Parlamento europeo
Parlamento europeo

 

 

di Mattia Spanò

 

Uno degli argomenti elettorali che ha tenuto banco, attizzato dai manovratori, è quello dell’astensione e del movimento religioso ad essa collegato: l’astensionismo. A costoro, in ascesa da qualche anno e ormai maggioritari, si oppone l’altra fede monoteista dei “votisti”, i cui sacramenti cardine sono l’adesione entusiasta e acritica a questo o quel partito, o ben che vada il naso turato.

Le guerre di religione non sono mai esistite. Non lo erano le Crociate, non lo era l’espansionismo dell’Impero Ottomano o le guerre maomettane, non lo è stata la repressione del movimento vandeano come quella del movimento cataro o il durissimo espansionismo protestante di Cromwell. Non erano di religione, ma contro una religione.

Non lo erano nel senso che l’obiettivo non era imporre la religione come fatto spirituale, casomai cancellarne un’altra e la civiltà che si portava a spalla, per derivarne un potere temporale di altra natura più o meno repressivo. Togli o sostituisci ad un uomo la sua religione, da seguire, ignorare o persino combattere, e avrai un sacco vuoto in balia del vento.

Guerre di religione sono invece le nostre per preservare la “casa comune”, per la transizione digitale, contro il “nazismo”, contro le “pandemie”, per imporre la globalizzazione e il Grande Reset, il depopolamento, la decrescita e via dicendo. A furia di evocare il fantasma della guerra di religione – cavallo di battaglia illuminista – si è davvero materializzato in un potere che più clericale non si può, doverosamente ateologico. Le nostre guerre sono di religione perché portano programmi politici sul piano del sacro: è l’epoca dell’ateocrazia. La divinità, soprattutto quella che non esiste, non si approva e non si disapprova: si crede, soprattutto si teme.

Le nostre guerre sono religiose per due ragioni: prescindono dagli esiti e dalla valutazione dei risultati – sono tutt’altro che laiche e obiettive – e richiedono il sacrificio umano, l’annichilimento dell’uomo. Guerra di religione è quella per instaurare la sacralità dello Stato e dei suoi sacerdoti, a cominciare dal Presidente della Repubblica e dai senatori a vita, un manipolo di Efori intoccabili ai quali è impossibile opporsi o muovere critiche. Guerra di religione è quella per sancire che l’unità sia superiore alla parte, mentre per Sant’Agostino era la parte che sanciva il tutto.

La dimostrazione più esauriente del fatto che siamo passati dalle guerre di propaganda novecentesche alle guerre di religione risiede nell’assuefazione del popolo ad accettare che partiti e candidati facciano il loro spettacolino elettorale – ormai le campagne sono uno show alla Tu sì que vales – e una volta eletti si prodighino all’opposto di quanto promesso. Il tradimento delle promesse elettorali e dei programmi è l’ultimo principio regolatore vigente. Tutto ciò è non solo accettato, ma interiorizzato come un fatto del tutto naturale.

La cortina fumogena si materializza in programmi di centinaia di pagine che nessuno legge, in migliaia di dichiarazioni estemporanee, elementi nei quali però si trova scritto e detto di tutto e il suo contrario, in modo tale da tranciare ogni obiezione quando si fanno una o due cose che si trovano “nel programma”. Se non è “nel programma”, è “un’emergenza”. Si governa a vista.

Lo stesso malcostume, la stessa distanza dalla minima forma di attinenza alle cose reali che si riscontra nell’attività legislativa: nella legge che stabilisce il colore dei cappelli, si trova l’articolo che menziona il diametro delle cipolle. Che c’azzecca? Nulla. È un modo di nascondere prebende e interessi sin troppo particolari.

La politica non si fa: si crede per fede. Figurine come Vannacci o la Salis spostano masse enormi di elettori. La gente vede la sgraziata e vaniloquente segretaria del Pd e prova un misto di simpatia e tenerezza, attribuendo alla sventurata qualità inesistenti. Per par condicio con la premier – tutta uno sgranar di occhioni, un selfie, un birignao, una risata – si fa lo stesso.

Coi maschietti non va meglio: Salvini risponde a Fedez dopo una scherzo telefonico di quest’ultimo, Tajani candida un morto, Berlusconi buonanima (qualcosa di impensabile in un “ordine basato sulle regole”) e fa il botto elettorale rianimando un partito trapassato: siamo alla negromanzia politica. Lo stesso Tajani, in prima fila nel sollecitare una reazione militare contro i russi, finge di ignorare che Berlusconi vedesse la Russia come un alleato naturale e fosse tutt’altro che antiputiniano. Meno male che Silvio non c’è, verrebbe da dire.

Le persone votano in base al nulla. Si assembrano orde di fanatici digitali che nella loro vita alias ostentano pensierini che più cretini non si può, mentre in quella reale si abbandonano all’impotenza lamentosa. È né più né meno una recita carnascialesca che quasi tutti trovano perfettamente normale. Certi figuri appaiono in televisione tutti i giorni – ci sarà una ragione, pensa lo spettatore-elettore ormai incapace di distinguere un panettone da un dentifricio – certi altri come Marco Rizzo solo dieci secondi e l’elettore, passivo come una vacca indù, decide di non votare Rizzo perché non lo vede, dunque non conta.

Si dice che esista un problema di rappresentanza. In effetti il voto-non voto è conseguente. Il sistema parla di conseguenze, mai di cause. Le conseguenze sono fatalità irreversibili: il nonno è morto, il gatto è scappato, il mandarino cinese appassito, la Russia vuole conquistare l’Europa e in democrazia salutami l’alternanza. La verità è che né il comunista, né il fascista o il destrorso moderato, il cattolico, il liberale sono rappresentati.

Nessuno è rappresentato, tutti sono costretti ad ingerire pappine invereconde: l’ottimo cattolico Tarquinio si candida col Pd abortista e sessualmente liquido dei nuovi diritti e ancor più nuovi doveri – rifare casa a spese tue, distruggere macchine progettate per andare a 150 km orari andando a 30, accettare orde di “risorse” nullafacenti che vagano senza meta per il centro storico, pagare le armi che mandano al massacro gli ucraini. Che c’azzecca? Nulla.

Il mantra dei più arditi e cinici sostenitori del voto è: bisogna votare le persone indipendentemente dai partiti. È qualche decennio che si sente questo ritornello caro ai turanasisti. In realtà “la persona” dentro un partito non conta nulla. Tanto è vero che “le persone” portano in questo e quel partito la propria storia personale, la propria cultura e le proprie convinzioni senza che nulla cambi: spesso non hanno né storia personale, né cultura, né men che meno convinzioni. Il parlamento italiano è pieno di “cattolici”, come di “comunisti” e di “liberali”, eppure da decenni si mettono in atto politiche contro l’uomo e la persona, contro l’economia, contro il lavoro, contro il risparmio. Fino al totalitarismo della fede: nei vaccini, nella guerra, nella finanza, nei mercati.

Sarebbe interessante vedere quante “persone” hanno cambiato bandiera nel parlamento italiano: le Moratti, i Lupi, le Lorenzin, le Carfagna, i Paragone, i Tarquinio e decine, forse centinaia di altri. La crisi non è di rappresentanza: la crisi è dei partiti e del sistema. Inutile prendersi in giro con iniziative residuali: il sistema è marcio, nel senso che è stipato di soggetti politici che usano delle regole del sistema per capovolgerlo e utilizzarlo a fini barbari.

Come se ne esce? Difficile dirlo. D’altra parte, i segnali che vengono dal mondo extraparlamentare non sono confortanti. Il personalismo vagamente settario fa da padrone, in parte giustificato dalla necessità di sostenersi finanziariamente, in parte con il bisogno di costruirsi una micro-forza politica che consenta di negoziare cascami di buonsenso ad un potere chiaramente delirante.

Stiamo attraversando una delle crisi di legittimazione più cruente della storia occidentale. Non è una delegittimazione politica, culturale o religiosa, ma la denigrazione di un’intera civiltà. Prendere contatto con la realtà delle cose senza infingimenti e false speranze è un primo passo indispensabile da fare.

 

 


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