Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Che cosa sarebbe successo nella mia città se, durante il ventennio, due studenti del liceo classico l’ultimo giorno dell’anno scolastico 1938/39 (cioè dopo le leggi razziali) avessero esposto da una finestra della scuola un cartello con una scritta del tipo «anche gli ebrei sono italiani»?
Oggi credo di immaginarmelo meglio, grazie ad un minimo fatterello di cronaca su cui vedo che qui da noi si sta facendo un’evidente (e a suo modo istruttiva) forzatura politica. Quel che sarebbe accaduto allora sarebbe stato qualcosa di quantitativamente molto più pesante, ma qualitativamente analogo (per non dire uguale) alla reazione che oggi trovo perfettamente rappresentata dall’articolo di un giornale locale che di seguito trascrivo integralmente, a edificazione dei lettori del piccolo blog. (Il link alla fonte, per chi vuole controllare è qui) (E qui il servizio di una emittente, ndr)
Il titolo è già allarmante: «Scritta razzista al liceo: puniti due studenti con 6 in condotta e tesina rieducativa». Solo che proprio sotto al titolo c’è una foto che permette un riscontro diretto col fatto. E il fatto è che i due malcapitati su quel telo appeso alla finestra hanno scritto: «l’Italia agli italiani». Ora, per definire razzista un’espressione del genere bisogna o ignorare il significato del termine “razzista” oppure soffrire di un rilevante disturbo cognitivo. «L’Italia agli italiani», infatti, è un motto che si può criticare in molti modi e da molti punti di vista; lo si può considerare uno slogan privo di contenuto, si può mettere in risalto negativamente la sua connotazione politica, si può definirlo “nazionalista”, ma non razzista: se le parole continuano ad avere un senso, in quelle tre di razzismo non ce n’è. (Per inciso, da internet scopro che «L’Italia agli italiani» è anche il titolo di un libro di Daniele Manacorda, archeologo e esperto di problemi relativi alla conservazione dei beni culturali, pubblicato qualche anno fa senza scandalo alcuno. Si dovrà punire anche l’illustre studioso? E con Massimo d’Azeglio, responsabile della famigerata dichiarazione programmatica «fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani», come ci regoliamo? Riesumazione, processo postumo, gogna mediatica e rogo?).
In realtà, nella mentalità perfettamente rispecchiata dell’articolo – a suo modo esemplare come ‘manifesto’ di una certa posizione ideologica e politica oggi dominante, almeno qui da noi – “fascisti e razzisti” sono i due ragazzi responsabili del gesto, ed essendo fascisti loro, fascista e razzista è per principio tutto ciò che dicono e fanno. Ok, ma ci rendiamo conto che se si ragiona così e le affermazioni vengono valutate non in se stesse ma pro qualitate personarum, a seconda di chi le fa, si entra in una logica discriminatoria e si fa presto a scivolare giù per una china pericolosissima che conduce dritti … proprio al fascismo?
L’antifascismo, quello vero (perché gli altri sono forme mascherate di fascismo), è solo quello dell’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana (che abbiamo commemorato l’altro giorno) che limpidamente afferma: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». Non è difficile, non è ambiguo, non è interpretabile: «tutti» vuol dire tutti (compresi i ‘fascisti’, mi dispiace ma è così); un «diritto» non è una concessione, un privilegio, un’opzione che qualcuno può allargare o restringere a seconda delle opportunità; «liberamente» vuol dire che ognuno manifesta come vuole «il proprio pensiero» (che vale quanto la testa che lo ha concepito, quindi può anche non valere niente; non importa). Certo, ci sono dei limiti a questo aureo principio di assoluta libertà della manifestazione del pensiero, ma, se non si vuole negare il principio stesso, essi devono restare eccezioni, tassativamente delimitate per legge e solidamante giustificate da altri principi di rango costituzionale. L’articolo 21 ne indica soltanto uno, che mette all’ultimo comma: «Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume», e paradossalmente è anche il vincolo oggi più disatteso: capisco che sia diventato assai problematico definire il concetto di “buon costume”, tuttavia certe porcate ci potrebbero essere risparmiate. Altri limiti che l’ordinamento deve prevedere sono quelli relativi ai casi in cui la manifestazione del pensiero assume una connotazione performativa, diventando, in qualche modo, essa stessa una forma di azione delittuosa: è il caso, tipicamente, dell’istigazione a delinquere e dell’apologia di reato; e quelli in cui il diritto alla libera manifestazione del pensiero si scontra con altri diritti che tutelano beni meritevoli di tutela giuridica, come ad esempio può avvenire nel caso (peraltro già più controverso) dell’ingiuria e della diffamazione.
Al di fuori di queste eccezioni, la libertà di manifestazione del pensiero o viene tutelata integralmente oppure semplicemente non esiste. Non dovrebbe essere difficile da comprendere, ma vedo con stupore che oggi molte persone non lo capiscono: “io sono per la libertà, ci mancherebbe, tutti devono potersi esprimere; il confronto anche aspro (obbligatorio mettere questa precisazione, che fa vedere quanto si è aperti!) è una cosa bellissima … ma questo no, non lo ammetto!”. Il che equivale a dire: “sono favorevole alla libertà di manifestazione di ogni pensiero che non dispiaccia troppo a me”. A questo punto, però, la differenza tra un regime illiberale (quindi in senso lato “fascista”) e una società libera è soltanto di ordine quantitativo, non qualitativo. Anche nel più totalitario dei regimi c’è libertà di manifestazione del pensiero, solo che è un pensiero unico, quello voluto dal potere. Nel giugno del 1939, i miei due immaginari studenti del regio Liceo ginnasio Monti di Cesena, sarebbero stati liberi di dire che gli ebrei non erano italiani, dopo che con le leggi razziali il regime aveva così deciso. E potevano dire altre cose, del tipo “Mussolini ha sempre ragione”, ma non molte; nelle nostre società ‘democratiche e liberali’ le cose che si possono dire sono assai più numerose, ma se non viene più tutelata la libertà di ‘pensare male’, cioè la libertà del ‘pensiero aberrante’, quello che ripugna alla maggioranza, quello che, sul piano culturale e della dialettica democratica, noi stessi crediamo che si debba combattere con tutte le forze, allora la libertà di pensiero semplicemente non esiste più e siamo già dentro un regime illiberale. Il pensiero aberrante, in tutti i campi e in tutte le forme, va contrastato culturalmente con un pensiero migliore, ma non va mai, mai represso con la forza, punito come un crimine, sanzionato con l’odio sociale nei confronti di chi lo esprime. Altrimenti siamo già nella logica del fascismo. Certo, un fascismo light, a basso contenuto di grassi saturi, gluten free, senza lattosio né olio di palma, equo e solidale, e tutte le altre belle cose che volete voi, ma sempre fascismo è.
Certo, i due immaginari studenti ‘malpensanti’ del regio liceo ginnasio sarebbero andati incontro a conseguenze ben più gravi e io non le voglio assolutamente mettere sullo stesso piano di un sei in condotta e di una «tesina rieducativa» (che comunque mi fa accapponare la pelle), però, per rendervi conto che abbiamo realmente un problema, per favore leggete il testo dell’articolo, prestando attenzione al suo stile e al suo linguaggio, tenete a mente che stiamo parlando semolicemente di un telo su cui stava scritto «l’Italia agli italiani» e niente di più, e immaginate quel che avrebbero scritto i giornali del 1939. Poi mi direte.
«Cesena, scritta razzista al liceo: puniti due studenti con 6 in condotta e tesina rieducativa»
«È stata immediata e incisiva la reazione delle istituzioni scolastiche all’esposizione da una finestra del Liceo “Vincenzo Monti” di un lenzuolo con un messaggio intriso di razzismo. Sono stati identificati quasi all’istante due studenti che hanno fatto quel gesto, come hanno ammesso loro stessi in un colloquio avuto con la coordinatrice di classe. Sono ragazzi di quinta, che stanno per affrontare l’esame di maturità, e adesso per loro diventa uno scoglio più impegnativo. Infatti, al termine degli scrutini, che per uno si sono svolti poche ore dopo il fattaccio e per l’altro ieri, si sono beccati un 6 in condotta. Un voto penalizzante, che però, come prevedono le norme più recenti in casi del genere, non impedisce di essere ammessi all’esame. Ma a una condizione: dovranno preparare una tesina scritta su temi attinenti a quello che è successo e di cui sono stati protagonisti in negativo. La coordinatrice di classe ne ha definito il titolo e dovrà essere consegnata prima della prova di italiano, prima tappa dell’esame.»
«Il gesto macchiato di razzismo»
«È accaduto tutto nella tarda mattinata di sabato scorso, in occasione del festoso ritrovo di fine scuola, nel cortile interno del “Monti”, che per le quinte è ormai diventato una tradizione, prima della volata finale verso l’esame. Erano circa 250 i ragazzi e le ragazze di dodici classi che si erano radunati lì.
All’improvviso e inaspettatamente, dalla finestra della saletta infermeria, al secondo piano della scuola, è stato calato un lenzuolo con una scritta nera fatta con la bomboletta spray: “L’Italia agli Italiani”.
È rimasta visibile per pochi minuti, perché la reazione è stata immediata, sia da parte dei docenti presenti, sia dei rappresentanti d’istituto. Alla fine, sono state due ragazze e un ragazzo a salire su per provvedere materialmente a togliere quello scempio. Ma in generale gli allievi e le allieve hanno mostrato maturità e senso civico, senza dar corda ai due compagni di scuola balordi».
«Polizia al liceo, lenzuolo sparito»
«Anche la Polizia si è recata al liceo, prima di tutto in cerca del lenzuolo “incriminato”, che però è stato fatto sparire. Ma non ce n’era bisogno per appurare i fatti: non solo la scena è avvenuta davanti a tanti sguardi sbigottiti, ma qualcuno dal basso ha avuto la prontezza di documentarlo con un breve video. Inoltre, i due studenti a cui sono state appioppate le misure disciplinari hanno ammesso le loro responsabilità.»
«La dirigente scolastica»
«La dirigente scolastica. Maria Silvia Arcuti, è amareggiata, perché al “Monti” si fanno tante attività che vanno nella direzione dell’inclusione, esattamente il contrario del messaggio tossico mostrato. Al tempo stesso, si dice però rassicurata dalla reazione immediata e doverosa che c’è stata da parte di tutti, appena è apparsa la scritta. E sottolinea la grande rapidità con cui si sono identificati gli autori e si sono presi i provvedimenti del caso.»
«Testimonianza studentesca»
Caterina Faedi, militante della Rete degli Studenti Medi di Cesena e liceale del “Monti”, che ha contribuito a rimuovere lo striscione, riferisce che l’esibizione di quel messaggio non è stato un gesto estemporaneo: «Chi lo ha esposto non ha mai nascosto le proprie posizioni razziste e fasciste all’interno della scuola. Durante l’anno scolastico si sono verificati episodi di inneggiamento al fascismo, comportamenti razzisti e prese di posizione fortemente antisemite. Situazioni che non dovrebbero trovare alcuno spazio nei luoghi della formazione e che hanno raggiunto il loro punto più alto proprio nell’ultimo giorno di scuola». C’è inoltre chi segnala l’uso di abiti con simboli come le croci celtiche, portati a scuola come se nulla fosse.
«I docenti»
«Intanto, in una lettera inviata ieri, i docenti del Liceo “Monti” hanno voluto evidenziare che «lo striscione, e l’odioso messaggio che recava, è stato immediatamente rimosso, per volontà degli studenti e dei docenti presenti, che appena hanno realizzato cosa stava succedendo sono intervenuti. Ai nostri occhi, la pronta reazione di condanna della comunità scolastica, e soprattutto di allievi e allieve, sorpassa in valore e peso la gravità del gesto compiuto da pochi. Pochi, che la scuola ha provveduto a individuare e sanzionare con gli strumenti previsti dalla normativa in vigore». Poi allargano la riflessione oltre questa specifica vicenda, difendendo il lavoro educativo svolto: «La storia del Liceo “Monti” parla chiaro: da oltre 160 anni la nostra scuola è uno spazio aperto al confronto e al dialogo, anche vivace, in cui non c’è posto per l’odio verso la diversità. Al contrario, consideriamo le differenze un valore prezioso per la crescita culturale e, soprattutto, umana dei nostri studenti. Di anno in anno, i ragazzi trovano nel “Monti” un ambiente accogliente e inclusivo, capace di valorizzare la provenienza di ciascuno e di trasformarla in un’opportunità di arricchimento reciproco». [G.P. Castagnoli, in Corriere Romagna 9-6-26]
Leonardo Lugaresi
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