di Sabino Paciolla
È iniziato oggi, 25 settembre, a Parigi il viaggio apostolico di Leone XIV in Francia, che proseguirà fino al 28 settembre con tappe anche a Lourdes e Metz. Una prima giornata particolarmente intensa, segnata dagli incontri istituzionali all’Eliseo, dalla visita all’UNESCO, dai Vespri a Notre-Dame e, in serata, dalla veglia con i giovani allo Stade de France.
Il discorso pronunciato ieri da Papa Leone XIV all’UNESCO si sviluppa attorno a un’idea centrale: educazione, scienza, cultura e pace possono essere autenticamente umane soltanto se hanno come fondamento la dignità inalienabile della persona. L’intervento parte dalla missione stessa dell’UNESCO — promuovere la pace attraverso la cooperazione tra i popoli — per arrivare a una domanda ancora più radicale: che cosa significa essere umani?
Il Papa ricorda anzitutto che la collaborazione tra la Santa Sede e l’UNESCO nasce dalla convinzione che il futuro dell’umanità dipenda dal rispetto della dignità di ogni persona. La cultura, in questa prospettiva, non è un elemento accessorio della vita sociale, ma il luogo nel quale l’uomo interpreta sé stesso, la propria storia e il proprio destino. Per questo anche l’educazione non può ridursi a trasmettere competenze e conoscenze: deve affrontare il problema del significato dell’esistenza e aiutare l’uomo a “essere” di più, non semplicemente ad “avere” di più.
«Nessuna educazione è completa se non affronta la questione del senso.»
Educare significa aiutare l’uomo a «essere» di più e non solo ad «avere» di più.
Da qui nasce la domanda fondamentale dell’intero discorso: che cosa significa essere umani?
La prima risposta viene dalla nascita. L’essere umano è anzitutto colui che viene concepito e nasce. Prima di essere autonomo, produttivo o capace di decidere, è figlio. Nessuno sceglie di nascere, né decide il luogo, il tempo o le persone da cui riceverà la vita. Questa realtà, osserva il Papa, non è soltanto biologica: possiede anche un significato morale. Se tutti siamo figli, siamo anche originariamente fratelli e sorelle. La vita, dunque, precede la volontà individuale e si presenta come dono, responsabilità e relazione.
«Anzitutto, l’uomo è colui che viene concepito e nasce: essere umani significa dunque, in primo luogo, essere figli.»
«Questa evidenza illumina un fatto non solo biologico, ma etico: come figli, siamo tutti fratelli e sorelle. La nostra umanità è da subito un dono e una prova, una promessa e una responsabilità.»
Alla condizione filiale si accompagna quella della fragilità. Ogni persona nasce bisognosa di nutrimento, cura, affetto, parola e protezione. Eppure, diventando adulti, si rischia di dimenticare questa dipendenza originaria. È proprio da tale dimenticanza, secondo il Pontefice, che possono nascere forme di esclusione e di sfruttamento: quando la vita non viene più percepita come dono, ma come bene da utilizzare, valutare o scartare secondo criteri di convenienza.
«L’oblio della nostra nascita oscura l’idea di vita umana. […] Allora la vita non viene più concepita come dono, ma come merce. Non è più vista come un richiamo alla cura e alla responsabilità, ma un prodotto da sfruttare.»
Il Papa collega quindi la dignità umana alla libertà, precisando che essa non coincide con l’arbitrio. La libertà è autenticamente umana quando è orientata al bene, alla verità e alla giustizia. L’uomo, attraverso le proprie capacità, può creare, educare, costruire e coltivare, ma può anche distruggere. Il punto estremo di questa possibilità negativa è la guerra, nella quale perfino la scienza può essere posta al servizio della distruzione.
«La libertà è bella quando è orientata verso il bene e la verità; è deturpata quando scivola nell’arbitrio, nella violenza e nella sete di potere.»
«La più terribile delle “opere umane” è la guerra; poiché in essa la scienza stessa è posta a servizio di una volontà disumana di distruggere e uccidere.»
Riprendendo il Preambolo della Costituzione dell’UNESCO, il Pontefice ricorda che le guerre nascono nello spirito degli uomini e che proprio lì devono essere costruite le difese della pace. La tragedia del Novecento ha dimostrato che il progresso scientifico, se separato dalla sapienza e dall’etica, può diventare distruttivo; allo stesso modo, la cultura può trasformarsi in propaganda e l’educazione in strumento di manipolazione.
La pace, pertanto, non può dipendere soltanto dai trattati o da un temporaneo equilibrio di forze: richiede una cultura della giustizia e una disposizione morale capace di riconoscere nell’altro una persona dotata della stessa dignità.
«Il progresso scientifico, quando è separato dalla saggezza, può trasformarsi in arma devastante; […] la cultura, quando si piega all’ideologia, può diventare menzogna e propaganda; […] l’educazione, quando rinuncia alla verità, degrada a strumento per manipolare le coscienze.»
Una parte importante dell’intervento riguarda la tecnologia e l’intelligenza artificiale. Il Papa mette in evidenza un paradosso contemporaneo: mentre si attribuisce alle macchine il termine “intelligenza”, si rischia di perdere la capacità di riconoscere l’autentica dignità delle persone. Se il valore dell’uomo viene misurato sulla base dell’efficienza, delle prestazioni o della produttività, coloro che non soddisfano tali parametri rischiano di essere marginalizzati o scartati.
«Mentre l’“intelligenza” viene attribuita ai sistemi computazionali, fatichiamo a riconoscere la dignità inalienabile delle persone umane, le cui vite vengono valutate con il criterio dell’efficienza e, quando ritenute non più produttive, respinte e scartate.»
La riflessione si estende allora dalla nascita alla morte. L’uomo è colui che nasce, ma è anche colui che muore. La dignità umana non viene meno con la malattia, il dolore o la perdita di autonomia e non dipende dalle capacità o dall’utilità sociale.
«La nostra dignità non è distrutta dalla malattia o dal dolore, né dipende dalle prestazioni di cui una persona è capace. Al contrario, richiede cura amorevole in ogni fase della vita.»
Il Papa assume poi esplicitamente la prospettiva cristiana: in Cristo, richiamando il Concilio Vaticano II, l’uomo comprende pienamente sé stesso e scopre di essere creatura voluta e amata da Dio. Questa concezione fonda il riconoscimento di una dignità che non può essere concessa o revocata sulla base di criteri sociali o economici.
Uno dei passaggi più efficaci del discorso è il confronto tra Babele e Pentecoste.
La Torre di Babele rappresenta un’unità costruita attraverso il dominio, l’imposizione e la volontà di uniformare. Più il potere pretende di schiacciare le differenze, più produce divisione, conflitto e incomprensione. Il Papa riconosce questa tentazione anche nel presente: in una globalizzazione senza fraternità, nel colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche e in forme di relazione che trasformano le persone in semplici elementi di un sistema economico.
«Oggi, la tentazione di Babele si ripresenta in una globalizzazione perseguita senza fraternità, nell’avido colonialismo finanziario, nelle imposizioni ideologiche, in tutti quei “contatti senza legami” che riducono la vita umana al commercio.»
Questa nuova Babele riguarda anche il mondo della comunicazione. L’umanità dispone di strumenti capaci di connettere istantaneamente persone e continenti, ma ciò non impedisce nuove forme di isolamento e di incomprensione. L’informazione è abbondante, ma non coincide necessariamente con la sapienza; la velocità della comunicazione non garantisce la verità.
«La comunicazione s’è fatta molto più rapida, ma non necessariamente più veritiera; l’informazione è abbondante, ma non coincide con la sapienza.»
Anche l’intelligenza artificiale viene inserita in questa riflessione. Essa può elaborare e correlare dati, ma non è in grado di rispondere alle domande ultime sull’esistenza. La questione del significato resta propriamente umana.
«L’intelligenza artificiale […] non può rispondere alle domande sul senso dell’esistenza umana, che affonda le sue radici nell’esperienza vissuta.»
«Il senso è l’ossigeno della mente.»
Ne deriva la centralità della verità. Quando il linguaggio viene separato dalla verità, rischia di trasformarsi in strumento del potere. Perfino la legge può essere piegata agli interessi di chi comanda, invocata quando conviene e ignorata quando pone limiti. Allo stesso modo, una scienza priva di etica può cessare di essere veramente al servizio dell’uomo.
In tale contesto il Papa richiama in modo particolare la necessità di proteggere bambini e giovani nell’ambiente digitale, affinché la loro vulnerabilità non diventi occasione di sfruttamento e la tecnologia rimanga strumento di crescita e non di manipolazione.
Alla logica di Babele viene contrapposta quella della Pentecoste. Qui l’unità non cancella le differenze. Popoli diversi comprendono lo stesso messaggio senza perdere la propria identità. È l’immagine di una convivenza nella quale l’universalità non nasce dall’omologazione, ma dall’armonia.
«La comunione non impedisce affatto la diversità. Al contrario, permette alla diversità di fiorire nell’armonia delle voci e dei volti.»
«Non la prepotenza di Babele, ma la pace di Pentecoste rende possibile una tale comunione tra tutti i popoli.»
Il discorso ritorna quindi all’unità della persona e alla necessità di una vera ecologia umana e integrale. Corpo e anima, individuo e relazioni, società e ambiente naturale non possono essere separati. Richiamando Benedetto XVI e Francesco, il Papa afferma che la custodia del creato e la custodia dell’uomo devono procedere insieme.
È proprio qui che viene indicato il criterio decisivo per misurare la credibilità di ogni discorso sulla dignità umana: il modo in cui vengono trattati i più fragili.
«La pietra di paragone […] è la cura che abbiamo per i più piccoli e per i poveri: bambini nel grembo materno e nei vari teatri di guerra, persone con disabilità fisiche e intellettuali, anziani, migranti e rifugiati.»
«Sono loro il banco di prova delle nostre affermazioni sul rispetto della dignità umana.»
La crisi ecologica, in questa prospettiva, è anche una crisi antropologica: una visione deformata dell’uomo produce inevitabilmente un rapporto deformato con il creato, fondato sullo sfruttamento anziché sulla custodia.
Nella parte conclusiva, il Papa torna alla missione delle istituzioni internazionali. Pur riconoscendo le difficoltà e la crisi di efficienza che esse attraversano, invita a non considerare il dialogo una debolezza. Occorre recuperare una virtù oggi rara: la fiducia, cioè la convinzione che le differenze non costituiscano necessariamente una minaccia e che il confronto possa produrre un bene comune più grande di quello che ciascuno potrebbe costruire da solo.
«Occorre promuovere una virtù che appare oggi tanto rara quanto desiderata: la fiducia.»
«Ogni figlio che nasce porta con sé una speranza. Ogni uomo e donna che dedica la propria vita alla ricerca della verità compie un atto di speranza.»
Infine, il Papa sottolinea il ruolo delle religioni, considerate culturalmente necessarie perché custodiscono le domande fondamentali sull’origine, sul significato e sul destino dell’uomo.
«Noi non siamo in cammino verso il nulla. Ecco perché l’anima umana, nel suo rapporto con Dio, avverte ancora più intensamente la chiamata a coltivare la pace attraverso un’alleanza tra popoli che si riconoscono come figli dello stesso Padre e come fratelli e sorelle tra di loro.»
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