Michael Urie - Photo by JUSTIN LANE/EPA-EFE/REX/Shutterstock (10229716gm)

Michael Urie – Photo by JUSTIN LANE/EPA-EFE/REX/Shutterstock (10229716gm)

 

 

di Giorgia Brambilla

 

«Help create a more equal world by using gender-neutral language». Se ci mettiamo gli accordi di “Imagine” di John Lennon, abbiamo la strofa perfetta per il nuovo jingle dell’utopia egualitaria moderna. La frase ad effetto è presa nientemeno che da un tweet dell’ONU (qui), in pratica, si consiglia di non usare termini che denotino la specificità maschile o femminile se non si conosce il “genere” scelto dalla persona, parole “neutre”. Quindi, non husband/wife (marito/moglie) ma “spouse”, non boyfriend/girlfriend (fidanzato/fidanzata) ma partner. Persino fireman (vigile del fuoco) sarebbe irrispettoso, probabilmente per quel “man” (uomo) alla fine della parola e diventa firefighter.

Interessante che questo “consiglio” simil-morale venga proposto proprio nello stesso periodo in cui in Italia si è ricominciato a discutere della legge contro la cosiddetta “omofobia”. Sarà finito il lockdown anche per le ideologie? Vediamo brevemente qual è il collegamento tra le due questioni.

Le “teorie del genere” e l’omosessualismo – dove con questo termine intendiamo i gruppi di militanti gay che cercano di ottenere il riconoscimento di taluni diritti – ancorano le loro argomentazioni a una sorta di egualitarismo che mostra la differenza, nella fattispecie quella sessuale, come motivo di discriminazione. Precisiamo, però, che nel caso dell’omofobia il “diritto” da ottenere sarebbe quello di mettere a tacere tutti coloro che non la pensano allo stesso modo, fino ad imporre una “rieducazione” in tal senso dei ragazzi persino nelle scuole, come abbiamo spiegato in un precedente contributo (qui)

Questo approccio diventa muro, se non addirittura strategia, che impedisce di entrare in merito alla questione omosessuale e alle sue innumerevoli implicazioni individuali, culturali e sociali. Tutto il discorso è riportato continuamente all’aspetto dei diritti, alla lotta contro le discriminazioni e alla ricerca di un’uguaglianza che si ottiene tramite un pensiero unico e omologato. Una tendenza della contemporaneità è di omologare comportamenti e tendenze per renderli immediatamente identificabili. La semplificazione attuata dai media di considerare l’individuo omosessuale come una categoria sociale “normale”, ha abolito le differenze all’interno del vasto e variegato campo dell’omosessualità maschile e femminile.

Creare l’omogeneità in un ambito dove invece regna l’eterogeneità, oltre ad appiattire le soggettività instaura una visione ideologica che si espande in un’ipertrofia dei diritti. Le istanze in gioco sono sotto gli occhi quotidianamente: la diffusione dell’insegnamento gender nelle scuole, le campagne contro l’omofobia e la discriminazione, il diritto ai matrimoni gay e sulla possibilità di adottare (L. ANTONINI, Il traffico dei diritti insaziabili).

In ottemperanza al principio secondo il quale diversità equivale a disuguaglianza, e dunque a un’inaccettabile fonte di discriminazione e oppressione, è necessario fare in modo che tutti gli esseri umani non siano più identificabili in intollerabili classi in base al comportamento sessuale, ma nella nuova categoria del genere come promessa per un futuro di felicità e pace per tutti nel momento in cui saranno cadute tutte le barriere e le discriminazioni. Quando Alfred Kinsey stilò con criteri empirico-statistici, sostenne la tesi che femminilità e mascolinità sono costruzioni culturali indotte, dalle quali bisogna liberarsi per stabilire un’autentica uguaglianza tra esseri umani. E la prima tappa fu ovviamente la “rivoluzione linguistica”: da sesso a genere. Ma del resto, come scrive Philip Dick: «Lo strumento basilare per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se controlli il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole».

La ricerca ossessiva di uniformità è essa stessa una forma di “controllo”, che diventa crescente pervasività del politico nel biologico. L’uomo diventa quel “buon ingrediente standardizzato” di Aldous Huxley, il noto scrittore de Il mondo nuovo, ma anche fratello di Julian primo presidente dellUNESCO di cui curò le linee programmatiche in Unesco, its purpose and its philosophy.

Ed è esattamente qui il punto d’incontro tra genderismo e biopolitica: l’obiettivo è quello di decostruire l’identità naturale per introdurre la “fluidità di genere” che si esprime nel “transgenderismo”. La sessualità perde, dunque, il suo carattere oggettivo per assumere una identità fluttuante e soggettiva che potrà adottare orientamenti molteplici e diversi a seconda delle inclinazioni e degli istinti contingenti di ciascun individuo, annullando così anche la persona però, costitutivamente sessuata.

Ed è per questo che le Nazioni Unite se ne fanno portavoce, facendo entrare il gender attraverso le cosiddette “conferenze intergovernative”, quelle che, tramite la trattazione di vari temi sensibili, hanno reso l’ONU una sorta di “autorità morale universale” (M.PEETERS, Il gender. Una questione politica e culturale). Dale O’Leary spiega, infatti, che «la Piattaforma d’Azione, scaturita dalla Conferenza di Pechino sulle donne, ha invitato i governi a “diffondere l’Agenda di Genere” in ogni programma politico e in ogni istituzione sia pubblica che privata» (D.O’LEARY, La guerra del gender).

Più recentemente, nel giugno 2016 l’Alto Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, sotto la regia dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association), con una maggioranza risicata di 84 voti a favore contro 77, ha adottato una risoluzione con la quale ha nominato un’ “Independent Expert”, un esperto indipendente incaricato di monitorare le attività di tutti gli Stati membri, affinché garantiscano “protezione contro la violenza e discriminazione basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere” (R. DE MATTEI, Dal gender al transumano: il ruolo della biopolitica).

Anche l’Unione Europea ha cominciato ad allinearsi all’“agenda gender”, a cominciare dalla “Risoluzione per la parità di diritti per gli omosessuali”, adottata dal Parlamento Europeo nel 1994. In essa, si stabiliva che «ogni cittadino deve avere lo stesso trattamento a prescindere dall’orientamento sessuale; si chiede l’abolizione di tutte le disposizione di legge che criminalizzano e discriminano i rapporti sessuali tra persone dello stesso sesso e l’eliminazione degli ostacoli frapposti al matrimonio o registrazione di unioni di coppie omosessuali, oltre all’accesso all’adozione e affidamento».

Tra il 2006 e il 2007 il Parlamento Europeo emana altri atti con i quali viene ufficialmente introdotto nella legislazione comunitaria il nuovo termine “omofobia”, intesa come un’avversione irrazionale nei confronti di omosessuali ma anche transessuali (transfobia) basata su pregiudizi. Segnaliamo il peso della “Carta di Nizza”, entrata in vigore con il “Trattato di Lisbona” (2007), che ha tradotto in termini giuridici, sotto forma di principio di non-discriminazione, la teoria del gender, affermando che la differenza fra uomo e donna non deve fondarsi più sul dato oggettivo della natura, ma sulla soggettività delle tendenze e delle scelte. Ed è infatti proprio a questi dettami che hanno fatto appello le rivendicazioni avanzate dai movimenti LBGTQ nei vari paesi dell’Unione Europea.

Si capisce, allora, che nel momento in cui considerazioni di natura politica entrano nelle procedure scientifiche che mirano alla comprensione dei fenomeni umani e sociali, diventa difficile se non impossibile, riuscire a creare una piattaforma condivisa perché ogni ricerca sarà controbilanciata da qualche analoga e contraria (D.NEROZZI, “Intervista” in G.Brambilla, Sessualità, gender ed educazione). In questa situazione, gli studi anche quelli più seri finiscono con l’essere annullati lasciando lo spazio decisionale alla politica che ha il compito di normare i fenomeni sociali in accordo con la visione di riferimento, indipendentemente dal supporto derivante dall’ambito scientifico, che viene così annullato. Questo è il meccanismo posto alla base del mondo politically correct che si pone in netto contrasto con una valutazione della realtà basata sul principio di oggettività e non contraddizione.

Ci stiamo avvicinando alla “Generazione Unisex”, dove “puoi essere tutto ciò che desideri”, come annuncia lo spot della Barbie, ma solo se rifiuti tutto ciò che sei realmente e veramente, ovvero se rinunci alla tua natura umana, definita, corporea, sessuata, contingente e limitata, ma così creata ad immagine e somiglianza di Dio.

 

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