Benedetto XVI al parlamento tedesco del 2011
Benedetto XVI al parlamento tedesco (Bundestag) del 2011 –

 

 

di Lucia Comelli

 

Per invito di cari amici, con cui cerco di orientarmi in quest’epoca difficile in cui anche le più elementari certezze vacillano, ho riletto il discorso che Benedetto XVI ha tenuto nel settembre del 2011 ai deputati del parlamento federale tedesco.

Il suo intervento mette a tema una questione fondamentale per ogni persona di buona volontà, specie se investita di responsabilità pubbliche, e particolarmente urgente in un momento storico come il nostro, in cui l’uomo dispone di un potere finora inimmaginabile: Come riconosciamo ciò che è giusto?

Cioè, come possiamo distinguere il bene dal male, ciò che è realmente giusto da ciò che lo è solo in apparenza?

Una domanda che avverto come drammatica, dato che decisioni fondamentali per il bene comune (come lo stesso ingresso in guerra – di fatto – del nostro Paese a fianco dell’Ucraina, o la conduzione della pandemia) vengono sempre più spesso prese senza la possibilità di un ampio e libero dibattito e senza passare attraverso il Parlamento, chiamato al massimo a ratificare decisioni assunte altrove. Anche discutere con familiari e amici (pure se di provata fede cristiana), su diversi temi d’attualità, sta diventando difficile e rischia di compromettere il rapporto. Ma in che modo le parole di Benedetto XVI possono aiutarci?

 

Contrariamente ad altre grandi religioni – ha ricordato nel suo discorso il pontefice – il cristianesimo non ha mai imposto allo stato e alla società un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione, ha invece considerato la natura e la ragione, nella loro correlazione, quali vere fonti del diritto: questo fatto è stato decisivo, per il suo sviluppo e per quello dell’umanità stessa.  Per tutta l’Età classica e medioevale, e ancora nell’età moderna, la nostra civiltà ha infatti sviluppato il convincimento dell’esistenza di un diritto naturale, che individua nella ragione, l’organo di comune costruzione del diritto.

Sulla base di questa visione giusnaturalista, si è affermato, nella nostra cultura, il primato della coscienza, cioè il diritto, anzi, il dovere – come Sofocle ha mostrato attraverso le imperiture parole di Antigone al re Creonte – di dissentire dagli ordini malvagi dei potenti: «Neppure pensavo che i tuoi decreti avessero tanta forza che tu uomo potessi calpestare le leggi degli dèi, leggi non scritte e indistruttibili».

Secondo la cultura greca, infatti il mondo è ordinato (cosmo significa ordine) e la prima regola morale per l’essere umano è quella di vivere, grazie alla ragione (logos) secondo natura. L’uomo – come ogni altro ente – ha una natura (è un animale razionale e politico secondo Aristotele) e quindi, coerentemente ad essa, possiede una serie di fini: come quello di conservare la vita, di sposarsi e avere figli (curandosi di loro), di vivere in società … Una serie di principi, condivisi dal mondo romano, che la cultura medioevale, in primis con San Tommaso, ha accolto e integrato alla luce della Rivelazione e quindi della destinazione ultima, ultraterrena, dell’uomo.     

Ma, come ha ancora osservato il Pontefice, successivamente, con il positivismo (e il neopositivismo: egli cita a proposito la riflessione sul diritto di Hans Kelsen) è prevalsa una concezione ridotta, puramente funzionale, della ragione: esso, infatti, assegna valore conoscitivo solo alle scienze naturali e dichiara impossibile per la ragione apprendere qualcosa al di là dei fatti e delle leggi meccaniche che legano tra loro i fenomeni. Riconoscere fini e valori è un’attività che si svolge al di fuori del suo raggio d’azione, in una sfera puramente soggettiva. Una ragione quindi strumentale, tecnica: capace di indicare i mezzi più idonei per finalità che non è più in grado di giustificare pienamente (di solito stabilite subdolamente e a proprio vantaggio dai potenti di turno).  

Secondo questa visione della ragione, ormai sorda al linguaggio dell’essere, non può derivare dalla natura alcuna indicazione di carattere etico. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso della nostra coscienza pubblica le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco.

La concezione positivistica del mondo ha potentemente contribuito ad incrementare le nostre conoscenze, ma nel suo insieme non corrisponde all’essere umano in tutta la sua ampiezza, anzi, dove essa si ritiene la sola cultura valida, relegando le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, costituisce per lui una minaccia.

Infatti, la mentalità oggi dominante riduce l’uomo a un fatto tra gli altri, manipolabile a piacere: rischiamo tutti di abituarci pian piano a un mondo super tecnologico e folle allo stesso tempo, ad una società che dà ampio spazio – tanto per fare un esempio – alle dichiarazioni di medici che pretendono di trasformare le donne in uomini (su quello che di fatto poi ottengono, rimando alle drammatiche dichiarazioni dei detransitioner[1]) e persino di far partorire questi ultimi o ai progetti di  studiosi e politici che sognano – con tanto di filantropiche dichiarazioni – di impiantare nel corpo umano microchip, superandone i limiti (Transumanesimo) .

Ma se nella nostra cultura, reagendo a questo delirio di onnipotenza, si è fatta strada l’ecologia, quindi la consapevolezza di dover ascoltare il linguaggio della natura e di rispondervi coerentemente, viene invece trascurata – come ha ancora osservato il Papa – l’esistenza di un’ecologia dell’uomo: anche quest’ultimo possiede infatti una natura, che deve rispettare e che non può trasformare a piacere[2].

Secondo il Pontefice, la coscienza non è altro che la ragione aperta al linguaggio dell’essere, che Dio ha voluto fosse ordinato (non a caso parliamo di leggi di natura) e quindi intelligibile. Usciamo quindi – egli ci esorta – dal bunker senza finestre di una ragione concepita in senso puramente funzionale e consideriamo di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra, e impariamo ad usare tutto questo in modo giusto.

Se vogliamo, anche come credenti, aiutare noi stessi e chi sta intorno dobbiamo, senza complessi di inferiorità verso la mentalità dominante, riprendere ad usare la ragione nel suo senso più ampio, come capacità di comprendere la realtà tutta e il suo significato: questo ci ha insegnato l’umanesimo e questo corrisponde realmente alla nostra natura. Uno sguardo non ridotto sulla realtà ci suggerisce anche indicazioni sui valori: lo dimostra lo stesso patrimonio culturale dell’Europa, nato dall’incontro tra la fede nel Dio di Israele, la ragione filosofica dei greci e il pensiero giuridico di Roma.

Sulla base della convinzione circa l’esistenza di un Dio creatore, e di un uomo plasmato a sua immagine e somiglianza, si sono infatti sviluppate le idee dei diritti umani, dell’uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge, la conoscenza dell’inviolabilità della dignità umana in ogni singola persona e la consapevolezza della responsabilità morale degli uomini per il loro agire»

Il compito storico che attende le persone di buona volontà, oggi che la tradizionale concezione dell’uomo viene duramente attaccata (si pensi solo all’affermazione della Genesi: Dio creò l’uomo a sua immagine, maschio e femmina li creò), è quello di difendere nella concretezza delle singole circostanze questi criteri generali del diritto.

Quando l’uomo esige per sé una libertà che fondamentalmente contraddice la verità su di lui e quando costruisce l’intero programma del suo fare su questo rifiuto della verità – come ha affermato in un’altra occasione lo stesso Benedetto XVI non può finire bene!

Per questo usciamo dalla falsa logica che contrappone la carità alla verità (che persino la Chiesa tende a occultare, se è scomoda) e iniziamo a usare la carità del vero nei confronti di chi sta errando e di chi subisce il peso di tali errori!

 

Fonti: 

[1] Cioè dei giovani che – avendo iniziato da minorenni la trafila (l’assunzione di ormoni e, successivamente, le operazioni chirurgiche) per la transizione di genere – hanno tentato qualche anno dopo di tornare indietro, ritrovandosi irreparabilmente danneggiati. 

[2] «L’uomo non è soltanto una libertà che si crea da sé […] Egli è spirito e volontà, ma è anche natura, e la sua volontà è giusta quando egli rispetta la natura, l’ascolta e quando accetta se stesso per quello che è […] soltanto così si realizza la reale libertà umana».

 

 

 

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