Zuppi Matteo Maria, cardinale
Sua Eminenza Matteo Zuppi

 

 

di Sabino Paciolla

 

Il card. Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), è tornato a suggerire ai politici italiani di “trovare una via di mediazione” sul tema del suicidio assistito. Questa affermazione si pone in netta contraddizione con la posizione ferma assunta di recente dai vescovi della sua stessa regione, l’Emilia-Romagna.

Questa affermazione del cardinal Zuppi, tutt’altro che sorprendente, non è nuova. Il cardinale è tornato a riproporla nel corso di un’intervista rilasciata al Governatore del Veneto, Luca Zaia, nell’ambito di un podcast creato dal governatore stesso e intitolato Fienile, ascoltabile su Spotify.

Nell’intervista, Luca Zaia va subito al sodo e chiede a bruciapelo a Zuppi: «Eminenza, passando alla questione del fine vita…». Il cardinale mette subito in chiaro la dottrina: «La Chiesa resta contraria a eutanasia e suicidio assistito…». Il governatore però insiste: «Sì, ma esiste una sentenza della Consulta, che prevede ipotesi precise in cui si può chiedere l’aiuto a morire, senza che questo costituisca reato». «E nonostante la sentenza sia del 2019 — aggiunge — non c’è ancora una legge. Lei che cosa direbbe a un malato terminale che implora il suicidio assistito?». Il vescovo di Bologna in parte conviene: «So bene che chi è malato non aspetta la legge. Ci sono anche le Regioni che vanno in ordine sparso… E infatti dico che la politica dovrebbe trovare una mediazione». È, in sostanza, la linea della Conferenza Episcopale Italiana: la Chiesa non sarà l’alibi del Parlamento, sottolinea il Corriere della Sera: «E sì — conclude don Matteo —, mi è capitato di incontrare malati che volevano andarsene. In questi casi occorre rispetto, l’unica scelta che puoi fare è stare vicino a chi soffre, il che non significa rinunciare ai propri principi».

È noto che la posizione del Governatore del Veneto, Luca Zaia, sia favorevole al suicidio assistito. In un’intervista ad Avvenire ha dichiarato:

Certo, è noto da anni. Io penso che in Italia bisogna uscire da una grande ipocrisia. Il fine vita è una realtà. È una condizione di nostri concittadini sofferenti. E c’è una sentenza della Corte costituzionale che ha dato non una mano, ma quattro mani ai legislatori. Ci ha detto che si può chiedere una morte assistita in presenza di una diagnosi infausta, di grave sofferenza fisica e psichica, del mantenimento in vita attraverso supporti vitali, della capacità di intendere e volere. Far finta che questo non esista, che la Corte non abbia parlato e ripetutamente sollecitato una legge, è una grande ipocrisia.

Luca Zaia si dichiara cattolico. Infatti afferma:

Ci mancherebbe. Sono un credente. Sottoscrivo quanto ha detto il Papa sull’accompagnamento. Quanto mi ha detto Zuppi sull’accanimento terapeutico. Comprendo perfettamente le parole da pastore del Patriarca (di Venezia, mons. Francesco Moraglia, ndr). A loro ho detto, ho scritto, con massima umiltà, di andare a conoscere le storie delle persone che chiedono di essere accompagnate alla morte. Sono storie di lancinante dolore. Non sono persone che non comprendono il valore incommensurabile della vita.

Come accennato all’inizio dell’articolo, la presa di posizione del cardinal Zuppi si pone in netta contraddizione con quella espressa pochi giorni prima dai vescovi della sua stessa regione. Il 23 luglio, infatti, i vescovi dell’Emilia-Romagna hanno fortemente criticato la nuova normativa regionale che disciplina il suicidio assistito. L’Emilia-Romagna è così diventata la terza regione italiana, dopo la Toscana e la Sardegna, ad adottare una normativa specifica in materia in assenza di una legge nazionale.

La dichiarazione dei vescovi è consultabile sul sito dell’Arcidiocesi di Bologna.

I presuli ricordano di aver già espresso preoccupazione nel febbraio 2024, quando la proposta era ancora un decreto amministrativo, ribadendo oggi le stesse parole di allora: “il valore della vita umana si impone da sé in ogni sua fase, specialmente nella fragilità della vecchiaia e della malattia”, sottolineando che procurare la morte, in forma diretta o assistita, “contrasta radicalmente con il valore della persona, con le finalità dello Stato e con la stessa professione medica”.

Pur riconoscendo che la legge prevede l’obiezione di coscienza per il personale sanitario, i vescovi ne chiedono l’estensione ai farmacisti. Inoltre, ribadiscono che “l’importanza delle cure palliative – che in realtà dovrebbero essere una pre-condizione e non una semplice informazione data al paziente – non è la risposta al vero problema che la malattia e la sofferenza pongono all’essere umano. Al contrario, in questi momenti la persona ha bisogno di essere accompagnata e sostenuta da coloro che sappiano condividere questa fase della vita e i suoi interrogativi e anche da quelle cure palliative che, se fossero assicurate a tutti, garantirebbero sollievo e sostenibilità nella malattia e nel dolore”.

Il provvedimento, a giudizio dei vescovi, rischia inoltre di aprire la strada a futuri allargamenti, alimentando una cultura dell'”inutilità” della vita fragile e un’idea di autodeterminazione che isola la persona in una dimensione privata, a scapito della relazione con gli altri.

Nella nota, i vescovi esprimono vicinanza e preghiera per i malati e le loro famiglie, e si uniscono ai colleghi toscani nel ribadire che non esiste un “diritto di morire”, ma solo il diritto di essere curati.

Infine, notano che la legge è stata approvata nel giorno di Sant’Apollinare, patrono della regione, e nella Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani, a cui affidano l’impegno per un mondo in cui nessuno sia costretto a chiedere di porre fine alla propria vita.

Come conciliare le dichiarazioni del cardinal Zuppi, che da una parte affermano: «La Chiesa resta contraria a eutanasia e suicidio assistito…», e dall’altra suggeriscono ai politici, cattolici in particolare, di «trovare una mediazione» verso l’approvazione di una legge sul suicidio assistito? Non si accorge il cardinal Zuppi che le sue dichiarazioni contraddittorie, che a molti appaiono ambigue, rischiano di sollevare interrogativi sulla coerenza della testimonianza pubblica della Chiesa in Italia? E il Vaticano, cosa dice?

 

 

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