Tutto questo chiede anche alla Chiesa di farsi «prossimo» all’uomo che soffre e che cerca. Una Chiesa che non interpreti la sua «uscita» come fuga dalla storia, al più accettando il ruolo che il mondo le assegna, ma che sappia essere quella «forza trainante della società» che s. Giovanni Paolo II si augurava che fosse.

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di Gabriele Mangiarotti

 

In questi giorni in cui siamo costretti a rimanere in casa è più facile fermarsi a leggere e riflettere su quanto incontriamo. Sto leggendo un bellissimo libro di Robert Spaemann sui salmi e ho trovato questa riflessione sul salmo 29 (28) dove il tema è la lode al Signore nella tempesta. E mi è parso di ritrovare nell’immagine della tempesta una analogia colla nostra situazione segnata da quella che l’OMS ha definito pandemia a proposito della epidemia del Coronavirus.

Dice Spaemann: «Guardare il mondo nella luce di Dio non significa considerarlo come il quotidiano, la routine consueta, il normale, ma come unicità che si rinnova, procedendo in ogni istante dalle mani di Colui che dice: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5). A questa esperienza di unicità e novità viene sempre a sovrapporsi l’esperienza profana che il Qoelet esprime con le parole: «Niente di nuovo sotto il sole» (Qo 1,9).

La tempesta, quindi, è un simbolo specifico del divino, perché irrompe nel corso normale delle cose come un evento che lo turba, che scardina il mondo. Proprio così ci rendiamo conto che il suo “essere-incardinato” dipende da una precisa disposizione, e che il “dato per scontato” non esiste in senso assoluto… Così, durante la tempesta, i nostri avi accendevano un cero e leggevano il prologo del Vangelo di Giovanni. Si considerava questo gesto anche come una supplica: la tempesta minacciava la vita di ciascuno… Oggi conosciamo le leggi naturali che causano la tempesta. Sono le stesse che, date altre condizioni marginali, determinano la mite trasfigurazione della fine dell’estate. E così siamo inclini a livellare anche la tempesta alla normalità del quotidiano, anziché esporci alla sua forza simbolica e ascoltare nel tuono la “voce del Signore”. Sono due modi di trattare la realtà: quello riduzionista, che riporta tutto ciò che accade a quanto già conosciamo, l’atteggiamento del déjà-vu, del «Niente di nuovo sotto il sole» con cui Qoelet dà espressione alla sua scepsi universale; e l’attitudine, così si legge in Wittgenstein, a vivere il mondo «come totalità delimitata», come evento unico, ed ogni parte di quel che accade nel mondo come elemento parimenti unico di questa totalità.

È questa l’attitudine della fede. Oggi l’impostazione riduzionista ha assunto la forma della scientificità, ma questo non demolisce la verità dell’impostazione che poggia sul “meravigliarsi”. E dove, come nel caso della tempesta, lo straordinario si produce devastante e maestoso, esso, come sempre, è manifestazione simbolica di quella forza a cui tutto il visibile deve la sua realtà.»

Credo che quanto sta accadendo tra noi debba anche segnare quello che deve accadere in noi, nel senso di imparare da quanto sta capitando perché, come diceva Léon Bloy: «Tutto ciò che accade è degno di adorazione». Forse il mito della scienza che risolverà tutti i nostri problemi comincia a vacillare, anche di fronte alla testimonianza di abnegazione di tanti medici e personale ospedaliero che rischiano la vita per un sincero amore all’uomo, quell’amore che è il portato più commovente della civiltà cristiana. Se ci chiediamo di che cosa vivono gli uomini, o donde viene la forza di un amore inarrestabile capace di dare la vita gratuitamente, credo che non potremo più rifugiarci nella superficialità di chi non sa riconoscere la radice della gratuità (così vicina alla santità). Forse si potranno vincere i pregiudizi della irreligiosità e costruire con pazienza e umiltà quello che la modernità ha voluto cancellare dalla storia, «scacciando l’infame» (come nella Rivoluzione Francese ci si augurava della Chiesa).

Ma questo chiede anche alla Chiesa di farsi «prossimo» all’uomo che soffre e che cerca. Una Chiesa che non interpreti la sua «uscita» come fuga dalla storia, al più accettando il ruolo che il mondo le assegna, ma che sappia essere quella «forza trainante della società» che s. Giovanni Paolo II si augurava che fosse.

Si tratta di scegliere, di essere semplici e umili, rinunciando a schemi e privilegi, amando quel posto che il Signore della storia ci ha assegnato. Come ricorda Tolkien nel Signore degli Anelli: «Avrei tanto desiderato che tutto ciò non fosse accaduto ai miei giorni! – esclamò Frodo. Anch’io – annuì Gandalf – come d’altronde tutti coloro che vivono questi avvenimenti. Ma non tocca a noi scegliere. Tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato.»

 

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(Pubblicato su CulturaCattolica.it)

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