A ridosso del quarantennale dalla morte di Vittorio Bachelet (1926-1980) è utile ripercorre brevemente la questione della “scelta religiosa”, che trasformò l’Azione Cattolica in profondità. Apparentemente, Bachelet credeva di poter affrancare l’Azione Cattolica dall’impegno politico. Nei fatti, però, il cattolicesimo azionista scivolò e prese la china a sinistra: posizione che non avrebbe più abbandonato.

 

Vittorio Bachelet

Vittorio Bachelet

 

 

di Silvio Brachetta

 

Tempo fa, mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, era tornato a parlare di «scelta religiosa», nell’intervista su Vita Nuova rilasciata a Stefano Fontana (22 gennaio 2016). La scelta religiosa – ha detto – «è un modo per negare un rapporto strutturato tra la Chiesa e il mondo, come se la Chiesa non avesse un “corpo” dentro la storia e una “dottrina” per far luce sul mondo».

In una precedente intervista (giugno 2013) mons. Crepaldi aveva affermato che «la cosiddetta “scelta religiosa” fu interpretata dagli uomini di Azione Cattolica in modo ambiguo». Avrebbe dovuto, cioè, «comportare il concentrarsi sul proprium dell’Azione Cattolica, quello che Benedetto XVI ha poi chiamato “il posto di Dio nel mondo”».

Invece, «è stata vissuta come un apparente disimpegno rispetto ad una presenza visibile e organizzata, condannata troppo frettolosamente come preconciliare». E perché «apparente»? Poiché – spiega – non ci fu alcun reale disimpegno: da quel periodo, «moltissimi dirigenti dell’Azione Cattolica s’impegnarono direttamente in politica, prevalentemente nei partiti di sinistra».

Il problema sta soprattutto in un paradosso. Da quando, in quel remoto 1969, l’Azione Cattolica (Ac) cominciò a contemplare nei suoi statuti la scelta religiosa, non si estinse affatto la ‘scelta politica’ che, secondo le intenzioni, si sarebbe voluta cancellare. Non solo, ma la scelta politica fu specialmente o esclusivamente volta a quel settore di sinistra da sempre ostile all’insegnamento cattolico sociale.

Per Mario Casella, che sull’Ac ha scritto vari libri, la «scelta religiosa» fu un termine «non felicissimo», come scrive Vittorio De Marco nel suo Storia dell’Azione Cattolica negli anni settanta (Città Nuova, 2007). Anche De Marco, vicino ad Ac quanto Casella, sostiene che dagli anni Sessanta si trattava appena «di elaborare quasi una “dottrina” della scelta religiosa, da studiare e sviluppare all’interno di ogni gruppo». La scelta religiosa, insomma, nasceva da subito come termine ambiguo.

Cos’era successo? Nel 1964 Paolo VI nominava il giurista Vittorio Bachelet presidente generale di Ac e lo incaricava di rinnovare l’Associazione laicale secondo lo spirito del Concilio Vaticano II. Bachelet aveva però già ricevuto un incarico simile, quando Giovanni XXIII lo nominò vicepresidente nazionale, nel 1959.

Bachelet non era affatto entusiasta della prassi consueta di Ac, che prevedeva – specialmente sotto la presidenza di Luigi Gedda (1952-1959) – una testimonianza schietta di Gesù Cristo anche nell’ambito politico. L’idea era di non essere collaterali a nessun partito e, pur rimanendo nel sociale, Ac si sarebbe dovuta impegnare solo nell’educazione alla fede e nell’annuncio del Vangelo. È quello, tuttavia, che Ac faceva normalmente e con successo, contro l’imporsi del modernismo prima e delle forze social-comuniste nell’immediato dopoguerra.

Eppure, «sulla scelta religiosa si attuerà una sorta di catechesi permanente, proprio per la difficoltà a fornire una definizione valida per tutti e per tutte le stagioni» – scrive De Marco. Lo stesso Bachelet non chiarificò granché: il «senso positivo» della scelta religiosa – disse nel 1971 – è comprendere come l’autenticità dell’esperienza cristiana sia essenziale nella stessa salvezza dell’uomo quaggiù. E tanto più lo è quanto più autentica e meno strumentalizzata a soluzioni terrene». Forse per Bachelet i progetti, spesso audaci, dei cattolici in politica sono equiparabili a strumentalizzazioni? E perché il cattolico laico non dovrebbe prospettare soluzioni terrene?

Cosa sia accaduto dopo quegli anni, nell’Ac come in molti altri settori cattolici, è noto: la scelta religiosa divenne spesso un pretesto per il disimpegno, politico e non. O addirittura – e qui sta il paradosso – per l’impegno politico a favore dei partiti della sinistra, a cui va la responsabilità diretta o indiretta di molte leggi contrarie all’insegnamento cristiano. Non fu certo una prassi circoscritta ad Ac, ma la scelta religiosa portò ad una certa debolezza dinnanzi alle ideologie del mondo e all’indebolimento dell’identità cattolica.

Eppure oggi vi è chi non desiste nemmeno di fronte all’evidenza. Il sociologo Luca Diotallevi scrive: «La scelta religiosa non limita la rilevanza del Vangelo a un determinato ambito (quello della religione). Al contrario, essa è affermazione del fatto che in ogni scelta, in qualsiasi ambito essa avvenga, la libertà può farsi guidare e sostenere dalla luce e dalla forza del Vangelo» (in L’ultima chance. Per una generazione nuova di cattolici in politica, Rubbettino, 2011).

Diotallevi nega che la scelta religiosa abbia a che fare con l’eliminazione della scelta politica. E perché, allora, l’opera di Gedda cadde nel dimenticatoio? Perché, se la rilevanza del Vangelo è per tutti gli ambiti, si è preferito un concetto ambiguo e fuorviante come “scelta religiosa”?

Continua Diotallevi: «La scelta religiosa nasce dall’accoglienza di quel duro combattimento interiore che richiede di essere liberi dal mondo – accettando sempre più l’unica signoria di Gesù Cristo – per essere liberi nel mondo, e per quanto riguarda il caso di cui ci stiamo occupando: di essere liberi dalla politica per essere liberi nella politica». Ma se «l’unica signoria di Gesù Cristo» è assodata nella persona, non vi sarà certamente in essa alcun «duro combattimento interiore». Al contrario, l’unico combattimento sarà esteriore, contro quel mondo che non accetta l’unica signoria di Gesù Cristo.

A Matteo Truffelli, attuale presidente nazionale dell’Ac, parve strano (nel 2015) cha alla scelta religiosa sia stato rimproverato di «uscire dalla storia», inducendo «i propri aderenti a ritirarsi dall’impegno nel mondo e per il mondo» e «accontentandosi di formare le persone a una fede intimistica, da vivere solo “nel privato”». Al di là delle intenzioni, però, è proprio quello che è successo. Il significato autentico della scelta religiosa non fu affatto frainteso.

 

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