sacerdote

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di Aurelio Porfiri

 

Tu sei sacerdote in eterno….immagino che quando i novelli sacerdoti sentono queste parole provino una sensazione strana, come di un compito molto superiore alle loro possibilità. In effetti è un compito arduo a cui infatti si è chiamati, non è qualcosa che si sceglie. Io credo talvolta risieda proprio qui il problema, tra il distinguere fra la chiamata, la vocazione, e coloro che “scelgono” di diventare sacerdoti, a volte con motivazioni non in linea con quello che questa vita sacerdotale richiede. Certamente nessuno può essere forzato ad essere sacerdote, quindi in seconda linea è anche una scelta personale. Ma quando la scelta viene fatta senza la chiamata, allora nascono i problemi. Si dice spesso che le vocazioni sacerdotali in Europa sono in forte calo, mentre crescono in Africa, Africa e Oceania. Forse ci si può domandare se le condizioni economiche possano avere una influenza anche sui flussi vocazionali; parlando con vari sacerdoti nel corso degli anni, sacerdoti appartenenti a congregazioni che hanno consistente attività missionaria o sono attivi nei continenti di cui sopra e in cui si registra una crescita delle vocazioni, mi si confessava come ci siano non poche incognite. Infatti, sempre a quanto riferito, alcuni (ed alcune) scelgono la vita religiosa perché rappresenta un deciso avanzamento sociale ed una emancipazione dalle condizioni di vita non agiate in cui si vengono a trovare per la situazione economica del loro paese. Si potrà capire che queste non sono vere chiamate, ma sono scelte di vita che rientrano nel discorso che si faceva prima. Capiscono queste persone la vera natura del sacerdozio? Questo non succedeva a volte anche in una più povera Italia di diversi decenni fa? Alcune famiglie mandavano i figli in seminario perché questa sembrava una strada più sicura rispetto ad una vita non agiata. Certo anche tra questi potevano sbocciare vocazioni reali, ma quanti poi diventavano veramente sacerdoti pur non essendo realmente chiamati a questa vita? E le conseguenze di questo si possono facilmente immaginare, per loro e per il loro fedeli. Io credo non ci si debba scandalizzare per questa situazione. Ci sono forse anche altri fattori. Nel tanto deprecato (e anche a ragione) libro “Sodoma”, sull’omosessualità nella Chiesa, c’è una tesi che mi sembra interessante che lega il calo delle vocazioni anche al fatto che alcuni che si facevano prete per celare la propria condizione di omosessuali ora non devono farlo più in quanto l’omosessualità è molto più tollerata rispetto a prima. Una tesi interessante su cui non varrà la pena insistere ma che ci serve ad inquadrare un fatto: quante vocazioni sono nate esclusivamente dal desiderio di sfuggire da difficili condizioni economiche e dal desiderio di celare la propria condizione omosessuale? Ora, come detto, non dico che poi da queste non possano fiorire vocazioni autentiche ma certamente il percorso è molto più accidentato.

E purtroppo tra le vocazioni interessate è molto più semplice che ci si trovi a gestire il potere e prestigio sociale che derivano dalla condizione di sacerdote in un modo sbagliato. Benedetto XVI, nella sua catechesi per l’udienza generale del 26 maggio 2012, lo aveva detto chiaramente, parlando del senso vero del termine “gerarchia” e di come questo senso sia stato pervertito nell’idea di dominio: “Ma questo è una male inteso senso della gerarchia, storicamente anche causato da abusi di autorità e da carrierismo, che sono appunto abusi e che non derivano dall’essere stesso della realtà “gerarchia”. Ma è anche vero che per alcuni sacerdoti che vivono il sacerdozio come un avanzamento sociale, l’idea di dominio è in fondo strettamente legata alle loro motivazioni di base. C’è anche un altro problema che mi fu riferito anni fa da un religioso; la crisi delle vocazioni dopo il Concilio è stata devastante, portando molte congregazioni sull’orlo dell’estinzione. Per questo motivo, anche se sembra non carino dirlo, ma si accettavano anche persone che forse non avrebbero dovuto essere accettate per il sacerdozio, questo per mandare avanti la baracca. Quante ne ho viste anch’io di queste vocazioni rimediate e ora questi sono parroci, vescovi, cardinali…Insomma, si è creata una classe sacerdotale viziata da tanti difetti, non ultimo la carente formazione derivata dalla confusione dottrinale degli ultimi decenni. Perché non si può parlare di crisi del sacerdozio senza parlare della profonda crisi della formazione nei Seminari e nelle Università pontificie che fanno di tutto per rincorrere il mondo. Anche le vocazioni autentiche, in questo modo, vanno a farsi benedire.

L’antidoto migliore al clericalismo è proprio quello di sacerdoti con vere vocazioni, uomini imperfetti tra gli uomini ma con un fine supremo a cui tendono incessantemente per tutta la vita, uomini non legati ad interessi terreni in modo malsano. Le false vocazioni sono quelle che alimentano il clericalismo, in quanto quest’ultimo, come già detto, è una malattia del sacerdozio, la più devastante. E purtroppo non è malattia individuale, ma è malattia sistemica, malattia che in tante curie si alimenta in modo spaventoso fino a divenire ai limiti dell’incurabile. Si dovrebbe riflettere sul livello sistemico del clericalismo, sul come un certo modo di essere “chiesa” non è altro che terreno di coltura per questo terribile morbo.

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