La primavera di Praga

La primavera di Praga

 

 

di Sabino Paciolla

 

Padre Jozef Zverina nasce 3 maggio 1913 a Stritezi u Trebice, in Moravia. Dopo gli studi filosofico-teologici svolti all’università lateranense di Roma, durante gli anni della seconda guerra mondiale, fu internato in un campo di concentramento tedesco. Questo fu il primo impatto con il potere totalitario, quello nazista. Un secondo lo ebbe con il regime comunista cecoslovacco negli anni Cinquanta, quando il 24 gennaio 1952 fu arrestato e condannato a 22 anni di carcere per “spionaggio e alto tradimento”. Inizialmente viene rinchiuso nell’antica fortezza di Mirov, in Moravia: “Nelle celle eravamo tutti mischiati, preti e laici, prigionieri politici e carcerati comuni. Ci costrinsero a lavori diversi(…). Al termine dei primi tre mesi di prigionia fui di nuovo condotto in manette a nuovi interrogatori: non ne ho mai saputo il perché (…). L’interrogatorio durò nove mesi, in isolamento assoluto. Dopodiché, venni trasferito al Campo 4, nella regione di Jachimov dove il lavoro forzato consisteva nell’estrarre minerali di uranio che venivano poi trasportati in Unione Sovietica: partivano due o tre convogli ferroviari al giorno. Durante le operazioni di carico, passavano per le mie mani da 40 a 60 tonnellate al giorno. Poi venni trasferito in un campo di lavori forzati meno duro fisicamente, ma assai più pericoloso: vi si producevano dei preparati per esperimenti di laboratorio per conto dell’Unione Sovietica. Non c’era nessun sistema di protezione contro le irradiazioni, la polvere e il gas radon (uno dei gas rari, che si forma ed emana da elementi radioattivi)”.

Graziato dopo 15 anni, fu costretto all’isolamento alla periferia di Praga. In questo periodo formò clandestinamente molte persone alla sua «teologia dell’agape». Divenne una delle personalità più autorevoli della rinascita religiosa e civile in Cecoslovacchia. Collaboratore del cardinal Tomasek, nel 1977 sottoscrisse il documento n. 1 di “Charta 77” e nel dicembre 1989, durante l’imponente manifestazione popolare a Praga, Vaclav Havel lo invitò a parlare davanti a una folla di oltre mezzo milione di persone. Nel samizdat presentava le vicende della Chiesa universale, e intanto allacciava contatti con alcuni cristiani dell’Occidente ai quali dedicò una sua  famosa lettera. 

La sua Lettera ai Cristiani d’Occidente del 1970, che presento piu sotto, divenne un testo di riferimento per chi in quegli anni aveva particolarmente a cuore il destino della persona tanto in Occidente quanto in Oriente. 

La lettera di Zverina dalla Cecoslovacchia arriva in maniera rocambolesca in Italia, dove viene pubblicata per la prima volta in Occidente. Infatti,  Zverina la consegnò a Massimo Guidetti, storico milanese allora giovane ricercatore a Praga, il quale la tradusse e la portò in Italia a don Giussani, che la fece pubblicare e diffondere. Siamo nel 1970. Zverina, sotto l’esperienza della dittatura comunista, fu messo a dura prova. In quelle circostanze maturarono in lui le domande esistenziali più profonde e trovò sostegno nella fede. E fu proprio quella esperienza che lo spinse ad indirizzare quella lettera ai cristiani dell’Occidente poiché, ai suoi occhi, stavano smarrendo la loro identità cristiana. A suo parere i cristiani di Occidente apparivano affogare nella vita agiata e nel lusso del consumismo, annacquando quanto di più caro avevano ricevuto: la fede in Cristo. In una parola si stavano omologando. 

Questa lettera è ancor più importante per noi oggi perché viviamo in un clima accentuatamente esposto al politically correct, dentro e fuori la Chiesa. 

Come scriveva Zverina: “Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo”.

E’ per questo che la propongo. 

 

Don Francesco Ricci (a sinistra) e padre Josef Zverina

Don Francesco Ricci (a sinistra) e padre Josef Zverina

 

«Fratelli, voi avete la presunzione di portare utilità al Regno di Dio assumendo quanto più possibile il saeculum, la sua vita, le sue parole, i suoi slogans, il suo modo di pensare. Ma riflettete, vi prego, cosa significa accettare questa parola. Forse significa che vi siete lentamente perduti in essa? Purtroppo sembra che facciate proprio così. È ormai difficile che vi ritroviamo e vi distinguiamo in questo vostro strano mondo. Probabilmente vi riconosciamo ancora perché in questo processo andate per le lunghe, per il fatto che vi assimilate al mondo, adagio o in fretta, ma sempre in ritardo. Vi ringraziamo di molto, anzi quasi di tutto, ma in qualcosa dobbiamo differenziarci da voi. Abbiamo molti motivi per ammirarvi, per questo possiamo e dobbiamo indirizzarvi questo ammonimento. 

“E non vogliate conformarvi a questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, affinché possiate distinguere qual è la volontà di Dio, ciò che è bene, ciò che gli è gradito, ciò che è perfetto” (Rm 12,2). 

Non conformatevi! Mè syschematízesthe! Come è ben mostrata in questa parola la radice verbale e perenne: schema. Per dirla in breve, è vacuo ogni schema, ogni modello esteriore.
Dobbiamo volere di più, l’apostolo ci impone: “cambiare il proprio modo di pensare in una forma nuova!” – metamorfoûsthe tê anakainósi toû noùs. Come è espressiva e plastica la lingua greca di Paolo! Di contro a schêma o morphé – forma permanente – sta metamorphé – cambiamento della creatura. Non si cambia secondo un qualsiasi modello che è comunque sempre fuori moda, ma è una piena novità con tutta la sua ricchezza (anakainósis). Non cambia il vocabolario ma il significato (noûs). 

Quindi non contestazione, desacralizzazione, secolarizzazione, perché questo è sempre poco di fronte alla anakaínosis cristiana. Riflettete su queste parole e vi abbandonerà la vostra ingenua ammirazione per la rivoluzione, il maoismo, la violenza (di cui comunque non siete capaci). 

Il vostro entusiasmo critico e profetico ha già dato buoni frutti e noi, in questo, non vi possiamo indiscriminatamente condannare. Solo ci accorgiamo, e ve lo diciamo sinceramente, che teniamo in maggior stima il calmo e discriminante interrogativo di Paolo: “Esaminate voi stessi per vedere se siete nella fede, fate la prova di voi medesimi. O non conoscete forse neppure che è in voi Gesù Cristo?” (2 Cor 13,5).

Non possiamo imitare il mondo proprio perché dobbiamo giudicarlo, non con orgoglio e superiorità, ma con amore, così come il Padre ha amato il mondo (Gv 3,16) e per questo su di esso ha pronunciato il suo giudizio. 

Non phroneîn – pensare -, e in conclusione hyperphroneîn – arzigogolare -, ma sophroneîn – pensare con saggezza (Cfr. Rm 12,3). Essere saggi così che possiamo discernere quali sono i segni della volontà e del tempo di Dio. Non ciò che è parola d’ordine del momento, ma ciò che è buono, onesto, perfetto. 

Scriviamo come gente non saggia a voi saggi, come deboli a voi forti, come miseri a voi ancor più miseri! E questo è stolto perché certamente fra di voi vi sono uomini e donne eccellenti. Ma proprio perché vi è qualcuno occorre scrivere stoltamente, come ha insegnato l’apostolo Paolo quando ha ripreso le parole di Cristo, che il Padre ha nascosto la saggezza a coloro che molto sanno di questo (Lc 10,21)»

 





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