di Giovanna Ognibene
Bene, è forse il momento di parlarne. Ho usato più volte l’espressione “autismo spirituale”. Nata come metafora, mi appare sempre più come la reale e singolare condizione che va sempre più diffondendosi nel nostro Occidente.
Uso il termine autismo nella sua accezione più vaga e mainstream, il suo statuto scientifico e medico essendo ben poco definito e univoco: spesso la condizione autistica è unita ad un gravissimo deficit cognitivo (oggi si dice così nella corsa ad ostacoli del termine meno lesivo, distanziando il precedente “deficit mentale”) mentre altre volte dà per così dire una piega particolare a doti intellettuali insolite.
L’impressionante aumento dei casi di autismo degli ultimi anni apre il campo alle speculazioni sulle cause di questa “epidemia”: anche se è legittimato il sospetto che spesso la specie o la sindrome o il fenomeno sono nell’occhio di chi osserva; tuttavia è innegabile una crescita ragguardevole dei casi e per molti è da addebitare ai vaccini. Ora, ad essere sincera, la tesi è per me molto allettante perché in qualche modo armonica con la concezione prometeica della medicina quale si è venuta affermando negli ultimi decenni. Basta ripensare al pensiero e alle azioni (quali appariranno nei futuri libri di testo) di quella mente raffinata dell’ex ministro Speranza, che con sguardo d’aquila già intravedeva le possibilità di sviluppi grandiosi offerti dalla pandemia in corso. Perché, già lo notavamo, la nobile ambizione della Medicina attuale, di concerto con l’Oms, mica il Patronato scolastico, e le fervide energie di Big Pharma, non è quella mediocre di curare le malattie, di porre un argine alle sofferenze ma di giungere alla Salute Universale, e quale miglior via della prevenzione? I vaccini contro il cancro e contro il patereccio rappresentano un vero e proprio taglio gordiano al problema ultra millenario della malattia. Contro un simile Moloch è vano ogni argomentare, neppure se ci si rifà al vecchio mito popperiano della falsificabilità di ogni teoria scientifica, perché è appunto un mito, mentre la realtà soggiace a interessi e a umori e gli scienziati si battono strenuamente come cervi in primavera per affermare e confermare le loro teorie.
Lasciamo impregiudicata la questione, che ci vedrebbe comunque soccombenti, e semmai noteremo alcune suggestive consonanze, del resto spiegabili con l’evidenza che conoscenze e convinzioni sono sempre figlie del loro tempo.
Mi sono accostata alla realtà, alla superficie dell’autismo dopo la visione di una serie anglosassone sull’”Amore nello Spettro”, in cui lo spettro è ovviamente quello autistico. Passo a descriverla: sono riportati i casi di alcuni ragazzi autistici che vengono incoraggiati a cercare e trovare un partner. Provengono nella quasi totalità da famiglie abbienti, e non è un dettaglio secondario: significa che le loro famiglie hanno avuto i mezzi per sostenerli, per far avere loro un’istruzione e spesso anche un lavoro, per averli seguiti con ogni attenzione speciale e per fornire anche aiuti specialistici, tra i quali anche l’assistenza di chiamiamoli genericamente mental coach, vale a dire la specie più infestante di questi tempi, attrezzati per le singole bisogne.
Lo schema narrativo è come in tutti questi format molto rigido e ripetitivo. I ragazzi si presentano o meglio presentano l’elenco dei loro desideri e delle loro repulsioni: dalla passione per i dinosauri a quella per i tornei medievali, i colori graditi o sgraditi le preferenze sono le tessere del mosaico che forma, costituisce la loro personalità. Ogni tessera che si perde o non viene incasellata manda in frantumi l’intera immagine di sé generando angoscia; da qui la ripetitività dei comportamenti e delle asserzioni. Poi certo intervengono i genitori ed i coaches che cercano di far apprendere le tecniche per consolidare i rapporti, come interessarsi anche agli hobbies dell’altro e così via. Va da sé che queste lasciano il tempo che trovano, oliano gli ingranaggi per i primi incontri ma non riescono a smuovere un Io che non è tanto sottostante alla valanga di desideri e proiezioni mentali quanto coincidente perfettamente con essi e da essi è per così dire perfettamente assorbito.
Sono molto simpatici perché mancano dei filtri e degli aggiustamenti che i ‘normali’ imparano prestissimo ad utilizzare. Un autistico non direbbe mai: ”ho bisogno di una pausa di riflessione” ma semplicemente:” Ti lascio perché non mi piaci più” (Il termine normale è usato solo perché funzionalmente utile, poiché in realtà è lo stesso concetto di norma a non avere più statuto gnoseologico), ed è questa la vera differenza tra “noi” e “loro”.
Nel caso delle persone nello spettro l’esclusiva focalizzazione su sé stessi è spiegabile sia dalla natura stessa della condizione sia dalla cura profusa dai genitori per consentire loro una vita regolare.
Senza nessuna pretesa di una diagnosi o una lettura clinica, è evidente che vivano, e debbano vivere, in un’atmosfera protetta in cui vengano smussati spigoli e levigate le asperità della dura realtà; la loro stessa condizione richiede poi l’istituzione di algoritmi e protocolli da seguire diligentemente.
Il dato immediato è che nel mondo autistico l’altro serve al tuo benessere e semmai il punto di attrito risiede nel fatto che i giunti dei meccanismi sono molto rigidi: un giovane autistico è fortemente attratto da una ragazza, i cui capelli però non rientrano nella categoria che per lui è fondamentale e perciò tutto il tempo deve lottare contro questa obiezione che gli si pone incessantemente davanti.
Ma nel nostro spettro le cose funzionano diversamente? Parrebbe di no, solo i processi sono più torbidi.
Le esigenze, le descrizioni dei propri desideri sono forse espresse in modi più scaltri ma nella sostanza costituiscono un’analoga lista della spesa. Soprattutto la parte femminile è molto consapevole delle proprie esigenze e anche di quello che ormai “non si porta più”. Nel listino valori tiene ancora l’uomo che ti fa ridere, è salito ai primi posti quello che lava bene la doccia ed abbassa la tavoletta, l’onesto e il giusto sono optional spesso trascurabili.
Comunque, uomini e donne hanno un’idea ben precisa del modello da acquistare.
Considerazione tanto ovvia quanto strana è che per migliaia di anni sino al 1950 (data simbolica ma in qualche modo pertinente) il matrimonio ha rappresentato la fisiologia della vita umana: tranne alcuni casi in cui per eventi, situazioni particolari, scelte personali qualcuno imboccava una diversa via l’orizzonte culturale ed esistenziale prevedeva, per quelli sopravvissuti alla dura selezione naturale dei primi anni, la lunga fase intermedia della vita in coppia e della crescita dei figli. Era naturale come gli orecchioni o la gestazione di nove mesi. Poteva essere seccante ma anche gli orzaioli lo sono.
Come ogni organismo vivente, anche il matrimonio ha sempre conosciuto fasi prospere ed altre di fatica e di malattia: nessuno in fondo scappa alla vita.
Riflettiamo che questo strutturarsi della personalità umana quasi interamente sui propri desideri ed aspettative non è certo solo di oggi. Ad esempio, quasi cent’anni prima del 1950 venne pubblicato uno studio di questa psicosi spirituale, Madame Bovary. Due inetti, spenti, mediocri coniugi di provincia, il dottor Charles Bovary e la moglie Emma. Con una differenza fondamentale: Charles sa della sua mediocrità, l’accetta ed è grato al destino che gli ha riservato una moglie avvenente; nel suo passato universitario ha avuto il canonico bagaglio di sregolatezze da cui si è liberato come da una malattia esantematica ed ora conduce una vita placida e regolata. Emma no, Emma si è nutrita per tutti gli anni dell’adolescenza passata nel collegio delle Orsoline di letture romantiche che, in modo analogo ai Tik Tok di oggi, l’hanno plasmata e con analogo transfert l’hanno portata a presumere di essere come quelle creature di fantasia. Si è convinta di essere speciale e di meritarsi quindi un destino speciale e l’occasionale frequentazione con l’alta società del luogo la spinge in un’incontrollata spirale di adulteri e regimi economici dispendiosi che porterà lei stessa il marito e la piccola figlia alla catastrofe. Si badi bene che l’arciagnostico Flaubert le riserva questo destino non perché colpevole, adultera e ribelle alla morale dell’epoca ma in quanto incorreggibile cretinetta che si figura d’essere quella che non è mai stata né mai sarà. In più Flaubert ci avverte che dopo una sessantina d’anni dalla gloriosa Rivoluzione francese, vero e proprio periodo di bagordi filosofici, la nuova società francese si è comportata esattamente come Charles, dopo un periodo di scapestrataggine giovanile è rientrata in sé tra stanze impregnate dall’odore di lesso e piccole incisioni di fistole nel gabinetto medico.
È vero che da ben prima di Cleopatra intere legioni di donne sono state Madame Bovary, quello che è cambiato dal 1950 in poi è il giudizio che se ne dà: dal pregiudizio sul comportamento irregolare e riprovevole della donna si è passati al pregiudizio positivo dello stesso. Emma è il prototipo della donna che si ribella alle convenzioni sociali (e le sue di convenzioni?) e ovviamente al regime patriarcale, si dà per acquisito e dimostrato che la sua vita, le sue aspirazioni, beh diciamo più prosaicamente ed esattamente i suoi desideri valgano ben più della vita del povero marito innamorato e dell’incolpevole figlioletta.
Un moralismo speculare, forse più bieco, altrettanto immotivato e senz’altro più deleterio del precedente.
Del resto ogni volta che si parla di qualche disgrazia capitata a qualcuno per scelte diciamo inconsuete – droga sesso, genericamente corbellerie varie – si usa la felice espressione di “spirito libero”.
Di fatto si sta bovarizzando la famiglia, ma anche l’intera società.
Dopo che per più di duemila anni la logica di Aristotele ha codificato la struttura fondamentale del pensiero, le condizioni e modalità del comprendere la realtà e dell’interagire con essa e ha informato i percorsi anche del modesto, quotidiano, minimale ragionare, tipo “piove bisogna rimandare la gita” oppure “quanto mi secca esser nato uomo ma che ci vuoi fare”, oggi si è aperta l’era del ritorno ad un pensiero magico, Non credo sia estraneo a questo deragliamento il fatto che sull’orizzonte psicologico e spirituale dell’Occidente è calata la saracinesca della seconda fatidica data segnata sulle nostre biografie: se tutto si gioca qui la cosa si fa angosciante perché ti senti ai quarti di finale con la partita secca da giocare, dentro o fuori.
E questo pensiero-desiderio dai caratteri infantili e adolescenziali con un paradossale movimento retrogrado ha informato di sé il pensiero astratto, teoretico per cui abbondano i Dotti cretini che si prestano a riformulare ogni nonsense in termini formalmente accettabili.
Questo è un vero cambiamento antropologico nel senso più stretto del termine, dato che il carattere individuante della nostra specie è stato per lungo tempo l’uso della ragione. Vediamone la lunga rincorsa: mi arrangerò con semplificazioni grossolane che maschererò con un’ardita metafora (del resto non priva di verosimiglianza). In fondo basta immaginare una faglia molto profonda che lentamente slitti provocando mutamenti sulla superficie non immediatamente riconducibili ad essa.
Il primo sommovimento possiamo identificarlo a metà dell’Ottocento nell’affermazione dell’ingiustizia nei rapporti di produzione e di potere tra le classi e nella proposta marxista, che aveva in sé dei presupposti messianici. Per realizzare la giustizia sociale, la completa realizzazione dell’uomo e la società senza classi, dovevano sparire di fatto tutte le altre istanze, Dio, destino, appartenenza ad una storia (non a caso la Prima Internazionale è già del 1864). Un’arma potente nel costruire un nuovo pensiero e un nuovo sentire è stata in quegli stessi anni la teoria darwiniana, passata da ipotesi a dogma di fede. L’uomo è una variante dell’animale, non esiste alcuna sua specificità. Ipotesi che, spogliata delle esagerazioni e compromissioni positivistiche, ha influenzato nel sacro nome della scienza le successive generazioni formando quello che un tempo si sarebbe chiamato lo zoccolo duro della mentalità della borghesia di destra come di sinistra, le future classi dirigenti.
Circa cinquant’anni dopo analogo scorrimento di faglia provocò il capovolgimento freudiano delle strutture psichiche del singolo e delle sue primarie relazioni: in fondo a ben pensarci fondare la costituzione del sé sul parricidio e l’incesto con la madre non è cosa da poco.
Il secolo successivo dimostrò che la società nuova avrebbe dovuto aspettare, eppure dal secondo dopoguerra partì un tentativo forse più deciso di recidere le radici marce del passato, tra l’istituzione dell’Onu del 45 e i patti di Roma del ’57 la creazione o ricreazione dello Stato d’Israele del 1949 dette come il sigillo a questa palingenesi: sanate le colpe vecchie di duemila anni e le loro oscene propaggini dell’ieri si può incominciare a costruire un mondo pacifico e società più giuste e libere, anche se per il momento per un ristretto Occidente. È l’epopea nascente del welfare. Il momento darwiniano venne sostituito nella sua funzione dalla particolare temperie culturale, che tra Sartre, Camus, l’esistenzialismo e tutta la sbornia del teatro dell’assurdo, decretavano la mancanza di senso dell’intera realtà.
Le convinzioni tradizionali, religione, valori condivisi venivano progressivamente a trovarsi nella precaria e scomoda situazione delle divinità ufficiali dell’antica Roma. Utili e funzionali per il momento. Ancora una volta, per curiosa coincidenza, dopo circa cinquanta, sessant’anni da questa epica cavalcata che nel suo scorrere travolgente recideva – ché si devono riconoscere i meriti ai nemici –alla base tutte le colonne che sorreggevano la nostra civiltà, ben poco di tutto ciò che si era annunciato si era avverato ( ed ora assistiamo ad un tumultuoso processo all’indietro) ma i movimenti di faglia non si sono assestati e hanno investito la stessa struttura cognitiva e quasi la forma psicologica e spirituale di ogni singolo uomo (e donna certamente): il mondo dei diritti e delle possibilità è deflagrato in un caleidoscopico frantumarsi e moltiplicarsi dei desideri, né si intravvede una fine, se non quella del povero Erisittone la cui fame lo porta a divorare sé stesso.
Una veloce glossa: quando si studiava Leibniz con le sue monadi, si era portati a chiedersi se la fantesca nel raccogliere la camomilla nei prati per la tisana serale del filosofo talvolta non avesse raccolto anche altre erbe meno innocue. Dopo tre secoli abbondanti le sue monadi sono qui a rivendicare il loro carattere profetico: viviamo in case senza finestre e senza contatti tra noi, ognuno riceve le impressioni come in uno specchio, la realtà ha l’esistenza precaria delle nostre percezioni.
E il tutto senza sapere un’acca di calcolo infinitesimale.
Altro che stay woke. Qui si è tutti nel dormiveglia, persino nella Chiesa, persino nelle alte sfere (Cielo, sin lassù spero di no). Oggi non si parla più di disegno di Dio, ché suona troppo imperativo, urtante per la nostra sensibilità, lesivo dei nostri diritti.
Ora Dio si limita a sognare. Ma se noi e la nostra civiltà siamo il risultato dei Suoi sogni, parrebbe (non vorrei esser giudicata blasfema) che il Padre Eterno si sia perso nei meandri nebbiosi del porto di San Francisco e sia finito in una fumeria d’oppio dalla quale non è ancora uscito (fonte Tex Willer).
E la Chiesa si comporta come quel professore che si scusa con i suoi allievi perché nella versione di greco era interpolata una frase che non c’entrava: “sapete che facciamo? Annullo il compito”.
Bene, il pensiero occidentale si comporta come quel tale che proclamava “se avanzo seguitemi, se mi fermo spronatemi, se arretro uccidetemi” (in sostanza la politica dell’UE) e quindi è già tutto proteso al passo successivo, convinto che sia necessario partire dal primo vagito per modellare l’uomo nuovo e la società nuova, e già se ne intravedono i risultati.
Di questo parleremo (vabbé ne parlerò io) la prossima volta, con l’avvertenza che sarà roba per Cuori di Pietra (ho in animo di fondare una Confraternita). Astenersi gentili di animo.




















“Oggi non si parla più di disegno di Dio, ché suona troppo imperativo, urtante per la nostra sensibilità, lesivo dei nostri diritti. Ora Dio si limita a sognare. Ma se noi e la nostra civiltà siamo il risultato dei Suoi sogni, parrebbe che il Padre Eterno si sia perso nei meandri nebbiosi del porto di San Francisco e sia finito in una fumeria d’oppio dalla quale non è ancora uscito.”
la tua non è un’iperbole ma l’unica spiegazione aristotelicamente alternativa alla ben più ovvia “il mio dio non esiste”: la divinità che palesemente non t’ascolta è stata assente dalla geografia euroafroamericana in tutti i tuoi testi sacri ed è parimenti assente dalla storia fino ad Abramo e, a leggerti, pare che non risponda all’appello non solo a partire dai tempi di Carlo Marx ma ovviamente anche da quelli di Emanule Kant o Giovanni Calvino o Martino Lutero e forse di Giovanni Hus; stai combattendo il sospetto non tanto che t’abbia abbandonata quanto che sia sempre stata un’allucinazione: una battaglia tanto eroica quanto già decisa,