Giacomo-Borlone-de-Buschis-Danza-Macabra-1484-1485-Oratorio-dei-Disciplini-Clusone
Giacomo Borlone de Buschis, Danza Macabra, 1484-1485, Oratorio dei Disciplini, Clusone

 

Probabilmente una delle canzoni più belle di sempre, dei Queen e in assoluto: sfuggono, nonostante i sogni, posto, tempo e possibilità (There’s no time for us; There’s no place for us; There’s no chance for us; It’s all decided for us). L’immortalità, paradossalmente, potrebbe essere il problema, se gli altri invece vivono per morire: così nel film cult degli anni Ottanta – Highlander – nella cui colonna sonora c’è appunto Who wants to live forever?

Who wants to live forever?diceva Freddie Mercury – Who dares to love forever
When love must die?
Non si può voler vivere per sempre, se l’amore deve morire. Nessuno può osare. È più cattolica questa disperazione, che la consolazione socratica. La disperazione della morte, che uccide persino l’amore, se non altro apre – o può aprire – al mistero. Al Natale, dove un Dio diventa uomo, per essere dagli uomini rinnegato, deriso, tradito e ucciso. E accetta la morte, come Sacrificio di espiazione, per ridonare la possibilità di amare per sempre. Restituisce l’amore a se stesso, ristabilendo la naturale possibilità umana di non morire. Perché nell’ordine creazionistico di Dio, questo era “naturale”: non morire, accedere alla beatitudine celeste senza conoscere la morte (salario del peccato).

In verità, la morte è profonda contraddizione. Spesso è vissuta come ingiustizia. La morte di un innocente, la morte di un figlio nel proprio grembo, la morte subita per violenza. Quella di un proprio familiare, la propria, quella di un bambino innocente ucciso dagli stessi genitori, quella di una donna violentata e gettata come immondizia, quella milioni si dimenticati e sfruttati nel sistemi aberranti di peccato. La morte è la forza che Satana vanta contro Dio, quando gli è concesso di distruggere e profanare. La morte è la vittoria del serpente nell’Eden. La morte, come il dolore sono mali fisici, conseguenza del male morale, cioè del peccato. La morte è la pena che subiamo a causa della colpa. Non è l’esistere ad essere una colpa o una prigionia o una illusione. L’esistere è sempre un bene. È sempre una creazione divina dell’anima, chiamata all’eternità e affidata ad un angelo custode. A priori e a prescindere da qualsiasi altra considerazione. Colpevole è l’uomo, nella colpa del peccato originale. E la pena è il morire, che resta anche nel perdono della colpa.

Nonostante molti equiparino l’etica cristiana con quella greca, già soltanto valutando l’opposta visione della morte, si capirebbe l’estrema difficoltà del confronto. Socrate attendeva filosoficamente il morire e intendeva la filosofia come “preparazione alla morte”: perché averne paura sarebbe stolto, considerando che o la morte è un eterno sonno senza sogni, oppure una nuova condizione beata. Gli faranno eco gli Stoici, nel periodo ellenistico, forti di una visione che faceva di Dio il principio attivo, logico e vivificante dell’universo. Il saggio è colui che si uniforma al tutto, vive secondo natura e secondo ragione, imperturbabile alle singole e particolari vicende della vita, perché tutto risponde alla necessità razionale del cosmo divino. La morte è una condizione naturale, attraverso cui la scintilla del proprio logos torna nel Logos universale. In epoca romana, Seneca consolerà Marcia per la perdita del figlio, invitandola a meditare sulla vita beata che ora conduce il figlio, liberato dalla catene della carne; pochi secoli prima Epicuro fondava una scuola basata sul piacere del vivere come se Dio non ci fosse, senza curarsi neppure della morte, che sarebbe la semplice fine della vita.

E dire che san Paolo attendeva la resurrezione della carne per poter cantare:  Dov’è, o morte, la tua vittoria? (1Cor 15,55)… Sarebbe quasi ridicolo leggere la vita del fariseo di Tarso come una apathia, una ascesi: lui, che ha piegato la spada della Legge mosaica per impugnare quella della Grazia; lui che ha percorso il mondo per combattere la buona battaglia della fede; lui che è stato beffeggiato dalla sapienza di quel mondo, nella capitale culturale di quel mondo, Atene. Non solo per San Paolo, ma per ogni cristiano, tanto la carne tanto la morte sono questioni serie. E talmente serie da accantonare false consolazioni retoriche, sofismi o pratiche morali volte ad una qualche nullificazione di sé, in attesa di chissà quale Nirvana. La carne non è affatto prigione come per buona parte della tradizione greca o peggio nello Gnosticismo; tanto meno illusione come nella via asiatica. La carne è ciò che ha assunto – in Sé e non universalmente – la Seconda Persona della Trinità; ciò che ha redento e resuscitato. Il Natale è stato l’inizio di tutto ciò.

 

 

Facebook Comments
Print Friendly, PDF & Email