Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dal prof. Leonardo Lugaresi e pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.

 

Vittima e assassino. Il caso di Giulia Cecchetin.
Giulia Cecchetin, casa (ANSA)

 

Poco ho letto e poco ho ascoltato a proposito dell’assassinio di Giulia Cecchettin. La coltre di chiacchiere invereconde e futili e il tanfo di strumentalizzazione ideologica che ho scorto e “annusato” intorno a quel dolore tremendo, sono bastati a farmi stare lontano. Mi tengo dunque all’essenziale, che è: compassione e preghiera per la vittima e per le persone a lei più vicine; e compassione e preghiera, di senso e di segno diverso, ma forti e convinte, per l’assassino e la sua famiglia.

Solo una cosa mi permetto di aggiungere – e se è una banalità penso che non farà gran danno, tanto è grande il mucchio di quelle che già si stanno dicendo. La solfa del patriarcato, che tanti in questi giorni ripetono come pappagalli, proprio non si può sentire tanto è sciocca.

Lasciamo da parte il fatto che la cultura del patriarcato, in sé e per sé, come categoria dell’antropologia culturale, è una cosa seria, rispettabile e complessa. (E va a sapere se, sul piano storico, è anche più antica del matriarcato come pensava Maine a metà dell’Ottocento, o più recente come voleva Bachofen negli stessi anni. Ma queste son cose da professori. E chissà se, sul piano valoriale, il patriarcato è complessivamente meglio o peggio del matriarcato. Ma queste son cose da filosofi).

Lasciamo da parte anche il fatto che, qualunque cosa sia stata e qualunque giudizio se ne possa dare, il patriarcato è comunque una cosa morta e sepolta da tempo. Di patriarchi non se ne vedono più in giro da tempo immemorabile (a parte il fatto che non tutti saremmo disposti a considerarli in blocco una manica di delinquenti: alcuni di noi, ad esempio, pensano che Abramo, “nostro padre nella fede”, non fosse poi così male). Di più: noi siamo nel tempo sventurato in cui mancano i padri (gli “assenti inaccettabili”, come titolò felicemente un suo libro Claudio Risé: epiteto con cui mio figlio ogni tanto amabilmente si rivolge a me). Altro che patriarchi.

No, c’è una ragione ben più profonda e drammatica per cui quelle chiacchiere si rivelano non solo stupide ma anche maligne, ed è che distraggono dal fissare ciò che, se lo guardassimo con occhi onesti, sarebbe evidente: cioè che Filippo Turetta, l’assassino, ha fatto quello che ha fatto perché non è stato capace di sopportare una perdita. Anche senza sapere niente della sua storia, delle circostanze, degli antecedenti remoti e immediati del delitto, anche senza “aver letto le carte” come dicono gli avvocati, di questo possiamo essere certi.

E la seconda cosa fondamentale che l’esperienza ci dice è che non si tratta di un caso isolato, bensì di un fenomeno sociale: tante, troppe persone (uomini e donne, non è questo il vero punto) oggi non sono più capaci di sopportare una perdita, o meglio la perdita, quella della cosa / persona (o delle cose / persone) a cui hanno legato la propria consistenza umana: alcuni uccidono per questo, altri si uccidono, altri danno di matto o cadono in depressione … la fenomenologia è la più varia, e tocca ai competenti indagarne e chiarirne le forme e le dinamiche. A tutti, ma proprio a tutti, tocca invece interrogarsi seriamente sul perché. Perché non siamo più in grado di perdere qualcosa? E come si esce da questa selva oscura? Non c’è qualcosa che non si può perdere?

Leonardo Lugaresi

 


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