Il Signore ha fatto di san Pietro il fondamento visibile della sua Chiesa. A lui ne ha affidato le chiavi. Il Vescovo della Chiesa di Roma, Successore di san Pietro, è « Capo del Collegio dei Vescovi, Vicario di Cristo e Pastore qui in terra della Chiesa universale » (Catechismo Chiesa Cattolica, n. 936)

 

Rubens, Cristo dà le chiavi a San Pietro,c 1612–1614, Gemäldegalerie, Berlin

Rubens, Cristo dà le chiavi a San Pietro, c 1612–1614, Gemäldegalerie, Berlin

 

di Ines Murzaku

 

Diversi cari amici (sacerdoti) del mio istituto, la Seton Hall University – un’università diocesana – hanno il titolo di monsignore (My Lord).

Ricordo uno studente che veniva da un liceo gesuita e chiedeva perché c’erano così tanti sacerdoti a Seton Hall con quel titolo. Monsignore è un titolo onorifico, conferito ai sacerdoti diocesani dal papa su raccomandazione del vescovo locale, e ricevendo il titolo il sacerdote diventa membro della casa papale. Il titolo è entrato nella casa papale di Avignone ed è stato usato per la prima volta in Francia. Ma il titolo di monsignore non aggiunge né sottrae all’autorità del sacerdote; è un titolo onorifico che non incide sui doveri del sacerdote.

Molti ritengono che questo titolo onorifico sia inopportuno, forse storico o medievale e quindi candidato alla retrocessione. Infatti, è avvenuta una leggera retrocessione: a meno di un anno dalla sua elezione alla sede di San Pietro, il 4 gennaio 2014, La Stampa ha annunciato che papa Francesco aveva eliminato il conferimento del titolo onorifico di monsignore ai sacerdoti diocesani di età inferiore ai 65 anni:

L’unico Onorificenza Pontificia che sarà conferita ai “sacerdoti secolari” sarà quella di “Cappellano di Sua Santità” e questa sarà conferita solo ai “sacerdoti degni” che hanno più di 65 anni.

La ragione fornita è stata la lotta di Papa Francesco contro il carrierismo e l’ambizione personale nella Chiesa, poiché ha chiesto ai sacerdoti di essere umili e semplici servitori e di non aspirare a titoli. Anche in questo caso, si tratta di un titolo onorifico o meramente nominale, che non incide sull’autorità, sui doveri e sulla missione del sacerdote, e come tale può essere declassato, cambiato o forse cancellato del tutto.

Di diversa natura sono le modifiche apportate al nuovo e aggiornato Annuario Pontificio 2020, pubblicato il 2 aprile 2020. Si tratta di titoli teologicamente carichi del Romano Pontefice che hanno un profondo significato ecclesiologico, teologico e storico, e di conseguenza non hanno una data di scadenza. In altre parole, questi titoli sono per i posteri, e il dovere di un Pontefice attuale è quello di trasmettere la tradizione teologico-storica che include o è sintetizzata nei titoli immutati. Nel nuovo Annuario Pontificio 2020, tutti i titoli del Romano Pontefice sono volutamente spostati in fondo alla pagina e raggruppati sotto il titolo dei Titoli Storici nell’ordine seguente: Vicario di Gesù Cristo, Successore del Principe degli Apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa Universale, Primate d’Italia, Arcivescovo e Metropolita della Provincia Romana, Sovrano dello Stato della Città del Vaticano e Servo dei Servi di Dio. Il fatto è che questi titoli non sono né storici né onorifici, come nel caso di Monsignore; c’è invece storia e teologia in quei titoli che non possono essere retrocessi o sminuiti. L’insegnamento della Chiesa sul titolo di Vicario di Gesù Cristo si basa su due solidi pilastri: la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione. C’è teologia e storia nell’ora degradato  titolo “storico” . Come può essere degradata la teologia? Significa una demolizione del Papato?

La parola vicario – vices agens (colui che agisce al posto di colui che è assente) – è assente dalla Scrittura, ma il concetto generale di rappresentazione per partecipazione, gli apostoli che agiscono come rappresentanti di Gesù e la missione affidata da Gesù agli Apostoli si manifesta chiaramente nella Scrittura: “In verità vi dico: tutto ciò che legherete sulla terra sarà legato in cielo e tutto ciò che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo” (Matteo 18, 19). Oppure: “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me.” (Luca 10,16). E “chi respinge me, respinge colui che mi ha mandato” (Giovanni 12, 48). Oppure “La pace sia con te. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi” (Giovanni 20,21). Tuttavia, Pietro come Vicario visibile di Cristo nella Chiesa, che per partecipazione diventa Vicario, è chiaro e specifico nella Scrittura: “Ti darò le chiavi del regno dei cieli” (Matteo 18,19).

Cristo è salito al cielo ed è perennemente in possesso delle chiavi, anche se le affida per partecipazione a Pietro sulla terra. In altre parole, non ci sono due maestri nella Chiesa che hanno le chiavi, due maestri che lavorano in modo indipendente e usano le chiavi in modo indipendente. Invece, Pietro viene innalzato da Gesù al suo posto, e agisce come suo sostituto, suo rappresentante, il suo vicario visibile sulla terra. Il pieno esercizio dell’autorità è affidato a Pietro come vicario da Gesù stesso. In sintesi, la teologia alla base della consegna delle chiavi è che Pietro è il Vicario visibile di Cristo nella sua Chiesa, e per partecipazione Pietro possiede il potere che in sostanza è proprio di Cristo, di legare e sciogliere, decidere e determinare. Pietro è innalzato da Gesù ad essere il pastore supremo per “pasci i miei agnelli” (Giovanni 21, 15).

La Sacra Tradizione, secondo pilastro dell’insegnamento della Chiesa sulla teologia del titolo di Vicario di Cristo, segue la linea della Scrittura. Tra i Padri della Chiesa del II secolo, sant’Ignazio d’Antiochia (50-117) nella sua Lettera ai Magnesiani raccomanda ai cristiani di essere in perfetta sintonia con il vescovo, che “presiede a somiglianza di Dio” (capitolo VI). Tra i Padri latini, Tertulliano (155-220) usa Vicario del Padre (Vicario Patris) nel suo Adversus Marcionem (Libro, 3,6). San Cipriano (200-258 circa) nell’Epistola 63 riflette più sulla teologia del sacerdote che agisce come e rappresenta Cristo stesso – Sacerdos vice Christi vere fungitur. Secondo San Cipriano, i sacerdoti e i vescovi agiscono come rappresentanti visibili di Cristo tra i fedeli, mentre il capo invisibile della Chiesa rimane lo stesso – Gesù Cristo. I vescovi sono vicari degli apostoli; di conseguenza, il vescovo di Roma è vicario del primo tra gli apostoli: Pietro. San Cipriano è stato il primo ad esprimere il legame intrinseco tra Cristo-Pietro-papa, che egli ha definito come il ruolo del papa come vicario di Pietro. Il Concilio di Efeso nel 431 suggellò il ruolo di Pietro e dei suoi successori – i papi – al governo della Chiesa, affermando:

… il santo e beatissimo Pietro, principe e capo degli Apostoli, pilastro della fede e fondamento della Chiesa cattolica, ricevette le chiavi del regno da nostro Signore Gesù Cristo, il Salvatore e Redentore del genere umano, e che a lui fu dato il potere di sciogliere e legare i peccati: che da allora e fino ad oggi e per sempre vive e giudica nei suoi successori.

L’importante passaggio teologico dal concetto di papa vicario di Pietro a quello di papa vicario di Cristo avvenne durante il regno di papa Felice III (483-492) nelle sue lettere all’imperatore Zenone e ad Acazio. Questo portò al Concilio di Roma del 494 d.C., al termine del quale i Padri chiamarono Papa Gelasio Vicario Christi te videmus (in te vediamo il Vicario di Cristo) – un’affermazione che era stata ripetuta più volte durante il Concilio. La teologia del papa come Vicario di Cristo si rafforzò nel Medioevo, anche durante la riforma gregoriana. Questo portò San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), noto per essere l'”uomo del XII secolo” dell’Europa e un ardente difensore della fede, nel suo De Consideratione a riflettere sul primato del papa e sul suo governo esteso su tutto il mondo perché il papa non era altro che il Vicario di Cristo:

[Colui che è] destinato a governare non un solo popolo, ma tutti, cioè se le molte acque sono molti popoli. Quindi, mentre ognuno degli altri vescovi ha la sua nave, Tu sei al comando della più grande, la Chiesa universale di tutto il mondo, la somma di tutte le altre chiese messe insieme.

Papa come Vicario di Gesù Cristo è anche sancito dal Concilio di Firenze del 1439, così definito:

…che la santa sede apostolica e il romano pontefice detiene il primato su tutto il mondo e il romano pontefice è il successore del beato Pietro principe degli apostoli, e che egli è il vero vicario di Cristo, il capo di tutta la chiesa e il padre e maestro di tutti i cristiani, e a lui è stato affidato nel beato Pietro il pieno potere di prendersi cura, regolare e governare tutta la chiesa, come è contenuto anche negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni.

Il primato del papa come vicario di Cristo è rimasto invariato. Il Concilio Vaticano I ha solennemente ridefinito l’insegnamento nella Costituzione dogmatica Pastor Aeternus – Chiesa di Cristo:

… la santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice detengono un primato mondiale, e che il Romano Pontefice è il successore del beato Pietro, il principe degli apostoli, vero vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa e padre e maestro di tutto il popolo cristiano. A lui, nel beato Pietro, è stato dato pieno potere da nostro signore Gesù Cristo di prendersi cura, regolare e governare la Chiesa universale. Tutto questo si trova negli atti dei concili ecumenici e nei sacri canoni.

Vicario di Gesù Cristo è stato un titolo teologico costante del Romano Pontefice che si è basato sia sulla Sacra Scrittura che sulla Sacra Tradizione nei secoli della storia della Chiesa. È un titolo storicamente e teologicamente valido; non è un titolo onorifico o onorario che può essere declassato e scartato nella storia. Al contrario, è un titolo che ha plasmato sia la storia che la teologia ed è cruciale per la vita della Chiesa. A differenza del titolo onorifico Monsignore che non aggiunge né sottrae all’autorità del sacerdote, Vicario di Cristo è un titolo profondamente teologico. L’insegnamento sul papa, Vicario di Cristo, è acquisito dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione, definito dai concili ecumenici e approvato dai papi, rendendo infallibile la teologia che sta dietro al titolo. Di conseguenza, il titolo non può essere cambiato, buttato via nella storia o degradato. Se ciò accade, significa che il papato stesso è degradato. Questo titolo e la teologia che sta dietro al titolo sono immutabili e possono essere solo trasmessi ai posteri.

 

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