Francesco Boezi, giornalista del Giornale.it, del quale abbiamo recensito l’ultimo suo libro su Benedetto XVI (qui), ha intervistato Zarish Imelda Neno per il sito Occhi della guerra, giovane pakistana cristiana, che noi conosciamo bene in quanto collabora dal Pakistan con il nostro blog (vedi qui e qui). Crediamo sia utile riprendere questa intervista.

Foto: cristiani in Pakistan

Foto: cristiani in Pakistan

Zarish Neno è un’attivista pakistana. Lavora, da cristiana, in un centro a Faisalabad, dove cinquanta bambini studiano nonostante le condizioni economiche non lo permetterebbero. Scrive da freelance su blog e siti italiani al fine di far conoscere lo stato delle cose. Una volta appresa la sua vicenda personale, possiamo già dire che tutto quello che fa è mosso dal coraggio. Zarish racconta storie poco “mainstream”, ma che sommate costituiscono la narrazione di una persecuzione: quella cui sono sottoposti molti cristiani pakistani.

Zarish, tu sei un’attivista cristiana in Pakistan. Qual è la situazione nella vostra nazione?

“Il Pakistan è uno Stato islamico. I cristiani costituiscono solo l’1% della popolazione totale. La maggioranza dei cristiani è costituita da persone povere. E anche se sulla nostra carta d’identità c’è scritto ‘pakistani’, ci sentiamo comunque immigrati in questo luogo che usiamo chiamare ‘casa nostra’. Subiamo persecuzioni (sia fisiche che mentali) e siamo discriminati nei luoghi di lavoro. Le nostre vite sono sempre a rischio: basta una parola o un gesto. Puoi diventare una vittima di attacchi suicidi, per esempio. Ma, nonostante tutto, continuiamo a definirci cristiani e a vivere la nostra fede in mezzo alle difficoltà”.

Com’è andato quest’ultimo Ramadan? Ci sono stati episodi d’intolleranza? Pare che durante quel periodo la vita dei cristiani pakistani divenga ancora più difficile…

“Nel mese di Ramadan mi sono recata da  mia cugina, a Faisalabad. Un giorno, mentre parlavamo, lei ha voluto condividere con me le difficoltà che sta affrontando nella sua università. Durante una pausa, è entrata all’interno della mensa per prendere qualcosa da mangiare e alcuni ragazzi musulmani hanno iniziato a urlare: ‘Rozay ka koi ehteram nahi’ , che tradotto vuol dire: ‘Non hai rispetto per il nostro digiuno’. L’hanno costretta a non mangiare.  Come vedi anche noi, in fin dei conti, dobbiamo rispettare il Ramadan. Ai cristiani non è permesso mangiare, bere o fumare in pubblico durante questo periodo. Mia cugina non è stata multata e non è finita in carcere. Cosa che invece può accadere. Sempre durante il Ramadan, riceviamo offerte da parte di aziende (in relazione al mese del digiuno islamico ndr.)oppure ci viene richiesto di scaricare contenuti religiosi”.  

Cosa fa nello specifico il vostro centro? Aiutate i bambini cristiani?

“Il nostro centro, ‘Jeremiah Education Centre’, è nato per aiutare i bambini cristiani che sono spesso privati del diritto allo studio.  Assistiamo 50 bambini di un’età compresa tra i 3 e i 14 anni in modo che possano liberarsi dalla povertà. Lo facciamo coprendo le tasse scolastiche e fornendo libri, divise scolastiche e borse. Il centro offre anche attività extra-curriculari, mentoringe catechismo per aiutare la crescita psicologica e spirituale dei bambini. Poniamo un’enfasi particolare nell’ educazione e nell’empowerment delle ragazze, soprattutto per quelle che i genitori vorrebbero abortire o buttare nella spazzatura”.

Non hai paura di diventare un’altra Asia Bibi?

“Quando parlo o scrivo della situazione dei cristiani nel mio Paese, provo un po’ di paura. Però sono sempre attenta e scrivo con prudenza. Quindi, spero e prego che non mi troverò in una situazione simile a quella di Asia Bibi”.

Hai subito o visto qualche episodio d’intolleranza?

“Sì! Ho dovuto affrontare difficoltà di questo tipo. Ti racconto solo due episodi. Avevo 24 anni e frequentavo un corso di design di moda. La mia insegnante, che era musulmana, mi ha fatto lasciare il corso perché avevo rifiutato di partecipare a un evento religioso. Mi aveva invitato anche sapendo della mia fede cristiana. In un’altra circostanza, ho fatto un colloquio di lavoro per una scuola privata: cercavano un insegnante d’inglese. Chi mi faceva il colloquio ha scoperto che sono cristiana. Ha iniziato a farmi domande tipo: ‘Cosa dice la tua Bibbia sul tema del  perdono?’. Ho chiesto perché mi venisse chiesto questo. La persona in questione mi ha riso in faccia. Mi sono rifiutata di continuare il colloquio e sono andata via”.

Tu vivi a Lahore, cittàteatro di attentati da parte dei jihadisti…

“Un cristiano, come detto, vive nella costante paura di perdere la propria vita. Può succedere in qualsiasi momento. Questo è stato il principale effetto degli attacchi sulla nostra mente. Anche il rumore dei fuochi artificiali ci spaventa. Dobbiamo stare attenti a ciò che diciamo o facciamo, perché qualsiasi cosa può metterci nei guai. Quando andiamo in chiesa, non sappiamo che cosa potrebbe accadere: i terroristi ci attaccano proprio durante la messa. Durante i giorni di festa, come Natale e Pasqua, non possiamo uscire di casa: dobbiamo stare attenti a non diventare oggetto di attacchi. Poi ci sono le discriminazioni a lavoro, nelle università e nella vita quotidiana. A causa della povertà, le nostre ragazze sono costrette a lavorare in luoghi dove possono essere stuprate. Infine, ci sono le forzature per portarci alla conversione. Non c’è nessuna legge o giustizia che ci protegga. Questa è la nostra vita”.

Ho letto di un episodio riguardante tuo fratello. Lo vuoi raccontare di nuovo?

”Mio fratello minore, tempo fa, è uscito con i suoi amici musulmani. Questi lo hanno stretto in un angolo e gli hanno chiesto di leggere la Kalma (la formula per diventare musulmano ndr.). Mio fratello non sapeva a cosa servisse e ha recitato quelle parole. Una volta tornato a casa, non ne ha parlato con nessuno. Il giorno seguente questo ragazzo è tornato a casa nostra e ha comunicato a mia madre, non senza orgoglio, di aver convertito suo figlio in un musulmano. Parole che hanno fatto molto arrabbiare mia mamma: ‘Abbiamo mai provato a convertirti?’, ha detto al ragazzo. Mio padre è intervenuto per fermarla. Siamo dovuti rimanere chiusi in casa per settimane così che la situazione potesse calmarsi”.

Tu hai studiato in Italia. Vorresti tornare qui per scappare dalla persecuzione?

“Non ho mai pensato di scappare dalla persecuzione. Prego e spero per la mia sicurezza e per la sicurezza di tutti i cristiani. Prego anche per la pace tra noi e i musulmani”-

Vuoi fare un appello all’occidente?

“Quando in Pakistan, o in qualsiasi altra parte del mondo, accade qualcosa a un cristiano, arrivano notizie sui giornali e sui social network. Ho visto i nostri fratelli e sorelle occidentali scrivere commenti  tipo ‘Cosa possiamo fare per loro?’. Oppure: ‘Le nostre preghiere sono con voi’. Il mio appello a loro è questo: non scrivete solo commenti e non pregate soltanto. Lo apprezziamo, ma vorremmo che faceste qualcosa di più per noi. Alzate la vostra voce e agite! Fate del vostro meglio per aiutarci affinché la nostra situazione migliori. Abbiamo molto bisogno di voi”.

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