Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto dal vescovo Rob Mutsaert, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione automatica.
La storia della Chiesa cattolica è caratterizzata da periodi di fioritura e di declino, di santità e di peccato. Già nel Nuovo Testamento gli apostoli mettono in guardia contro le eresie, le divisioni e la debolezza umana all’interno della comunità dei fedeli. Eppure la Chiesa continuò a esistere, non perché i suoi membri fossero privi di peccato, ma perché Cristo l’aveva fondata e aveva promesso che le porte dell’inferno non avrebbero prevalso su di essa. È in questo contesto che va valutata anche la Riforma del XVI secolo.
Da una prospettiva cattolica, occorre riconoscere che Martin Lutero denunciò giustamente gli abusi all’interno della Chiesa. Il commercio delle indulgenze, il decadimento morale di alcuni ecclesiastici e l’abuso del potere ecclesiastico richiedevano giustamente una riforma. La stessa Chiesa cattolica lo ha riconosciuto in seguito e, durante il Concilio di Trento, ha attuato riforme di ampia portata. La questione, tuttavia, non è se la riforma fosse necessaria, ma come dovesse avvenire.
È qui che risiede l’errore fondamentale di Lutero. Egli vide giustamente i difetti delle persone all’interno della Chiesa, ma perse di vista il fatto che la Chiesa stessa è un’istituzione divina fondata da Cristo e necessariamente guidata da persone peccatrici. Nel corso dei secoli ci furono molti riformatori che combatterono gravi abusi senza separarsi dalla Chiesa. Santi come Francesco d’Assisi, Caterina da Siena, Teresa d’Ávila e Giovanni della Croce hanno operato per un rinnovamento dall’interno senza rompere con la Chiesa. Essi hanno compreso che la peccaminosità dei membri della Chiesa non equivale a un errore della Chiesa stessa.
Lutero alla fine scelse una strada diversa. La sua rottura con Roma non portò solo a un movimento di riforma, ma a una scissione nell’unità visibile del cristianesimo. Laddove per secoli la Chiesa aveva conosciuto un’unica fede, un’unica vita sacramentale e un’unica autorità apostolica, si creò una situazione in cui l’interpretazione individuale della Scrittura assunse un ruolo sempre più centrale.
Questo principio della sola scriptura si rivelò ben presto problematico. Quando l’autorità finale non risiede più nella Chiesa che ha ricevuto, custodito e trasmesso la Scrittura, ma nel singolo interprete, sorgono inevitabilmente divisioni. Già durante la vita di Lutero sorsero conflitti tra gli stessi riformatori. Lutero era in netto contrasto con Zwingli riguardo all’Eucaristia. Calvino sviluppò a sua volta dottrine diverse. Successivamente sorsero innumerevoli nuove denominazioni che si contraddicevano su punti essenziali.
La storia del protestantesimo dimostra che questo sviluppo è proseguito per secoli. Ciò che era iniziato come un tentativo di riforma si è infine tradotto in migliaia di comunità ecclesiali con opinioni divergenti sul battesimo, la Cena del Signore, la predestinazione, l’ordinamento ecclesiastico, la morale e persino le verità fondamentali della fede.
Sebbene molti protestanti desiderino sinceramente seguire Cristo, rimane aperta la questione di come questa molteplicità di interpretazioni contraddittorie sia conciliabile con la preghiera di Cristo affinché i suoi seguaci fossero uno.
Inoltre, questa continua frammentazione ha contribuito a una più ampia cultura del relativismo religioso. Quando diverse denominazioni sostengono ciascuna di interpretare correttamente la Bibbia pur differendo fondamentalmente tra loro, si crea facilmente l’impressione che la fede sia in definitiva una questione di preferenza personale. L’autorità si sposta da una tradizione di fede oggettiva all’individuo.
Proprio in questo contesto assistiamo oggi a uno sviluppo degno di nota tra i giovani. In una cultura caratterizzata da incertezza, relativismo e crisi di identità, in molti cresce il desiderio di radici storiche, verità e continuità. Sempre più giovani cristiani iniziano a chiedersi come credessero i primi cristiani. Leggono i Padri della Chiesa, studiano la storia della Chiesa primitiva e scoprono che molti dogmi tipicamente protestanti sono difficili da ritrovare nei primi secoli del cristianesimo.
In questo modo si imbattono in una Chiesa che fa risalire le sue origini agli apostoli, che possiede una tradizione ininterrotta, celebra gli stessi sacramenti di secoli fa e mantiene l’unità in tutto il mondo nonostante le differenze culturali. Scoprono la ricchezza della liturgia, la profondità intellettuale dei grandi apologeti e teologi, la tradizione mistica dei santi e la visione universale della Chiesa cattolica.
Per molti giovani questa scoperta non rappresenta una fuga nel passato, ma piuttosto una risposta all’incertezza del presente. Laddove la cultura moderna è in continuo mutamento, la tradizione cattolica offre un senso di continuità. Laddove il relativismo sostiene che la verità sia irraggiungibile, la Chiesa proclama che la verità è, in ultima analisi, una Persona: Gesù Cristo.
Anche nei Paesi Bassi vi sono esempi di protestanti che, dopo un intenso studio delle Scritture, della storia e della tradizione, sono giunti alla convinzione che la pienezza della fede cristiana si trovi nella Chiesa cattolica. Un esempio noto è quello di Joan Lindhout, che, provenendo da un contesto protestante, si è convertita alla fede cattolica. Il suo percorso riflette uno schema che si riscontra spesso: non un allontanamento dalla Bibbia, ma proprio uno studio più approfondito della stessa; non un rifiuto di Cristo, ma un desiderio di seguirLo in modo più completo; non una ricerca di qualcosa di nuovo, ma di ciò che era originario.
Tali conversioni illustrano un punto importante. Molti protestanti che diventano cattolici descrivono il loro passaggio non come un rifiuto di tutto ciò in cui credevano prima, ma come un ritorno a casa. Sperimentano che la Chiesa cattolica non è solo una denominazione tra le altre, ma la comunità storica in cui si uniscono Scrittura, Tradizione e autorità apostolica.
Ciò non significa che i cattolici debbano guardare con disprezzo ai protestanti. Il Concilio Vaticano II ha giustamente sottolineato che molte comunità protestanti possiedono elementi autentici della fede cristiana e che i loro membri nutrono spesso un profondo amore per Cristo.
Tuttavia, permane la convinzione cattolica che la pienezza dei mezzi di salvezza sia presente nella Chiesa cattolica, la Chiesa fondata da Cristo e che nel corso dei secoli ha conservato la propria identità nonostante i peccati dei suoi membri.
La lezione della Riforma non è quindi che la riforma sia sbagliata. Al contrario: la Chiesa ha sempre bisogno di riforma. La vera domanda è se la riforma avvenga nell’ambito dell’unità della Chiesa o a scapito di essa. Da una prospettiva cattolica, il più grande errore di Lutero non risiede nella sua critica agli abusi, ma nella sua convinzione che la separazione fosse la soluzione. La storia dei secoli successivi sembra dimostrare che il prezzo di quella scelta sia stato particolarmente alto.
Per molti giovani in cerca di risposte oggi, è proprio questa storia a costituire uno stimolo a guardare con occhi nuovi alla Chiesa degli apostoli, dei Padri della Chiesa, dei santi e dei sacramenti. In un’epoca di frammentazione, essi riscoprono il fascino di una comunità di fede che non si considera un prodotto del XVI secolo, ma la continuazione della Chiesa fondata da Cristo stesso. Per loro, la via verso Roma non è un passo indietro, ma una ricerca di unità, verità e dimora spirituale.
+Rob Mutsaerts





















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