Il dott. Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, ha dichiarato che al referendum costituzionale del 22-23 marzo «è certo che voteranno no le persone perbene» e voteranno sì tutti quelli che hanno qualcosa da temere dalla giustizia.
L’importanza di tale dichiarazione non deve essere in alcun modo sottovalutata, per almeno due ragioni. La prima è la fonte da cui proviene: il dott. Gratteri non è un quidam de populo, ma, ripeto, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli, e – piaccia o meno – ha parlato in quella veste, dalla scrivania del suo ufficio, intervistato e presentato come tale. Del resto, anche se il contesto fosse stato diverso, un magistrato non smette mai di essere tale e, almeno sul piano deontologico, questo è un principio che dovrebbe essere sempre rispettato e salvaguardato da tutti, proprio per l’eccezionalità delle prerogative, dei poteri e delle garanzie che la legge attribuisce ai magistrati e che devono essere accompagnate da un corrispendente carico di doveri e di responsabilità nel comportamento.
La seconda e ancor più grave ragione è che il contenuto della dichiarazione del dott. Gratteri è, incontrovertibilmente, un insulto – cioè un’aggressione verbale – al corpo elettorale. Ora, in una democrazia il corpo elettorale è il primo e più importante degli organi costituzionali, il solo da cui promani la legittimità democratica di tutti gli altri: Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica … e l’Ordine giudiziario. La Costituzione repubblicana sancisce infatti che «la sovranità appartiene al popolo» e il primo modo in cui questo sovrano, che siamo noi, esercita la propria sovranità è appunto quello di agire come corpo elettorale: dargli del farabutto se non vota come piace al magistrato è dunque un atto eversivo. (In altri tempi si sarebbe detto: crimen laesae maiestatis. Scherzi a parte, la cosa è seria e grave).
Ho scritto qui altre volte che, in my humble opinion, a votare bisogna andarci sempre e comunque, anche quando si ha la netta impressione che non serva a nulla, ed anzi sia quasi una presa in giro. È una questione di stile: siamo re, perbacco, e noblesse oblige. Ma stavolta è assolutamente necessario, perché questo è un caso (ormai raro) in cui votare serve e conta. Conta molto, anzi moltissimo. La riforma costituzionale approvata dal Parlamento e ora sottoposta a referendum confermativo, infatti, qualche effetto lo avrà. Prova ne sia che i difensori dello status quo, cioè le correnti del sindacato dei magistrati e le forze politiche che hanno stoltamente deciso di mettersi al loro servizio, la attaccano rabbiosamente, giocando una partita piena di falli da cartellino rosso (se ci fosse un arbitro). Se la riforma venisse confermata, qualcosa cambierebbe. Magari non tanto quanto auspicano i suoi sostenitori, ma qualcosina sì. Questo sarebbe già un motivo per recarsi a tutti i costi alle urne, perché non succede di frequente, oramai, di trovarsi di fronte alla possibilità di decidere qualcosa. Chi ritiene che le cose vadano bene così come sono ora, vada dunque a votare no, e nessuno lo insulterà. Al massimo lo si avvertirà che dopo, una volta respinta questa riforma, sarà politicamente quasi impossibile cambiare qualcosa per i prossimi decenni: l’attuale assetto della magistratura in Italia ce le terremo «finché il sole risplenderà sulle sciagure umane». Chi invece pensa che sia di vitale importanza ricondurre l’ordine giudiziario nell’alveo della legittimità democratica, promuovere la terzietà del giudice rispetto alle parti processuali, e difendere l’indipendenza di tutti i magistrati dalle logiche di potere delle correnti dell’ANM, vada a votare sì con la coscienza di essere una «persona perbene», con buona pace del dottor Gratteri.
C’è però un secondo motivo, ancor più stringente, per cui il 22 e 23 marzo bisogna assolutamente andare a votare: il referendum confermativo di una legge di riforma della costituzione non è sottoposto al vincolo del quorum, a differenza di quelli abrogativi delle leggi ordinarie. In un prossimo post spiegherò qual è, secondo me, l’origine storica di questa differenza. Il numero dei votanti non è rilevante, quindi anche se, per assurdo, andassero a votare soltanto in tre e due dicessero no, il ‘no’ di quei due individui vanificherebbe la volontà del Parlamento, espressa con ben quattro votazioni a maggioranza assoluta. Paradossalmente, sarebbe la più grottesca negazione del principio democratico e, nella presente situazione, il rischio che a votare si rechi una minoranza di elettori è reale. È necessario capire bene la differenza tra questo referendum e quelli abrogativi a cui ci siamo sin troppo abituati. Nel caso dei referendum abrogativi, quando si è favorevoli al mantenimento della norma che qualcuno vorrebbe cancellare è del tutto lecito, sensato e intelligente non andare a votare, perché si tratta di solito del modo più efficace per far valere la propria volontà. In altre parole, è semplicemente un altro modo di votare, stando a casa. In questo caso, invece, astenersi dal voto è una vera e propria abdicazione alla propria ‘quota di sovranità’ e una delega in bianco alla parte avversa, quale che sia, che si avvantaggia del mio non voto. Insomma, la cosa più stupida che uno possa fare. (E siccome chi non vota non fa parte del corpo elettorale, lo si può insultare senza commettere alcun crimine di lesa maestà).
Post scriptum. Considerata la gravità della dichiarazione del dottor Gratteri, ci si dovrebbe forse stupire che il Capo dello Stato, primo garante della Costituzione e Presidente (non per nulla e non per caso) del Consiglio Superiore della Magistratura, non abbia sentito, almeno fino ad ora, il dovere di far sentire la propria voce, neppure con un monito ‘generale’ a rispettare gli elettori.
Leonardo Lugaresi
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