Robert Barron, vescovo ausiliare di Los Angeles
Robert Barron, vescovo ausiliare di Los Angeles

 

di Nicola Lorenzo Barile

 

Lo scorso 2 marzo, il vescovo ausiliare di Los Angeles Robert Barron ha pubblicato sul suo sito web Word on Fire uno short statement dal titolo solenne ma, a prima vista, un po’ criptico: The Evangelical Path of Word on Fire. Il vescovo Barron (1959-) è certamente meno noto al grande pubblico del titolare della sua diocesi, nonché presidente della Conferenza episcopale statunitense, José H. Gomez, assurto agli onori della cronaca, fra le altre cose, per la sua dichiarazione, all’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca (20 gennaio 2021), in cui disse che non poteva far passare sotto silenzio («We cannot stay silent») l’incongruenza delle dichiarate simpatie del cattolico, nuovo presidente americano per le politiche di contenimento delle nascite con l’insegnamento costante della Chiesa in materia di aborto e contraccezione artificiale.

L’ausiliare di Los Angeles è, invece, un sacerdote molto attivo, che alterna sapientemente l’attività di governo della Chiesa con i suoi impegni pastorali, spaziando dalla predicazione tradizionale (memorabile il suo discorso di apertura del World Meeting of Families del 2015 a Philadelphia, in cui spiegava brillantemente che la famiglia è la più grande forma di umanesimo),  alla presenza sui social (è fondatore ed animatore di Word on Fire Catholic Ministries, sito web cattolico molto attivo ed articolato) e in libreria (è prolifico autore di libri di teologia di successo): non è un caso, pertanto, che sia considerato addirittura il «Fulton Sheen» del XXI secolo.  

The Evangelical Path of Word on Fire non poteva passare inosservato, attirandosi subito le censure (ma non solo le loro, come vedremo) dei media vicini a quelli definiti dal vescovo «cattolici beige», oggetto costante delle sue riflessioni, ovvero coloro che hanno incarnato il cattolicesimo liberal dominante negli anni successivi al Concilio Vaticano II e vivono una fede esitante e culturalmente accomodante, in una Chiesa che attenua i suoi tratti (o colori: da qui la metafora del beige) più tipicamente distintivi e smussa prudentemente gli angoli delle questioni più spigolose. Secondo il vescovo Barron, invece, la fede cattolica è molto di più delle insipide liturgie e degli insegnamenti annacquati proposti da questo cattolicesimo beige. Io oppongo, invece, scrive Barron, il cristocentrismo al suo antropocentrismo; un metodo di fare teologia basato sulla Sacra Scrittura, invece che uno sull’esperienza umana; la necessità di resistere alla riduzione del cristianesimo a psicologia e a servizio sociale; un recupero della grande tradizione intellettuale cattolica e, last but not least, un annuncio coraggioso del Vangelo.

Tuttavia, seguendo l’indicazione del suo mentore, il cardinale conservatore di Chicago Francis George (1937-2015), il vescovo Barron sta anche bene attento a non sottovalutare l’indiscutibile conquista del cattolicesimo beige, ovverol’assimilazione del meglio del mondo moderno, concludendo pertanto che quello del cattolicesimo beige èun progetto che sì ha preso le mosse da un’interpretazione ideologica del Vaticano II, inteso dai cattolici beige come mandato per cambiare tutto ciò che nella Chiesa si scontrava con la società moderna, come se, per usare le parole dello slogan degli anni ‘60, fosse il mondo a dover stabilire l’agenda alla Chiesa, ma che risulta ormai datato, secondo lui, perché volto a criticare un cattolicesimo di tradizione ormai presso che scomparso, oltre che aver fallito nella pretesa di adeguare completamente la Chiesa al mondo: infatti, se la Chiesa fornisse una motivazione anche solo vagamente religiosa agli obiettivi e all’azione della società secolare, perderebbe immediatamente la sua anima e si trasformerebbe «in una cheerleader della modernità». Invece, spiega il vescovo Barron, io prendo come mio mentore S. Giovanni Paolo II e, in particolare, la sua interpretazione del Vaticano II come un concilio piuttosto missionario, il cui scopo era quello portare Cristo alle nazioni.

Una settimana dopo il suo intervento, Rebecca Bratten Weiss (una «cattolica beige», evidentemente) ha duramente criticato The Evangelical Path of Word on Fire su National Catholic Reporter, andando ben al di là della piece originaria, come si evince dal lungo titolo della sua replica: Barron’s «beige Catholicism» erases years of racial, social justice activism (Il “cattolicesimo beige” di Barron cancella anni di attivismo razziale e di giustizia sociale, ndr). Innanzi tutto, la signora Bratten Weiss contesta al vescovo Barron l’immagine di insipidezza e fragilità dei «cattolici beige» evocata dalla sua metafora: non tutti, infatti, mettono in discussione il magistero della Chiesa, ma ne sottolineano piuttosto in modo coraggioso insegnamenti non sufficientemente enfatizzati: la dignità dei lavoratori, i diritti dei poveri, il diritto a un giusto salario e all’assistenza sanitaria, gli immigrati, l’immoralità della pena capitale e la cura dell’ambiente.

Si tratta di princìpi fondamentali della fede cattolica, secondo la signora Bratten Weiss, molto più importanti per una fede autenticamente orientata al Vangelo degli insegnamenti della Chiesa invece tradizionalmente contrari alla contraccezione artificiale o alle nozze gay. I cattolici come il vescovo Barron, è la stoccata finale, sembrano piuttosto accontentarsi di ignorare le questioni di giustizia sociale, esaltando gli splendori della storia della Chiesa (per lo più, quelli di una cristianità eurocentrica bianca), sorvolando sulle molte volte in cui non solo essa ha mancato di opporsi all’ingiustizia sociale, ma l’ha persino attivamente appoggiata, come nel pesante coinvolgimento della Chiesa negli abusi del colonialismo e nella violenza della tratta degli schiavi.

Un manifesto politico, dunque, più che una replica, cui non è seguita, che io sappia, alcuna contro-replica, anche perché il vescovo Barron, registrando un podcast per la rivista dei gesuiti America, aveva già avuto parole di condivisione per alcune istanze dei cattolici beige sulla giustizia sociale, niente affatto una virtù di cattolici profetici come Dorothy Day (1897-1980), come sostenuto dalla signora Bratten Weiss, ma una disposizione verso la giustizia (non la più importante, peraltro) già abbozzata da maschi bianchi come Aristotele e successivamente sviluppata e messa a punto da uomini di Chiesa celibi come S. Tommaso d’Aquino e Pio XI nella sua enciclica Quadragesimo Anno (1931).

Mi sembra, inoltre, che non si centri affatto la principale preoccupazione di Barron, che non è solo quella di stigmatizzare il cattolicesimo beige, tant’è vero che ne ha pure per i cattolici di sensibilità opposta a quella dei cattolici beige, definiti «radicalmente tradizionalisti», rimasti vivamente stupefatti, se non fortemente dispiaciuti, dalle riserve mostrate nei loro confronti dal prelato, sentito invece come vicino alle loro istanze (si veda, ad esempio, Eric Sammons, The Beiging of Bishop Barron, su Crisis Magazine, 4 marzo 2021).

Arrabbiati e frustrati, non del tutto ingiustificatamente, secondo il vescovo Barron, per la situazione della Chiesa contemporanea, dominata dal cattolicesimo beige e scossa da scandali, questi cattolici «radicalmente tradizionalisti», andando alla ricerca di precedenti forme culturali di espressione della fede più pure e assolutizzandole una volta per sempre, si rifugiano in una immagine di Chiesa preconciliare, osteggiando tutto ciò che è venuto dopo di essa, a partire naturalmente dal Vaticano II. Paradossalmente, questi cattolici, resistendo all’autorità del papa e negando la validità di un legittimo concilio ecumenico da lui presieduto, rifiutano un atto supremo del magistero universale, rischiando così di mettersi fuori dalla Chiesa: il loro, anche se non beige, è un cattolicesimo contraddittorio e destinato ad avvitarsi su sé stesso, perché mina le fondamenta stesse dell’autorità del cattolicesimo e compromette seriamente la capacità della Chiesa di coinvolgere la cultura in cui si trova.

Come spesso accade, le critiche sono focalizzate principalmente sulla persona: Nessuno dei detrattori del vescovo Barron affronta direttamente l’obiettivo da lui realmente perseguito, impegnati piuttosto a difendere la bontà della propria posizione, come se cattolici beige e cattolici «radicalmente conservatori» appartenessero a due fazioni ben distinte, che cercano di prevalere l’una a discapito dell’altra e non fosse, invece, importante intraprendere la via che porti a unirsi. Non è importante sapere chi vince e chi perde, perché la vera preoccupazione che sta a cuore al vescovo Barron è il difficile conseguimento dell’unità nella Chiesa, non privo di rischi, in parte perché destabilizza le dinamiche da cui cattolici beige e cattolici «radicalmente conservatori» dipendono, in parte perché impone anche di vedere i nostri «nemici» come interlocutori, se non addirittura come amici. Per questo, il prelato diffida di quanti non mostrano alcun interesse a risolvere concretamente le divisioni all’interno della Chiesa ma, anzi, le alimentano, dichiarando risolutamente che non vuole porre solo un problema e speculare astrattamente sulla sua soluzione, ma intende soprattutto contribuire concretamente a quella soluzione.

Il vescovo fa allora la proposta di un cattolicesimo «che infiammi il mondo» (World on Fire, mondo in fiamme), che non si arrenda alla cultura contemporanea, né la demonizzi ma, piuttosto, nello spirito di S. John Henry Newman, la sappia catturare, resistendo a ciò che deve e assimilando ciò che può. Contro i cattolici beige troppo compiacenti, il cattolicesimo «che infiammi il mondo» mette l’accento sull’evangelizzazione, considerandola come opera centrale e importante della Chiesa; contro i cattolici «radicalmente conservatori», si sforza non solo di condannare, ma anche di essere più inclusivo. Cerco di collocare la mia proposta di cattolicesimo «che infiammi il mondo», conclude Barron, sulla via di un cattolicesimo evangelico, il cattolicesimo dei papi santi associato al Vaticano II: un cattolicesimo vivente.

 

 

 

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