di Lucia Comelli
Tre settimane fa, il rituale del lunedì – la giornata in cui prendiamo i nipotini all’uscita dall’asilo e li teniamo con noi fino a sera – si è arricchito di una nuova consuetudine: mentre Marta, la grande (sei anni) dopo un’oretta dedicata tutti assieme a qualche gioco, rimane con il nonno, Giovanni (quattro appena compiuti), dopo l’abituale lettura di una storia a luci accese, vuole addormentarsi al mio fianco con quella delle pecorelle.
Tre settimane fa, infatti, il piccolo non riusciva a prender sonno e, dopo ben quattro racconti e diverse giravolte nel letto mi ha chiesto: “nonna possiamo svegliarci?”. “Per svegliarsi – gli ho risposto – bisogna prima aver preso sonno e noi non abbiamo dormito neanche mezz’ora!” “Ma io, nonna, non ci riesco: sono grande ormai!” Ha detto, proprio mentre si lasciava sfuggire uno sbadiglio. “Proviamo, allora, con la storia delle pecore: diverse persone per assopirsi le contano a una a una … C’era una volta un pastore che ogni giorno portava al pascolo sulle colline il suo gregge, e poi a sera le riportava nell’ovile. In questo modo il latte delle pecorelle profumava di erba e fiori e anche le formaggelle che produceva erano deliziose. Arrivato all’ovile, l’uomo apriva il cancelletto del recinto e – mentre il suo cane le spingeva ad entrare – il pastore si metteva a contarle per essere sicuro che nessuna si fosse persa: una pecorina, due pecorine, tre pecorine … quaranta pecorine”. A questo punto – visto che Giò aveva smesso di agitarsi e la conta aveva intorpidito anche la mia mente – ho cessato di parlare, ma il piccolo con la voce impastata dal sonno si è girato un’ultima volta verso di me sussurrando: “ancora!” Ho ricominciato a conteggiare gli ovini, ma l’ometto metodico rannicchiato contro di me con un ultimo bisbiglio mi ha chiesto: “dall’inizio!”. Accidenti! Avevo scordato la prima regola aurea dei cantastorie: “se inventi un racconto, fai attenzione a quello che dici e ricordati le volte successive di narrarlo esattamente come la prima, eviterai le proteste degli infanti!” Ho ricominciato allora a cantilenare del pastore, delle sue pecore sulle colline e del loro latte che profumava di erba e fiori. Arrivata a fatica alla ventesima pecora ho guardato un’ultima volta il bellissimo visetto a una spanna dal mio e, prima di scivolare nel sonno profondo, ho ringraziato Dio della grande gioia che mi ha dato concedendomi di diventare nonna.
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