Torre di Babele, Bruegel (circa 1565)

 

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 2 agosto 2026

Is 55,1-3; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21



don Ambrogio Clavadei

 

Se è vero che l’uomo è un essere desiderante, in quanto per natura è stato creato per desiderare Dio saziandosi di lui, e se è vero che il peccato, allontanandoci dal Dio desiderato, ha stravolto e alterato la natura buona di questo desiderio così da trasformarlo in concupiscenza (della carne, degli occhi e della superbia della vita = godere, avere e potere, cfr. 1 Gv 2, 16), è inevitabile che l’uomo viva di un bisogno spasmodico di ritrovare il Desiderato perso per saziare quella fame che, da una parte, lo costituisce nell’essere e, dall’altra, lo attanaglia.

Si comprende allora perché questo appetito insaziabile e travolgente abbia determinato i tanti corsi e ricorsi della storia umana: movimenti di popoli, regni, ideologie …, caratterizzando insieme anche i rapporti spiccioli e quotidiani del vivere familiare e sociale. Questo consumismo, che ci contrassegna tutti nel profondo con ambiguo realismo, si manifesta più che mai vittorioso nell’attuale capitalismo, rispetto alle altre varianti di soluzione sperimentate nell’epoca moderna. Infatti questo modo di conduzione che determina l’economia, la politica, la società, la cultura, si è dimostrato infatti come il sistema che più è in grado di portare sui banchi di vendita del mondo ogni genere di “articolo” umano, da ogni bendidio al sesso (anche nei suoi aspetti più orridi alla Epstein, ma non solo) ed anche al potere, potere che viene asservito in vario modo a coloro che tirano le fila di questa grande mercificazione del reale. Mercantilismo che per saziare alcuni affama e spolpa altri (non solo materialmente) e che non è certo gratis ma esige costi sempre più crescenti per partecipare ai prodotti della sua brama insaziabile con cui parassita e divora l’uomo e il creato, ma che – soprattutto – non risolve certo la fame e la sete di significato esaustivo che brontola nella pancia e nel cuore di ogni vivente.

Da questo punto di vista, il mondo – inteso come grande mercato – si dimostra fallimentare e deve la sua capacità di sopravvivenza al fatto che, da una parte, di certi elementi di questa mercificazione l’uomo ha comunque bisogno (bisogna pur mangiare …) e, dall’altra, perché solo accettando di saziarsi di un altro cibo l’uomo giunge a comprendere che tutto il resto è solo segno che allude e richiama a questo altro perché, diversamente, ciò di cui ci si sazia risulta un surrogato indigesto e funesto che finisce per affamare l’uomo ancora di più. 

L’altro cibo e l’altra bevanda è l’avvenimento eucaristico del Dio Trinitario nel Figlio fatto uomo, perché è in lui che si compie il nostro desiderio di Dio essendo lui il “desideratus cunctis gentibus” (Ag 2, 8 Vulgata). Questo significa anche che in lui la triplice concupiscenza può essere riconvertita nel desiderio originario e, ancor più, essere condotta a saziarsi infinitamente ed eternamente secondo una prospettiva che nella sua creaturalità era prevista, ma solo alla fine manifestata, nel gratis della grazia: “Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide»”; “dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene”.

In questa profferta eucaristica la concupiscenza della carne trova la possibilità di essere vissuta come agape che supera e ricomprende l’eros purificandolo nella carne di Cristo crocifissa per amore, la concupiscenza degli occhi viene ricondotta alla necessaria sobrietà in quanto regolata dalla consapevolezza che “non di solo pane vivrà l’uomo” (Lc 4, 4) e che solo Cristo in se stesso ci offre il vero “pane quotidiano” (cfr. Gv 6, 32-25; Mt 6, 11), e che infine il vero esercizio del potere sta là dove esso si fa autentico servizio di Dio nel servizio umile dei fratelli per il bene comune in attesa del Bene eterno.

Naturalmente, il serpente antico, il grande drago corruttore e mercificatore (cfr. Ap 12, 9) che sin dalle origini sputa il suo veleno e che sempre insidia senza successo il calcagno della più grande creatura della storia (cfr. Gen 3, 15), colei che ha posto come suo unico programma di vita il desiderio e i desideri del Desiderato, non fa altro che tentare di separarci dall’offerta eucaristica di Cristo in tutti suoi autentici fattori di grazia. È questa una tentazione che oggi morde con forza la Chiesa stessa che in certe sue modalità di vita rischia di farsi corrompere nella sua missione di offrircela per ciò che essa comporta, riducendo la sua ministerialità ad una logica mondana di vendita del suo particolare prodotto, adeguando la Verità perenne di Cristo ai mutevoli gusti delle richieste di mercato. Ma per chi vive di fede ogni tentativo dell’orrido separatore di farci rimanere nella sua grande illusione è vano: “Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. 

In tutto questo si evidenzia comunque più che mai lo scontro apocalittico che nell’ultimo libro della Rivelazione cristiana costituisce la filigrana della storia (Babilonia come ipermercato globalistico della storia dove si vende e si compra solo ciò che è marchiato col numero della Bestia, cfr. Ap 13, 16-17), e dove alla fine il consumismo concupiscente del mondo e il suo gestore sono però sconfitti e annientati (i cap. 18-20 dell’Apocalisse lo  descrivono con tratti drammatici), così che alla fine “il diavolo, che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco e zolfo, dove sono anche la bestia e il falso profeta: saranno tormentati giorno e notte per i secoli dei secoli … la morte e gli inferi furono gettati nello stagno di fuoco. Questa è la seconda morte, lo stagno di fuoco. E chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco” (Ap 20, 10. 14-15).

È la vittoria della grazia, del gratis di Dio, di fonte all’ingratitudine colpevole di chi l’ha rifiutata, e per primo su quella creatura angelica che ingrata si rifiutò di servire il suo Creatore. Ecco perché più che mai deve salire la preghiera per noi e per il mondo mai sazio: “Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente” (rit. Sal. Resp.).

 

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