Vito Mancuso
Vito Mancuso

 

 

di Pierluigi Pavone

 

Vito Mancuso (detto teologo) è autore di questo post su FB: «Da anni io non appartengo più alla costruzione iniziata da san Paolo detta cristianesimo e mi definisco postcristiano, ma potrei dirmi allo stesso modo precristiano per l’intenzione di separarmi dal Cristo «vittima immolata» e di collocarmi accanto a Gesù e alla sua «fame e sete di giustizia» (qui)

Quanto al falso concetto di teologia, recupero e condivido quanto è possibile leggere qui . Non aggiungo altro in merito al fatto che non è un titolo accademico o la pubblicazione di libri a carattere religioso a determinare il “teologo”.

Io vorrei mostrare la radice falsa non tanto della autorità teologica di Vito Mancuso, quanto dello stesso pseudo-cristianesimo a cui fa riferimento. La mia obiezione, quindi, non è in merito alla sacralità e alla autorevolezza della sua filosofia teologica, quanto all’origine della sua posizione religiosa e teorica in se stessa.

Tutta la mitologia dei cristianesimi alternativi al cattolicesimo si sviluppa, infatti, sempre su tre matrici: l’ateismo-cristiano; il post-cristianesimo e infine, il cosiddetto pre-cristianesimo. Quanto al principio ateo “nel” cristianesimo rimando ai quattro ambiti (illuminismo tedesco; antropologia dialettica di Feuerbach; psicanalisi; teologia della liberazione) analizzati qui.

Quanto agli altri due, prima di tutto dobbiamo notare, anche se può apparire strano, che le teorie del post-cristianesimo sono state proposte in Europa “prima” di quelle relative al pre-cristianesimo. Vale a dire che l’uomo moderno, specialmente tra 1600 e 1800 ha voluto plasmare un ordine sociale e religioso che abiurasse la fede cristiana dei secoli precedenti, proponendo in alternativa un nuovo – quindi successivo – ordine politico quanto religioso (detto laico): è la radice ultima di tutto il processo rivoluzionario.

Negli ultimi centocinquanta anni stiamo assistendo – specialmente nella teologia – ad una novità, che insiste sulla presunta creazione del “nostro” cattolicesimo da parte di San Paolo e basata sulla dottrina del peccato originale e sulla relazione Adamo-Cristo. La Chiesa cattolica sarebbe ovviamente la sovrastruttura di tale ideologia: l’occultamento di un presunto cristianesimo originario, spirituale, anarchico, in odore persino di new age.

Già Freud, in Mosè e il Monoteismo, non solo presentava l’origine della società come sacrificio inconscio delle pulsioni erotiche (tema ricorrente e emblematico nel ’68), ma interpretava il concetto religioso di peccato come la restituzione surrogata di un fatto, in realtà davvero avvenuto secondo Freud: il parricidio cannibalesco del padre-padrone da parte dei figli (fratelli tra loro, dunque). San Paolo – nello sviluppo teologico tra ebraismo e cristianesimo – avrebbe portato alle estreme conseguenze il monoteismo, ovvero lo sviluppo nevrotico-sociale proprio della figura “rimossa” del Padre (odiato e ammirato allo stesso tempo dai figli). San Paolo sarebbe l’inventore del Cristo redentore, quando – nella “verità freudiana” – altro non sarebbe che uno dei fratelli che avrebbe finalmente non solo ucciso il Padre, ma sarebbe stato il liberatore di quella colpa antica. Cristo sarebbe il fratello che libera l’umanità dalla colpa antica del parricidio cannibalesco perpetuato contro il Padre-Padrone. Il Cristianesimo sarebbe dunque la restituzione mitica di questo avvenimento. E allo stesso tempo il superamento illimitato, anarchico e sovversivo della Legge ebraica e di ogni legge e ordine politico. Proprio Mancuso – nel suo post – cita Karl Jaspers, quando dice che «Gesù resta la potente forza che si pone di contro al cristianesimo che lo ha fatto suo fondamento. Egli è la dinamite che tanto spesso ha voluto distruggere gli irrigidimenti mondani del cristianesimo nelle sue Chiese. A lui si richiamano gli eretici che lo prendono nella piena serietà del suo radicalismo». Bontà sua Jaspers si limitava alla sovversione eretica. Freud la democratizzava e la rimandava al principio dionisiaco in senso assoluto, proprio del Cristianesimo come superamento dell’ebraismo!

Ma non c’è solo Freud: perché sempre tra 1800 e 1900 una certa prospettiva di dialogo interreligioso ha insistito unilateralmente sulla “ebraicità dell’uomo Gesù di Nazareth”, fino a misconoscere la sua divinità. Ma questo ha persino travalicato gli ambiti dello stesso dialogo tra Cristianesimo e Ebraismo.

Non solo si è negata la divinità di Cristo. A volte, se non negata esplicitamente, si è però inventato l’assioma che la divinità di Cristo sia stata una sovrastruttura teologia successiva dei primi secoli (alcuni indicano la tradizione giovannea), conclamata in modo definitivo con Costantino e il Concilio di Nicea. Non a caso non pochi “periti teologi dell’ultimo Concilio” hanno brindato – quasi in un sacro complotto – alla svolta anti-costantiniana, quasi a liberare la Chiesa stessa dalla dottrina di Trento (che ribadiva quella secolare di sempre, contro l’eresia luterana e l’umanesimo gnostico), fino a emanciparla per i teologi più avanguardisti (come ho discusso riguardo a Küng, qui) dalla Trinità e dalla unicità salvifica di Cristo-Dio.

E non basta: perché in ultimo si aggiunge – per mezzo della teologia hegeliana, (che proprio Vito Mancuso conosce perfettamente, avendo pubblicato molti anni fa un saggio in merito di eccellente rigore e valore) – la penetrazione cabalistica nella stessa teologia cristiana, in due ambiti essenziali.

Vedere Dio come Indeterminazione Assoluta che si auto-rivela nella storia ed è la storia stessa, fino al più illimitato sincretismo e fino alla identificazione dello Spirito di Dio con lo spirito del mondo (leggi qui). Vedere il destino dell’uomo (che sarebbe addirittura “rivelato” dalle stesse Scritture!!) come un processo di auto-deificazione gnostica.

Ed è alla luce di ciò che si muove Mancuso, presentando queste suggestioni apostate non come teorie nuove. Trova infatti maggiore legittimazione e maggiore difficoltà di analisi scientifica e rigorosa l’idea di creare un limbo tra i fatti storici (spesso neanche più presi in considerazioni perché inventati dalle comunità cristiane come asserito dal maestro – si fa per dire – Bultmann) e le stesse Scritture. Fino a qualche decennio fa – e in fondo per lo stesso Lutero – la terra di nessuno era tra Costantino e gli anni Sessanta nel XX secolo, con il Concilio di Trento da considerare “il” castello da distruggere. Ora la terra di nessuno precede le Scritture. E poiché sappiano che le Lettere di San Paolo hanno documentazione e ricostruzione storica certa e oggettiva, proprio san Paolo diventa il termine di paragone per proporre il mito del pre-cristianesimo.

Si procede in tre mosse: attribuire appunto gli aspetti dottrinali a san Paolo; presupporre una semplice umanità di Gesù, come maestro di interiorità e spiritualità anarchica, legittimare, dunque, l’operazione con il mito del contesto culturale (di cui avevo parlato anche qui). Questo mito ha triplice valenza: per Cristo, per la mentalità del tempo, per le stesse Scritture come le leggiamo noi.

Quanto al Signore, secondo questa visione, l’uomo Gesù avrebbe detto questo o quello. Ma anche molto di più. E con intenzioni altre da come recepite dagli evangelisti canonici. Talmente altre che quelle parole possono essere relativizzate, fino ad essere contraddette… “Tanto mica c’erano i registratori!”. Quindi le Scritture non hanno nessun valore definitivo e oggettivo e storico. Quanto alla mentalità del tempo, si arriva a dire che Gesù ha sì parlato chiaramente, ad esempio, dell’inferno, ma quelle erano solo “immagini infantili” per pescatori. Gesù ha sì fondato il sacerdozio, scegliendo solo maschi, ma era una scelta momentanea, legata solo alla cultura del tempo. E lo stesso dicasi per l’indissolubilità del matrimonio legata al “principio”. Lo stesso dicasi sulle parole del Battista e l’Agnello che toglie il peccato il mondo!

Ecco perché Mancuso può dire che “Il punto infatti è che per me è molto più vitale il Gesù che mi invita a seguire una dimensione più vera del mio essere a cui mi posso convertire vivendo per la giustizia, che non aderire alla costruzione ecclesiastica che ha fatto di lui «l’agnello di Dio» con un’esistenza tutta votata al sacrificio della croce, venuto a morire per «togliere il peccato del mondo»”.

Non si tratta più neppure di apostasia. Ma libera adesione ad un mito, intenzionalmente e coscientemente auto-creato ad hoc!

 

 

 

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