animatore di 16 anni), di un operaio che non torna dal lavoro, di una creatura fragile colpita senza aver potuto neppure difendersi dalla vita.

In quei momenti, quando l’ordine del mondo sembra incrinarsi e la realtà appare più vasta, più oscura e più crudele della nostra capacità di comprenderla, la domanda non nasce come curiosità intellettuale, ma come grido. Non chiediamo soltanto perché accada il male, chiediamo perché accada a chi non aveva colpa, perché il dolore cada talvolta proprio là dove la vita sembrava più inerme, perché l’esistenza, che pure conosce la bellezza, la tenerezza, la promessa, possa improvvisamente rovesciarsi in una notte senza proporzione. Il problema del male, quando riguarda l’innocente, non ferisce soltanto la sensibilità, dal momento che investe l’idea stessa di giustizia, perché sembra insinuare una sproporzione originaria tra ciò che l’uomo patisce e ciò che l’uomo merita.

La filosofia, da sempre, ha cercato di abitare questa sproporzione, interrogandosi se il mondo sia governato da un ordine intelligibile, se la sofferenza sia il prezzo della libertà, se la finitezza comporti necessariamente vulnerabilità, se un universo reale possa essere pensato senza rischio, senza perdita, senza corpi esposti, senza eventi irreparabili. E, tuttavia, quanto più il pensiero si avvicina al dolore concreto, tanto più avverte che nessuna architettura concettuale riesce a contenere fino in fondo il pianto di chi resta. Si può, forse, dire che un mondo nel quale le creature esistono davvero deve essere un mondo nel quale esse non sono ombre, ma presenze finite e, quindi, toccabili, feribili, mortali. Si può, forse, comprendere che la libertà, perché non sia finzione, comporta la possibilità della colpa, della violenza, dell’ingiustizia. Si può anche intuire che le leggi della natura, proprio perché rendono possibile la stabilità della vita, non si interrompono a ogni nostro terrore, né si piegano continuamente per sottrarci alle conseguenze della materia, del tempo, dell’urto, del caso. Eppure, tutto questo, pur aprendo un sentiero del pensiero, non basta ancora a consolare una madre, né a rispondere al silenzio di una stanza svuotata.

Perché il dolore innocente non chiede soltanto una causa, chiede un senso e, forse, chiede ancora di più, chiede se vi sia qualcuno capace di custodire ciò che la storia sembra perdere, qualcuno presso cui nulla dell’amore sia disperso, qualcuno che non lasci l’ultima parola all’assurdo. La ragione può mostrare che non ogni male contraddice logicamente l’esistenza di Dio, ma la ragione, quando è onesta, sa anche che il cuore umano non domanda soltanto coerenza logica. Domanda presenza. Domanda prossimità. Domanda se, nel punto in cui la vita si spezza, il Mistero rimanga lontano come un principio immobile, oppure discenda dentro la frattura come una compagnia segreta.

Forse, è proprio qui che il Vangelo, più che offrire una spiegazione, consegna un’immagine. I discepoli sono sulla barca, il mare si agita, le onde salgono, la notte diventa minaccia e Cristo dorme. Poche scene evangeliche hanno una potenza così vertiginosa, perché in quel sonno si raccoglie una delle esperienze più dure dell’uomo religioso, l’impressione che Dio taccia proprio quando sarebbe necessario che parlasse, che Dio si nasconda proprio quando la paura diventa insopportabile, che Dio riposi mentre la creatura affonda. La domanda dei discepoli, “Signore, non ti importa che moriamo?” (Mc 4, 35-41), non è soltanto la paura di alcuni uomini in mezzo al mare, è la domanda di ogni creatura che, davanti all’innocente travolto, sente salire dal profondo una protesta che non riesce a diventare preghiera senza restare anche accusa.

“Non ti importa?” È forse questa la forma più nuda della nostra teodicea, più radicale di molti trattati, più vera di molte difese di Dio. Non ti importa del bambino che non crescerà? Non ti importa di chi è uscito di casa in un mattino qualunque e non è più tornato? Non ti importa di chi lavorava per vivere ed è morto nel luogo stesso della sua fatica? Non ti importa di chi non aveva forza, né voce, né colpa? La grandezza tremenda di questa domanda sta nel fatto che il Vangelo non la cancella. Non la considera empia. Non la corregge prima ancora che venga pronunciata. La lascia risuonare nella barca, cioè nel luogo stesso in cui gli uomini fanno esperienza della loro fragilità e, insieme, della presenza incomprensibile di Cristo.

Se Dio fosse soltanto l’idea suprema di un ordine razionale, il dolore innocente resterebbe probabilmente come una crepa intollerabile in quella costruzione. Se fosse soltanto il garante morale di una distribuzione perfetta di premi e castighi, ogni vittima innocente sarebbe una smentita quasi insopportabile. Ora, il Dio biblico non appare come il principio freddo di una simmetria cosmica, né come il contabile di una giustizia immediatamente leggibile. Egli si rivela, piuttosto, dentro una storia, cioè dentro un tempo in cui il senso non è posseduto tutto in anticipo, ma cercato, invocato, perduto e ritrovato, spesso attraverso notti nelle quali la promessa sembra contraddetta dai fatti.

È qui che il cristianesimo osa una parola inaudita, non perché renda il male comprensibile, bensì perché impedisce che il male sia pensato come un luogo estraneo a Dio. Nel cuore della fede cristiana non c’è un Dio che spiega il dolore restando immune dal dolore, ma un Dio che si lascia raggiungere dalla ferita della creatura. La croce, prima ancora di essere una risposta, è l’evento nel quale la domanda viene assunta. In Cristo non soffre un colpevole, soffre il Giusto. Non viene colpito chi ha meritato una pena, viene consegnato all’ingiustizia Colui nel quale la tradizione cristiana riconosce l’Innocente assoluto. Per questo, davanti alla croce, il dolore dei bambini, dei poveri, dei fragili, degli oppressi, degli uomini e delle donne travolti senza ragione apparente, non viene spiegato dall’esterno, ma misteriosamente raccolto dall’interno stesso di Dio.

La croce non dissolve lo scandalo e sarebbe quasi offensivo pretendere che lo facesse con facilità. Piuttosto lo trasfigura lentamente, perché mostra che Dio non sta dalla parte della forza che schiaccia, quanto dalla parte dell’innocente schiacciato. Non sta nel fragore della fatalità che travolge, ma nella carne ferita di chi viene travolto. Non sta nella necessità cieca che spezza, ma nell’amore che, pur spezzato, non cessa di amare. Se vi è una luce cristiana sul male, essa non somiglia alla chiarezza di una dimostrazione, bensì al chiarore fragile dell’alba dopo una notte lunghissima, quando le cose non sono ancora tutte comprensibili e, tuttavia, non sono più abbandonate al buio assoluto.

La domanda allora cambia lentamente forma. Non scompare, perché le domande nate dal dolore vero non scompaiono per decreto, ma si approfondisce. Non più soltanto: perché Dio permette questo? Anche: dov’è Dio mentre questo accade? E il Vangelo sembra rispondere non con un sistema, quanto con una presenza. Dio è nella barca, anche quando sembra dormire. Dio è nel grido, anche quando non risponde come vorremmo. Dio è nella croce, anche quando la croce appare come sconfitta. Dio è nel sepolcro, anche quando il sepolcro sembra il luogo definitivo della fine. E se la fede cristiana osa pronunciare la parola risurrezione, non lo fa per attenuare la serietà della morte, ma perché crede che l’amore di Dio sia più profondo del punto in cui la morte crede di chiudere ogni possibilità.

La risurrezione, infatti, non è una consolazione sentimentale posta accanto alla tragedia, come un fiore deposto per rendere meno duro il marmo. È la protesta definitiva di Dio contro l’idea che l’ingiustizia, la morte, il caso, la violenza, la malattia, l’assurdo possano possedere l’ultima parola sulla creatura. Essa non ci dice che il dolore fosse necessario, né che la morte di un innocente diventi accettabile perché un giorno sarà vinta. Ci dice piuttosto che nessuna lacrima è perduta dentro un nulla senza memoria, che nessuna vita breve è misurata soltanto dalla sua durata, che nessun amore interrotto è semplicemente cancellato dall’interruzione, perché ciò che è stato amato in Dio non precipita nel vuoto.

Questo non significa che il credente sappia più degli altri dinanzi alla tragedia. Talvolta, anzi, il credente soffre più acutamente, perché non vede nel male soltanto un fatto biologico o sociale, ma una ferita inferta alla creazione amata da Dio. La fede non anestetizza. Non rende impermeabili. Non sostituisce il lutto con una formula. La fede, nella sua forma più alta, permette di piangere senza consegnare il pianto al non senso, permette di protestare senza smettere di invocare, permette di non comprendere tutto senza concludere che tutto sia assurdo. Essa non elimina la notte, ma impedisce alla notte di diventare l’unica verità.

 

 

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