Cari amici di questo blog, nell’ambito del dibattito sul Concilio Vaticano II monsignor Carlo Maria Viganò aveva inviato una risposta alla lettera che padre Thomas Weinandy aveva scritto su Inside the Vatican del 27 luglio 2020.  Padre Thomas Weinandy in quel suo scritto aveva condiviso le preoccupazioni dell’arcivescovo sostenendo tuttavia di essere in  difficoltà nell’indicare il Vaticano II come causa diretta dell’attuale situazione. A sua volta Padre Weinandy ha risposto alla lettera dell’arcivescovo Viganò a lui indirizzata. La risposta è stata pubblicata su The Catholic World Report il 14 agosto 2020 e la propongo nella mia traduzione. La risposta di Viganò a Weinandy non l’avevo pubblicata, per questo la riporto sotto l’intervento di Weinandy che oggi vi presento, riprendendola dal blog Duc in altum di Aldo Maria Valli l’11 agosto 2020. 

ATTENZIONE: Le opinioni espresse nelle lettere sono solo quelle degli autori e non rappresentano necessariamente l’opinione o la posizione del blog e dei suoi collaboratori.

 

Thomas G. Weinandy, OFM, cappuccino, teologo
Thomas G. Weinandy, OFM, cappuccino, teologo

 

Apprezzo molto il fatto che l’arcivescovo Viganò abbia trovato il tempo di rispondere al mio articolo apparso su Inside the Vatican del 27 luglio 2020. Tuttavia, ho trovato la sua risposta, pubblicata il 10 agosto a Inside the Vatican, deludente, perché è stato evasivo, e non ha affrontato i punti da me sollevati, ma piuttosto ha fatto un’ulteriore argomentazione per la sua stessa posizione. Non ha quasi mai menzionato quella che ho definito la “grazia severa” dello Spirito, che ha fatto seguito al Vaticano II, ed è passato completamente sopra a quella che ho definito la “grazia benefica” dello Spirito, che è il risultato diretto del Vaticano II. In questa luce, farò ora la mia risposta alla sua lettera.

In primo luogo, invece di affrontare il mio articolo Dentro il Vaticano, l’arcivescovo porta alla ribalta un articolo che ho scritto per The Catholic Thing (8 ottobre 2019). Lo fa perché pensa di poter rivolgere il mio stesso argomento contro di me, cioè di falsificare quello che ho scritto in Inside the Vatican, e quindi usarlo per promuovere il suo programma altamente ideologico. È una tattica molto intelligente, ma che non funziona.

Nel mio articolo su The Catholic Thing, ho sostenuto che Papa Francesco, pur essendo il Pontefice della Chiesa cattolica, è diventato, a tutti gli effetti, il leader di quegli elementi all’interno della Chiesa che sono al limite dello scisma, come i vescovi della Germania. L’arcivescovo Viganò cerca di interpretare la mia descrizione di questo doppio ruolo come la mia divisione di Papa Francesco (il Pontefice) da Jorge Mario Bergoglio, l'”esuberante” argentino. L’arcivescovo poi sostiene, nella sua lettera a me indirizzata, che lo stesso si può dire del Concilio Vaticano II, cioè che il Concilio, pur essendo un autentico Concilio ecumenico, ha finito per promuovere un’agenda scismatica e persino eretica – i colpevoli essendo Papa Giovanni XXIII e quei vescovi e cardinali a lui legati. Così, come Papa Francesco è sia il Papa della Chiesa, e tuttavia il leader di una chiesa potenzialmente scismatica, così il Concilio è sia un autentico Concilio, sia un Concilio che, attraverso i suoi documenti, ha provocato una chiesa scismatica, che, nel suo insegnamento sulla fede e sulla morale, è contrario ai precedenti Concili e all’insegnamento magisteriale. Così facendo, il Vaticano II ha perso la sua legittimità magisteriale.

C’è un duplice errore nell’analisi molto ingegnosa ma problematica dell’arcivescovo. In primo luogo, la mia analisi di Papa Francesco come rappresentante due ruoli, quello di Pontefice e quello di essere il leader pratico degli elementi scismatici nella Chiesa, non è la divisione di lui in due diverse personalità – quella di Pontefice e quella dell’esuberante argentino. Piuttosto, il problema su cui richiamavo l’attenzione non è che sono due [personalità] in qualche modo schizoide, ma che sono una sola cosa: papa Francesco come autentico pontefice è la stessa persona, lo stesso papa, che incoraggia e permette agli elementi scismatici di radicarsi nella Chiesa. Questa “unicità” è proprio ciò che rende la situazione così pericolosa e preoccupante.

In secondo luogo, nel cercare di usare, in modo fuorviante ed erroneo, la mia analisi di papa Francesco in relazione a un possibile scisma, l’arcivescovo cerca appassionatamente di fornire un’analisi di ciò che è avvenuto al Vaticano II, ma anche questa strategia fallisce. Il Vaticano II non è un’entità [definibile] come un autentico Concilio Ecumenico, e un’altra entità che favorisce lo scisma e l’eresia. Ci possono essere stati tutti i tipi di complotti e di trame prima, durante e dopo il Concilio, ma questo non annulla l’autenticità del Vaticano II.

Ci possono essere stati tutti i tipi di complotti e di trame prima, durante e dopo il Concilio, ma questo non annulla l’autenticità del Vaticano II.

Il Vaticano II non è, per usare il termine dell’arcivescovo, un “Concilio-contenitore” in cui è stata riversata una falsa dottrina. Ciò che conta è ciò che il Concilio ha insegnato, anche se bisogna tener conto, come lo stesso Concilio, dell’autorità magisteriale di ciascuno dei suoi documenti. Come Costituzioni dogmatiche, la Lumen Gentium e la Dei Verbum hanno un’autorità magisteriale molto più grande di quei documenti che si chiamano decreti e dichiarazioni. Ancora peggio, poiché l’arcivescovo vede il Vaticano II come un “Concilio-contenitore” in cui sono stati contrabbandati elementi eretici, lo designa “un Concilio del diavolo”. Se così fosse stato e se così ancora fosse, allora dovremmo ammettere che i Concilii ecumenici non insegnano necessariamente in modo affidabile la fede tramandata dagli apostoli, anche quando un Concilio, compreso il Vaticano II, intende affermare la dottrina definitiva.

Una tale posizione sa di essere il peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo. Si è posto essenzialmente il proprio giudizio su quello del Concilio. Sì, ci possono essere delle ambiguità, ma tali ambiguità non sono uniche nei Concili. C’è sempre stato un certo dare e avere quando si tratta di linguaggio, ma qualunque sia il contenuto noetico in tale linguaggio, esso deve essere interpretato all’interno dell’insegnamento magisteriale e conciliare precedente. Detto questo, l’arcivescovo esagera costantemente l’ambiguità contenuta nel Concilio Vaticano II e, allo stesso modo, trascura costantemente la chiarezza contenuta nel Concilio – spesso in contrasto con le questioni di cui l’arcivescovo è così preoccupato, come il Modernismo.

Inoltre, l’arcivescovo, come già detto, accusa Papa Giovanni XXIII di essere l’istigatore e il leader della farsa che è diventata il “Concilio del diavolo”. Un’accusa così infondata rasenta la calunnia. Papa Giovanni, a suo merito, ha percepito ciò che molti non hanno visto, la terribile necessità che la Chiesa si rinnovi. È stato lo Spirito Santo e non il diavolo a ispirarlo nell’annunciare il Concilio. Inoltre, anche se Papa Giovanni non ha vissuto per vedere le conseguenze del Concilio, in particolare quella che io definisco la “grazia severa dello Spirito”, sono sicuro che non sarebbe stato contento, ma avrebbe riconosciuto che queste aberrazioni manifestavano chiaramente il motivo per cui la Chiesa aveva bisogno di una riforma radicale e di un rinnovamento.

Sì, ci possono essere delle ambiguità, ma tali ambiguità non sono uniche nei Concili.

L’arcivescovo accusa anche papa Paolo VI di non aver semplicemente permesso che i mali che seguirono il Vaticano II continuassero, ma che, nel suo silenzio, in realtà li stava approvando. Anche questa è una falsa lettura della storia. Il mio giudizio è che Papa Paolo VI è stato un po’ debole di carattere, e, essendo stato traumatizzato dal massiccio contraccolpo contro l’Humanae Vitae, e credendo che la maggioranza dei vescovi del mondo non lo avrebbe sostenuto, come non avevano fatto per quanto riguarda l’Humanae Vitae, ha concluso che fosse impotente nel correggere la situazione. Perse la speranza. Tuttavia, in mezzo al caos, dobbiamo ricordare che papa Paolo ha pubblicato la sua lettera enciclica, Sacerdotalis Caelibatus, sul celibato sacerdotale (1967), e la sua Esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi, sull’evangelizzazione, nessuna delle quali promuove l’agenda del diavolo. Sicuramente, il diavolo era ed è ancora abbastanza turbato da quelle [encicliche]. L’Evangelii Nuntiandi di Paolo VI era, è e continuerà ad essere il documento fondamentale per la nuova evangelizzazione, un’evangelizzazione che Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno così strenuamente promosso. Soprattutto, forse, Paolo VI è stato l’autore del “Credo” del Popolo di Dio, che professa in modo bello, chiaro e robusto la vera fede della Chiesa apostolica. Quindi, Paolo VI non deve essere malignato come l’arcivescovo fa. È interessante notare che, mentre è critico nei confronti di Giovanni XXIII e di Paolo VI, l’arcivescovo tace su Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La ragione di tale silenzio, mi sembra, è che non si addica alla demonizzazione del Vaticano II da parte dell’arcivescovo. In accordo con il loro ministero petrino, essi hanno difeso e promosso una corretta interpretazione del Vaticano II, e così hanno favorito un autentico rinnovamento all’interno della Chiesa. Papa Francesco, a mio parere, sembra favorire alcune delle tendenze erronee che l’arcivescovo trova nel Vaticano II. Come è noto, non sono un grande ammiratore di Papa Francesco, ma non lo vedo come un pontefice del Vaticano II. Lo vedo piuttosto come uno il cui cuore non batte all’unisono con [quello dei] padri conciliari.

È interessante notare che, mentre è critico nei confronti di Giovanni XXIII e di Paolo VI, l’arcivescovo tace su Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. La ragione di tale silenzio, mi sembra, è che non si addica alla demonizzazione del Vaticano II da parte dell’arcivescovo.

Voglio ora affrontare quella che considero una componente molto importante dell’accoglienza del Vaticano II – il sensus fidelium – il senso dei fedeli. Dopo il Concilio, molti laici cattolici, uomini e donne, sono stati e sono tuttora scandalizzati e arrabbiati da quanto è avvenuto, soprattutto nelle loro celebrazioni eucaristiche locali. Eppure, in mezzo a tutta questa bolgia, la maggior parte di loro non ha mai dubitato che il Vaticano II fosse un vero Concilio Ecumenico, un’autorevole assemblea gerarchica della Chiesa a cui appartengono. Inoltre, la maggior parte dei laici non ha condannato il Concilio in quanto tale per quanto stava accadendo nelle loro parrocchie. Piuttosto, essi hanno riconosciuto che le aberrazioni che stavano sperimentando erano il prodotto dei loro sinceri ma fuorviati, e spesso stravaganti pastori. Il loro stesso senso della fede confermava, e continua ad affermare, l’autenticità del Vaticano II pieno di Spirito.

L’arcivescovo Viganò vede il Concilio Vaticano II come scismatico, e ancor più come eretico. La mia preoccupazione è che, nella sua lettura radicale del Concilio, l’arcivescovo stia generando il suo scisma. Attraverso i social media onnipresenti, lui, e coloro che esprimono opinioni simili alle sue, stanno conducendo il popolo di Dio, in particolare i giovani, non dentro la Chiesa, ma fuori dalla Chiesa. Questo condurre fuori dalla Chiesa è anche un condurre in una chiesa, una chiesa che essi credono falsamente sia la vera Chiesa. C’è un elitarismo gnostico nell’agenda ideologica dell’arcivescovo – lui e i suoi seguaci sono veramente nella “conoscenza”. Loro “conoscono” la falsità che risiede nel Vaticano II e, sapendo questa falsità, si sono impadroniti della vera fede. Se sembra che l’agenda liberale ultraprogressiva sia opera del diavolo, allora anche l’agenda ultraconservatrice è opera del diavolo. E, in mezzo a queste fazioni in guerra, il diavolo gioisce. L’arcivescovo Viganò, temo, abbia fatto il gioco del diavolo, il diavolo che più teme. Così facendo, i suoi avversari “liberali” si rallegrano, perché sanno che l’arcivescovo ha perso ogni credibilità ecclesiale.

Leggendo la lettera dell’arcivescovo, mi è venuta la domanda, ed è venuta anche ad altri: Ha davvero scritto lui la lettera? Sì, ha firmato la lettera, e la lettera può esprimere il suo pensiero, ma è stato lui a comporre sul suo computer le principali argomentazioni contenute nella lettera? Sospetto di no. L’arcivescovo di solito scrive in modo frettoloso, in maniera contorta, in un flusso di coscienza. A causa di questo modo di comporre, spesso non si esprime in modo chiaro e logico, e quindi spesso deve offrire correzioni o chiarimenti successivi. Nella sua attuale lettera a me indirizzata, lo stile è molto diverso. Gli argomenti sono presentati in modo chiaro e logico, anche se sono, pur essendo intelligenti, contraffatti. Tuttavia, i segni stilistici di questa lettera manifestano una mano che non è quella dell’arcivescovo. Questo non pregiudica l’autenticità della lettera, ma significa che l’arcivescovo è influenzato da qualcuno che condivide la sua stessa falsa ideologia, e forse in un modo che supera la sua.

Vorrei concludere aggiungendo una nota personale. Anche se sono disposto ad impegnarmi nella battaglia che ora viene combattuta con sempre maggiore intensità all’interno del corpo di Cristo, non posso mai pensare con arroganza di essere in prima linea in questa battaglia. So che ci sono vescovi negli Stati Uniti che sono anche molto preoccupati per l’attuale situazione ecclesiale. Spero e prego che trovino un modo per unirsi adeguatamente, come leaders, nella mischia, perché hanno un mandato apostolico, e quindi le loro voci hanno una autorità magisteriale, una autorità che io, e altri come me, non possediamo. Sono predicatori apostolici del Vangelo, interpreti apostolici del Vaticano II e pastori apostolici che guidano il loro gregge sulla via della verità.

 

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Arcivescovo Carlo Maria Viganò
Arcivescovo Carlo Maria Viganò


Concilio Vaticano II / Monsignor Viganò risponde a padre Weinandy

Reverendo padre Thomas, ho letto con attenzione il suo saggio Vatican II and the Work of the Spirit apparso su Inside the Vatican il 27 luglio 2020. Mi pare che il suo pensiero possa esser riassunto in queste due frasi: «Condivido molte delle preoccupazioni espresse e riconosco la validità di alcune problematiche teologiche e questioni dottrinali enumerate. Mi trovo tuttavia a disagio nel concludere che il Vaticano II sia, in qualche modo, la fonte e la causa diretta dell’attuale stato scoraggiante della Chiesa».

Mi permetta, reverendo padre, di usare come auctoritas nel risponderle un suo interessante scritto, Pope Francis and Schism, pubblicato su The Catholic Thing lo scorso 8 ottobre 2019. Le sue osservazioni mi consentono di evidenziare un’analogia che spero possa contribuire a chiarire il mio pensiero e a dimostrare ai nostri lettori che alcune apparenti divergenze possono trovare composizione proprio grazie a una proficua disputatio che abbia come scopo principale la gloria di Dio, l’onore della Chiesa e la salvezza delle anime.

In Pope Francis and the Schism ella osserva, molto opportunamente e con l’acume che contraddistingue i suoi interventi, che vi è una sorta di dissociazione tra la persona papae e Jorge Mario Bergoglio, una dicotomia in cui il vicario di Cristo tace e lascia fare, mentre parla e agisce l’esuberante argentino che oggi dimora a Santa Marta. Riferendosi alla gravissima situazione della Chiesa in Germania, scrive: «In primo luogo, molti all’interno della gerarchia tedesca sanno che diventando scismatici perderebbero la loro voce e la loro identità cattolica. Questo non possono permetterselo. Hanno bisogno di essere in comunione con papa Francesco, perché è proprio lui che ha promosso il concetto di sinodalità che stanno cercando di attuare. Egli, quindi, è il loro ultimo protettore. In secondo luogo, mentre papa Francesco può impedire loro di fare qualcosa di oltraggiosamente contrario all’insegnamento della Chiesa, egli permetterà loro di fare cose che sono ambiguamente contrarie, perché tale insegnamento e pratica pastorale ambigua sarebbe in accordo con quella di Francesco. È in questo che la Chiesa si trova in una situazione in cui non si sarebbe mai aspettata di essere».

E ancora: «È importante ricordare che la situazione tedesca deve essere vista in un contesto più ampio: l’ambiguità teologica all’interno di Amoris laetitia; l’avanzamento non così subdolo dell’agenda omosessuale; la “rifondazione” dell’Istituto (romano) Giovanni Paolo II sul matrimonio e la famiglia, cioè l’indebolimento dell’insegnamento coerente della Chiesa sugli assoluti morali e sacramentali, specialmente per quanto riguarda l’indissolubilità del matrimonio, l’omosessualità, la contraccezione e l’aborto. E ancora, c’è l’affermazione di Abu Dhabi, che contraddice direttamente la volontà del Padre e mina il primato di Gesù Cristo suo Figlio come Signore definitivo e Salvatore universale. Inoltre, l’attuale sinodo dell’Amazzonia pullula di partecipanti solidali e sostenitori con tutto ciò che precede. Si deve anche tener conto dei molti cardinali, vescovi, sacerdoti e teologi teologicamente discutibili e che Francesco sostiene e promuove ad alte cariche ecclesiali».

E conclude: «Considerando tutto questo, percepiamo una situazione, d’intensità vieppiù crescente, in cui, da un lato, la maggioranza dei fedeli del mondo – sia clero che laici – sono leali e fedeli al papa, perché egli è il loro pontefice, anche se sono critici sul suo pontificato, e, dall’altro, un gran numero di fedeli del mondo – clero e laici – che sostengono con entusiasmo Francesco proprio perché permette e promuove il loro insegnamento e prassi ecclesiale ambigui. Si andrà dunque a finire che la Chiesa si ritroverà con un papa che è il papa della Chiesa cattolica e, contemporaneamente, il leader de facto, a tutti gli effetti pratici, di una chiesa scismatica. Poiché egli è il capo di entrambi, rimane l’aspetto di una sola chiesa, mentre in realtà ce ne sono due».

Proviamo ora a sostituire il papa con il concilio, e Bergoglio con il Vaticano II: penso che ella troverà interessante il parallelo quasi pedissequo che ne risulta. Infatti, tanto per il papato quanto per un concilio ecumenico, il cattolico nutre quella venerazione e quel rispetto che la Chiesa gli chiede: da un lato verso il vicario di Cristo, dall’altro verso un atto solenne di magistero in cui è la voce di Nostro Signore che parla attraverso il romano pontefice e i vescovi riuniti con lui. Se pensiamo a san Pio V e al Concilio di Trento, o a Pio IX e al Vaticano I, non sarà difficile riscontrare la perfetta corrispondenza tra quei papi e il papato, e tra quei concili e il magistero infallibile della Chiesa. Anzi, il solo pensare ad una possibile dicotomia ricadrebbe a giusto titolo sotto le sanzioni canoniche e offenderebbe le pie orecchie dei fedeli.

Eppure, come ella stessa rileva, con Jorge Mario Bergoglio nelle surreali vesti di successore del principe degli apostoli, «l’unica espressione che posso trovare per descrivere questa situazione è “scisma interno al papato”, perché il papa, proprio come papa, sarà effettivamente il leader di un segmento della Chiesa che attraverso la sua dottrina, l’insegnamento morale e la struttura ecclesiale, è a tutti gli effetti pratici scismatico».

Mi chiedo allora: se ella ammette, caro padre Thomas – quale dolorosa prova cui la Provvidenza sottopone la Chiesa per punirla delle colpe dei suoi indegnissimi membri e massimamente dei suoi vertici – che il papa stesso sia in stato di scisma con la Chiesa, al punto da poter parlare di uno «scisma all’interno del papato», per quale motivo ella non può accettare che altrettanto sia avvenuto per un atto solenne quale un concilio, e che il Vaticano II abbia rappresentato un caso di “scisma interno al magistero”? Se può essere «a tutti gli effetti pratici scismatico» – e direi anche eretico – questo papa, perché non avrebbe potuto esserlo anche quel concilio, nonostante l’uno e l’altro siano stati istituiti da Nostro Signore per confermare i fratelli nella Fede e nella Morale? Cosa impedisce, le chiedo, agli atti del Vaticano II di discostarsi dal solco della Tradizione, quando lo stesso supremo pastore può rinnegare l’insegnamento dei suoi predecessori? E se la persona papae è in scisma con il papato, perché un concilio che si è voluto pastorale e che si è astenuto dal promulgare dogmi non potrebbe contraddire gli altri concili canonici, entrando in scisma de facto con il magistero cattolico?

È pur vero che questa situazione è un hapax, un caso a sé che mai si è visto nella storia della Chiesa; ma se questo vale per il papato – in un crescendo da Roncalli a Bergoglio – non vedo perché non dovrebbe valere per il Vaticano II, che proprio grazie agli ultimi pontefici si è posto come un evento a sé, e come tale è stato usato dai suoi fautori.

Per riprendere le sue parole, «Ciò con cui la Chiesa finirà» è un concilio che è un concilio della Chiesa cattolica e, contemporaneamente, il primo concilio de facto, a tutti gli effetti pratici, di una chiesa scismatica, ossia quella “chiesa conciliare” che si considera nata dal Vaticano II. Poiché il Vaticano II è un concilio ecumenico e un conciliabolo, rimane l’aspetto di un unico concilio, mentre in realtà ce ne sono due. E aggiungerei: uno legittimo e ortodosso abortito sul nascere con il sovvertimento degli schemi preparatori, e uno illegittimo ed eretico (o quantomeno favens haeresim) al quale tutti i novatori si riferiscono, ivi compreso Bergoglio, per legittimare le loro deviazioni dottrinali, morali e liturgiche. Esattamente come «molti cardinali, vescovi, sacerdoti e teologi teologicamente discutibili e che Francesco sostiene e promuove ad alte cariche ecclesiali» sostengono che si debba riconoscere l’autorità del Vicario di Cristo negli atti di governo e di magistero compiuti da Jorge Mario, proprio nel momento in cui con quegli atti egli si dimostra «a tutti gli effetti pratici, scismatico».

E se da un lato è verissimo che «mentre papa Francesco può impedire loro di fare qualcosa di oltraggiosamente contrario all’insegnamento della Chiesa, egli permetterà loro di fare cose che sono ambiguamente contrarie, perché tale insegnamento e pratica pastorale ambigua sarebbe in accordo con quella di Francesco», è altrettanto vero – parafrasando le sue parole – che «mentre Giovanni XXIII e Paolo VI avrebbero potuto impedire ai modernisti di fare qualcosa di oltraggiosamente contrario all’insegnamento della Chiesa, essi hanno permesso loro di fare cose che sono ambiguamente contrarie, perché tale insegnamento e pratica pastorale ambigua era in accordo con quella di Roncalli e di Montini».

Così mi pare, reverendo padre, che trovi conferma quanto da me affermato nel mio saggio all’origine della disputatio sul Concilio, ossia che il “contenitore-concilio” è stato usato per dare apparente autorevolezza ad un evento volutamente eversivo, esattamente come oggi, sotto i nostri occhi, il vicario di Cristo è usato per dare apparente autorevolezza ad un’operazione deliberatamente eversiva. In entrambi i casi, il senso innato di rispetto verso la Chiesa di Cristo da parte dei fedeli e del clero è stato utilizzato come infernale stratagemma – un cavallo di Troia introdotto nella sacra cittadella – in modo da dissuadere ogni forma di doveroso dissenso, ogni critica, ogni legittima denuncia.

Duole osservare che questa constatazione, lungi dal riabilitare il Vaticano II, conferma una crisi profonda dell’intera istituzione ecclesiastica, ad opera di rinnegati che hanno abusato della propria autorità contro l’Autorità stessa, del potere papale contro il papato stesso, dell’autorevolezza dei padri conciliari contro la Chiesa. Un subdolo e vile tradimento operato dall’interno della Chiesa stessa, come aveva già predetto e condannato San Pio X nell’enciclica Pascendi, indicando i modernisti come i nemici della Chiesa i più dannosi.

Dante pone i fraudolenti nel nono cerchio dell’Inferno, non dimentichiamolo.

Riceva, reverendo e caro padre Thomas, la mia benedizione.

+ Carlo Maria Viganò, arcivescovo

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