Prof. Andrea Grillo (immagine generata con IA di ChatGPT)
Prof. Andrea Grillo (immagine generata con IA di ChatGPT)

 

 

di Giuseppe Russo

 

Ho letto con attenzione l’intervento di Andrea Grillo dedicato al cosiddetto Vetus Ordo. È un testo certamente netto nella tesi e, proprio per questo, merita una risposta che non sia né apologetica né polemica, ma anzitutto storica, teologica e metodologicamente rigorosa.

Non intendo qui difendere una sorta di “doppio binario” liturgico per principio, né sostenere che la Chiesa debba necessariamente ripristinare ciò che oggi è stato disciplinarmente limitato. La questione che mi interessa è un’altra: la ricostruzione storica e teologica attraverso la quale Grillo giunge alle proprie conclusioni è davvero adeguata ai dati?

A mio avviso, su alcuni passaggi occorre introdurre diverse precisazioni.

  1. Il problema della “fiction”

Il punto di partenza dell’articolo di Grillo è già estremamente significativo: il Vetus Ordo sarebbe una “fiction”, cioè una costruzione narrativa, una sorta di mito elaborato per rappresentare la liturgia precedente alla riforma come la liturgia “di sempre”, arbitrariamente soppiantata da una liturgia nuova e artificiale.

Ora, è certamente legittimo sottoporre a critica una determinata rappresentazione del Messale del 1962. Si può discutere la maniera nella quale alcuni ambienti hanno interpretato il rapporto fra il Messale precedente e quello promulgato da Paolo VI. Si può anche contestare l’idea secondo cui il Messale antico costituirebbe, in quanto tale, l’unica espressione autentica della tradizione cattolica.

Ma una cosa è contestare un’interpretazione storica; altra cosa è qualificare quella stessa interpretazione come “fiction” e poi utilizzare tale qualificazione come chiave ermeneutica dell’intera vicenda.

Il Messale romano del 1962 non è una fiction: è un libro liturgico ufficialmente promulgato da Giovanni XXIII, realmente utilizzato nella Chiesa, e oggetto, a partire dal 1984, di specifiche disposizioni della Santa Sede. Nel 2007 Benedetto XVI non intervenne su un oggetto immaginario, ma disciplinò giuridicamente l’uso di quel Messale attraverso Summorum Pontificum. In quel documento il Pontefice affermò che il Messale promulgato da Paolo VI costituiva la forma ordinaria della lex orandi della Chiesa cattolica di rito latino, mentre il Messale promulgato da Giovanni XXIII nel 1962 costituiva la forma straordinaria della medesima lex orandi, riferendosi alle due forme dell’unico Rito romano. 

Si può ritenere superata quella impostazione. Ed è precisamente ciò che avviene con Traditionis Custodes. Ma non si può trasformare retroattivamente quella precedente disciplina in una semplice “fiction”.

 

  1. Siri, Lefebvre e la genealogia della “fiction”

Grillo costruisce quindi una genealogia molto precisa: da Giuseppe Siri a Marcel Lefebvre, da Lefebvre agli ambienti curiali, da questi a Ratzinger e infine a Benedetto XVI.

Il problema è che una genealogia non equivale ancora a una dimostrazione di identità teologica.

Che Siri abbia avanzato determinate richieste nel contesto della riforma della Veglia pasquale e che Lefebvre abbia successivamente sviluppato una posizione sempre più radicale nei confronti della riforma liturgica è un conto. Stabilire che la posizione di Benedetto XVI costituisca sostanzialmente la prosecuzione della medesima logica è un altro.

Ed è proprio qui che la ricostruzione di Grillo diventa, a mio avviso, eccessivamente semplificatrice.

  1. Ratzinger non è Lefebvre

Questo è forse il passaggio nel quale occorre maggiore cautela.

Grillo sostiene che la logica di Ratzinger fosse, in sostanza, quella di Lefebvre. Ma questa equivalenza non può essere semplicemente affermata: deve essere dimostrata.

Joseph Ratzinger ha certamente criticato alcuni aspetti della riforma liturgica e soprattutto alcune modalità della sua attuazione. Ha denunciato il rischio di una concezione della liturgia ridotta a prodotto umano, ha difeso il carattere ricevuto della liturgia e ha insistito sul rapporto fra lex orandi e lex credendi.

Ma da ciò non segue affatto che egli abbia condiviso l’ecclesiologia di Lefebvre o la sua posizione nei confronti del Concilio Vaticano II.

Anzi, la struttura stessa di Summorum Pontificum rende assai difficile sostenere una simile identificazione. Benedetto XVI non presentò il Messale del 1962 come espressione di una Chiesa alternativa. Lo collocò invece, secondo la sua prospettiva, all’interno dell’unico Rito romano e precisò che le due forme non avrebbero dovuto condurre a una divisione della lex credendi. 

Si può discutere se questa soluzione fosse teologicamente felice, pastoralmente efficace o storicamente sostenibile. Ma non si può confondere la soluzione di Benedetto XVI con quella di Lefebvre senza argomentare molto più seriamente di quanto faccia Grillo.

 

  1. La questione della sostituzione del rito precedente

Arriviamo così a una delle affermazioni centrali dell’articolo: quando la Chiesa riforma un rito, il nuovo rito sostituisce quello precedente.

Se questa proposizione viene intesa come descrizione della disciplina attualmente vigente, la questione è relativamente chiara. Traditionis Custodes, infatti, stabilisce che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Vaticano II, costituiscono «l’unica espressione della lex orandi del Rito romano». 

Ma Grillo sembra attribuire a questa disposizione una portata molto più ampia, quasi come se essa descrivesse una legge costante e indiscutibile della storia della liturgia.

Ed è qui che sarebbe necessaria una dimostrazione storica molto più articolata.

La storia del rito romano mostra infatti processi di continuità, stratificazione, riforma e sopravvivenza di usi precedenti. Il Messale di Pio V del 1570, per esempio, non nacque dal nulla, ma rappresentò una codificazione e una revisione di una tradizione liturgica precedente; e le successive revisioni del Messale, da Clemente VIII e Urbano VIII fino a Pio X, Pio XII e Giovanni XXIII, intervennero progressivamente sul patrimonio ricevuto attraverso modifiche, integrazioni e semplificazioni. Anche la permanenza nella Chiesa latina di tradizioni liturgiche proprie, come il rito ambrosiano e quello mozarabico, mostra più in generale che la storia liturgica della Chiesa latina non può essere ridotta a un meccanismo uniforme di sostituzione e cancellazione di ogni forma precedente.

I riti, dunque, non nascono normalmente attraverso un meccanismo semplicistico:

rito A → riforma → rito B → abolizione automatica del rito A.

La formazione dei libri liturgici è un processo molto più complesso, caratterizzato da stratificazioni, riforme progressive, adattamenti, revisioni, permanenze e differenti modalità di ricezione.

Lo stesso Summorum Pontificum nasceva precisamente dalla constatazione di una situazione storica e disciplinare che non poteva essere liquidata attraverso un semplice automatismo.

Benedetto XVI, infatti, ricordava che il Messale del 1962 era stato oggetto di successive concessioni da parte di Giovanni Paolo II e che il suo intervento intendeva dare una nuova regolamentazione a una situazione già esistente. 

Pertanto occorre distinguere.

Una cosa è dire:

oggi, secondo la disciplina stabilita da Traditionis Custodes, il Messale riformato costituisce l’unica espressione della lex orandi del Rito romano.

 

Altra cosa è sostenere:

la storia della tradizione liturgica dimostra che ogni nuovo rito necessariamente abroga e rende privo di ogni legittimità l’uso precedente.

La prima è una questione di disciplina ecclesiale vigente. La seconda è una tesi storico-teologica molto più impegnativa.

  1. Summorum Pontificum non può essere semplicemente cancellato dalla storia

Qui emerge una difficoltà ulteriore.

Grillo considera l’esistenza del cosiddetto “doppio binario” come una sorta di anomalia prodotta dalla “fiction” del Vetus Ordo. Ma bisogna ricordare che quella possibilità non nacque fuori dalla Chiesa né contro l’autorità ecclesiastica.

Nel 1984 la Santa Sede concesse, attraverso la Congregazione per il Culto Divino, un indulto per l’uso del Messale del 1962; nel 1988 Giovanni Paolo II intervenne nuovamente con Ecclesia Dei; nel 2007 Benedetto XVI promulgò Summorum Pontificum; nel 2011 la Pontificia Commissione Ecclesia Dei pubblicò l’istruzione Universae Ecclesiae, ribadendo esplicitamente che il Messale di Paolo VI e quello di Giovanni XXIII costituivano «due forme della Liturgia Romana» e «due usi dell’unico Rito Romano». 

Tutto questo può essere successivamente modificato dall’autorità competente — e infatti è stato modificato.

Ma non può essere descritto come se non fosse mai esistito oppure come se fosse stato, fin dall’origine, un semplice artificio estraneo alla disciplina della Chiesa.

La storia ecclesiale deve essere letta nella sua successione reale, non soltanto alla luce dell’ultimo atto normativo.

  1. Traditionis Custodes modifica realmente il quadro

Su questo punto non c’è alcuna necessità di forzare la realtà.

Traditionis Custodes rappresenta effettivamente una svolta rispetto a Summorum Pontificum. Francesco afferma esplicitamente che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II sono l’unica espressione della lex orandi del Rito romano e attribuisce al vescovo diocesano la competenza sull’uso del Messale del 1962, secondo le disposizioni della Santa Sede. 

La stessa lettera di Francesco ai vescovi riconosce la continuità storica delle precedenti concessioni di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, spiegandone anche le motivazioni ecclesiali. Francesco non cancella dunque la storia precedente: la interpreta diversamente e ne modifica la disciplina. 

Ed è precisamente questa distinzione che mi sembra importante mantenere.

Un cambiamento disciplinare non rende automaticamente falsa la storia della disciplina precedente.

  1. Il problema del 2026

Un’ultima questione riguarda il riferimento agli avvenimenti del 2026. Anche qui è necessario distinguere accuratamente il dato storico dalla sua interpretazione teologica.

Il 1° luglio 2026, a Écône, quattro presbiteri della Fraternità Sacerdotale San Pio X sono stati consacrati vescovi da mons. Alfonso de Galarreta, con la partecipazione di mons. Bernard Fellay come co-consacrante, senza mandato pontificio e contro la volontà del Sommo Pontefice. Il giorno successivo, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha qualificato tale consacrazione come «atto di natura scismatica» e ha dichiarato che i consacranti e i quattro nuovi vescovi erano incorsi ipso facto nella scomunica latae sententiae riservata alla Sede Apostolica. 

Il fatto è dunque grave e non può essere minimizzato. Ma proprio per questo deve essere utilizzato con cautela sul piano argomentativo. Un atto compiuto dalla FSSPX nel 2026 non può essere assunto, da solo, come prova retroattiva dell’interpretazione dell’intera vicenda liturgica precedente.

Da una consacrazione episcopale compiuta senza mandato pontificio non segue logicamente che il Summorum Pontificum di Benedetto XVI, o la possibilità allora riconosciuta di celebrare secondo il Messale del 1962, fossero una «fiction»; né segue che tutti coloro che hanno difeso o utilizzato quella possibilità fossero animati da un rifiuto del Concilio Vaticano II.

Il dato del 2026 può certamente essere considerato un nuovo e gravissimo capitolo della storia dei rapporti tra la FSSPX e la Santa Sede. Ma non può diventare, senza ulteriori argomentazioni, la chiave interpretativa attraverso cui rileggere retroattivamente quarant’anni di storia liturgica ed ecclesiale.

Ed è precisamente qui che, a mio giudizio, l’argomentazione di Grillo compie un salto logico: da un fatto nuovo e gravissimo ricava una conferma retrospettiva della propria lettura dell’intera vicenda precedente. Ma una cosa è constatare ciò che è accaduto nel 2026; altra cosa è dimostrare che quanto accaduto nel 2026 renda falsa, in quanto tale, la prospettiva teologica e liturgica che aveva condotto Benedetto XVI al Summorum Pontificum.

  1. Dal dissenso liturgico al “risentimento contro il Vaticano II”

È qui, a mio avviso, che la polemica di Grillo raggiunge il suo punto più delicato.

Scrive infatti che «la fiction del Vetus Ordo è una storia di risentimento contro il Vaticano II».

Ma che cosa significa esattamente?

La proposizione sembra operare una progressiva sovrapposizione fra realtà differenti:

preferenza per il Messale del 1962 → critica della riforma liturgica → opposizione al Vaticano II → nostalgia → risentimento → posizione lefebvriana.

Il problema è che questi termini non sono sinonimi.

È possibile essere cattolici, riconoscere il valore ecclesiale del Concilio Vaticano II e tuttavia criticare determinati aspetti della riforma liturgica.

È possibile riconoscere la legittimità del Messale promulgato da Paolo VI e contemporaneamente ritenere che il Messale precedente possieda un valore teologico, spirituale e storico che non può essere semplicemente liquidato come nostalgia.

È possibile dissentire da alcune applicazioni di Traditionis Custodes senza appartenere alla FSSPX.

Ed è soprattutto possibile criticare una riforma senza nutrire alcun “risentimento” verso il Concilio.

Questa distinzione non è secondaria. È una questione di correttezza metodologica.

Una posizione teologica deve essere confutata per ciò che realmente sostiene, non attraverso l’attribuzione di una motivazione psicologica o ideologica che non necessariamente le appartiene.

  1. La questione non è “Vetus Ordo contro Novus Ordo”

Forse è proprio questo il punto nel quale occorre sottrarsi alla polarizzazione.

Il problema liturgico non può essere ridotto allo schema: «Vetus Ordo = tradizione / Novus Ordo = modernità». Ma non può essere nemmeno rovesciato nell’equazione secondo cui il Vetus Ordo sarebbe semplicemente una «fiction» nostalgica, mentre il Messale riformato rappresenterebbe, senza ulteriori precisazioni, la tradizione autentica. 

Entrambi gli schemi sono troppo semplici per rendere conto della complessità della storia liturgica.

La liturgia non è un manufatto prodotto una volta per tutte e neppure un oggetto che ogni epoca può ricostruire secondo i propri gusti. È una realtà ecclesiale ricevuta, celebrata, trasmessa e riformata sotto la responsabilità dell’autorità della Chiesa.

Proprio per questo, la riforma non può essere separata dalla tradizione e la tradizione non può essere trasformata in un pretesto per negare la legittimità della riforma.

La vera questione teologica è allora molto più profonda: quale rapporto esiste fra continuità e riforma nella vita liturgica della Chiesa?

  1. Una conclusione necessaria

Non mi interessa, dunque, contrapporre Benedetto XVI a Francesco, né trasformare Paolo VI in un antagonista di Giovanni XXIII o di Pio V.

Mi interessa piuttosto evitare che la storia venga utilizzata come una costruzione retrospettiva destinata a dimostrare una tesi già decisa.

Summorum Pontificum appartiene alla storia della Chiesa, così come vi appartengono Ecclesia Dei, Universae Ecclesiae e Traditionis Custodes. La disciplina è cambiata con Traditionis Custodes, promulgato da Francesco nel 2021, e questo mutamento costituisce il quadro normativo di riferimento per la questione che qui stiamo esaminando. Si tratta di un dato ecclesiale che non può essere ignorato. Ma proprio perché riconosciamo l’autorità della Chiesa nel disciplinare la liturgia, non abbiamo bisogno di trasformare in “fiction” tutto ciò che ha preceduto la disciplina attuale.

Il compito del teologo e dello storico non consiste nel costruire una genealogia che conduca necessariamente al proprio punto di arrivo. Consiste piuttosto nel distinguere, documentare e comprendere.

Per questo continuo a ritenere che la questione del Vetus Ordo meriti qualcosa di più di una contrapposizione fra nostalgia e progresso, fra tradizione e riforma, fra fedeltà e risentimento.

Merita una seria riflessione sulla natura della tradizione liturgica, sulla continuità della lex orandi, sull’autorità della Chiesa nel riformare i libri liturgici e, soprattutto, sul rapporto fra riforma, continuità e sviluppo della tradizione.

È su questo terreno, e non su quello delle “fiction”, che a mio avviso dovrebbe svolgersi il vero confronto teologico.

Perché una tesi forte non diventa più vera quando viene accompagnata da una narrazione forte. Diventa vera soltanto se la storia, le fonti e l’argomentazione riescono realmente a sostenerla.

 


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