Una lettura dei documenti della Chiesa oltre le contrapposizioni
di Giuseppe Russo
La recente discussione intorno alle affermazioni del liturgista Andrea Grillo offre l’occasione per tornare su una questione che, da decenni, divide il mondo cattolico: che cosa è realmente accaduto al Messale Romano precedente alla riforma liturgica?
La domanda non riguarda soltanto la possibilità di celebrare oggi secondo il Messale del 1962. Riguarda qualcosa di più profondo: quel Messale è stato abrogato? È stato semplicemente superato? E quale rapporto esiste oggi tra quella forma liturgica e la Tradizione della Chiesa?
Su questo tema si rischia facilmente di cadere nella contrapposizione tra “progressisti” e “tradizionalisti”. Preferisco invece partire dai documenti. Perché, quando si parla di liturgia, sono essi a dover parlare per primi.
Il Concilio Vaticano II: riforma, non cancellazione
Il primo dato da ricordare è che il Concilio Vaticano II non promulgò un nuovo Messale.
La Costituzione Sacrosanctum Concilium, approvata il 4 dicembre 1963, stabilì i principi della riforma liturgica.
E uno di questi principi è particolarmente importante. Al n. 23 si legge:
«Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale».
E lo stesso numero aggiunge:
«non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti».
(Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963, n. 23).
È difficile sottovalutare la portata di queste parole.
Il Concilio non contrappone Tradizione e progresso. Parla di una “sana tradizione” e di un “legittimo progresso”. E chiede che le nuove forme liturgiche scaturiscano “organicamente” da quelle già esistenti.
Questo non significa che la liturgia non possa cambiare. Al contrario, lo stesso Sacrosanctum Concilium riconosce, al n. 21, che nella liturgia esiste una parte immutabile e una parte suscettibile di cambiamento. (Sacrosanctum Concilium, n. 21).
Il problema, dunque, non è riforma oppure Tradizione.
Il problema è se una riforma possa essere autenticamente tale senza trasformarsi in una rottura con la Tradizione.
Paolo VI e il nuovo Messale
Il 3 aprile 1969 Paolo VI promulgò la Costituzione apostolica Missale Romanum, con la quale veniva promulgato il Messale Romano rinnovato secondo quanto richiesto dal Concilio Vaticano II.
Anche questo documento merita di essere letto con attenzione.
Paolo VI, prima di presentare il nuovo Messale, ricorda il ruolo avuto per quattro secoli dal Messale promulgato da san Pio V nel 1570 e riconosce che esso aveva alimentato la vita spirituale di innumerevoli cristiani e santi.
La riforma, quindi, non viene presentata come la sostituzione di una liturgia priva ormai di valore con una liturgia finalmente autentica.
Paolo VI parla di una revisione e di un rinnovamento del Messale Romano, inserendoli nella storia precedente della riforma liturgica, iniziata già sotto Pio XII.
Questo dato è importante: il nuovo Messale non nasce dal nulla e il Messale precedente non viene descritto come un errore della Chiesa.
Ma il Messale precedente fu abrogato?
Qui arriviamo al punto più delicato.
La promulgazione del nuovo Messale comportò automaticamente l’abrogazione giuridica del Messale precedente?
La questione è stata oggetto di interpretazioni differenti. Ma non possiamo ignorare ciò che, nel 2007, affermò Benedetto XVI.
Con il Motu proprio Summorum Pontificum, il Papa stabilì che il Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII nel 1962 poteva essere utilizzato e lo qualificò espressamente come “mai abrogato”.
L’articolo 1 afferma:
«Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato».
(Benedetto XVI, Lettera apostolica in forma di Motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007, art. 1).
Nello stesso articolo Benedetto XVI definiva il Messale promulgato da Paolo VI la forma ordinaria dell’unico Rito Romano e quello del 1962 la forma straordinaria dello stesso Rito Romano.
Questa non è un’interpretazione di parte.
È ciò che stabilì un Romano Pontefice in un atto pontificio.
Benedetto XVI: non due Chiese liturgiche
La posizione di Benedetto XVI diventa ancora più chiara nella lettera ai vescovi che accompagnava Summorum Pontificum.
Il Papa spiegava che il suo intento non era quello di creare una contrapposizione tra due Chiese o due Riti, ma di riconoscere due forme dell’uso del Rito Romano.
E soprattutto riteneva che le due forme potessero “arricchirsi a vicenda”.
(Benedetto XVI, Lettera ai vescovi che accompagna il Motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007).
La prospettiva era dunque quella della continuità.
Non si trattava di negare il Concilio Vaticano II, ma di impedire che la riforma liturgica fosse interpretata come una cancellazione di tutto ciò che l’aveva preceduta.
È una posizione coerente con il pensiero più generale di Joseph Ratzinger.
Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI aveva contrapposto l’“ermeneutica della discontinuità e della rottura” all’“ermeneutica della riforma”, sostenendo che il Concilio dovesse essere interpretato nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa.
La questione liturgica, dunque, si inseriva per Ratzinger in una questione ecclesiologica più ampia: la Chiesa può riformarsi senza cessare di essere se stessa.
Il 2021: Traditionis custodes
Nel 2021 il quadro cambia.
Papa Francesco, con il Motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021, abroga espressamente le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti relative all’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.
L’articolo 1 stabilisce:
«I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano».
(Francesco, Lettera apostolica in forma di Motu proprio Traditionis custodes, 16 luglio 2021, art. 1).
La differenza rispetto a Summorum Pontificum è evidente.
Nel 2007 Benedetto XVI riconosceva due forme dell’uso del Rito Romano.
Nel 2021 Francesco stabilisce invece che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II costituiscono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.
Non è una semplice modifica disciplinare marginale.
È un cambiamento significativo nella collocazione ecclesiale della liturgia precedente.
Ma il Messale del 1962 non viene semplicemente cancellato
Qui è necessaria una precisazione.
Dire che Traditionis custodes ha profondamente modificato la disciplina del 2007 non significa che il Messale del 1962 venga semplicemente dichiarato inesistente.
L’articolo 2 stabilisce infatti che spetta al vescovo diocesano autorizzarne l’uso nella propria diocesi.
L’articolo 3 disciplina inoltre concretamente le celebrazioni secondo il Messale del 1962, indicando condizioni, luoghi e responsabilità pastorali.
La situazione, dunque, va descritta con precisione.
Il Messale del 1962 non è più, secondo la disciplina di Traditionis custodes, una seconda espressione della lex orandi del Rito Romano.
Ma il suo uso continua a essere oggetto di una disciplina ecclesiastica specifica.
Questa distinzione è importante perché evita due semplificazioni opposte:
da una parte, sostenere che nulla sia cambiato rispetto al 2007;
dall’altra, affermare che il Messale del 1962 sia semplicemente “scomparso” dalla realtà giuridica della Chiesa.
E allora che cosa significa dire che il Vetus Ordo “non esiste più”?
È qui che la provocazione di Andrea Grillo merita di essere affrontata seriamente.
Se l’affermazione significa che oggi il Messale del 1962 non è più riconosciuto dalla disciplina vigente come una seconda espressione della lex orandi del Rito Romano, allora il riferimento a Traditionis custodes è chiaro.
Ma se significa che il Messale del 1962 era già giuridicamente inesistente fin dalla promulgazione del nuovo Messale, allora la questione è molto più complessa.
Perché nel 2007 Benedetto XVI affermò esplicitamente che quel Messale era “mai abrogato”.
Non possiamo semplicemente cancellare questa affermazione dalla storia della Chiesa.
Possiamo dire che una disciplina successiva l’ha modificata.
Possiamo discutere se la posizione di Benedetto fosse opportuna o meno.
Possiamo sostenere che Francesco abbia legittimamente cambiato quella disciplina.
Ma non possiamo fare come se Summorum Pontificum non fosse mai esistito.
Il problema vero è teologico
E qui, a mio avviso, il dibattito deve compiere un passo ulteriore.
La questione non può essere soltanto giuridica.
La domanda più profonda è:
che rapporto esiste tra Tradizione e riforma?
Il Vaticano II non ha posto la questione nei termini di una scelta tra conservazione del passato e apertura al futuro.
Ha parlato di “sana tradizione” e di “legittimo progresso”.
E nel 2011 Benedetto XVI, parlando proprio al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, definì questi due termini come il “programma di riforma” dei Padri conciliari, sottolineando che tradizione e progresso non devono essere contrapposti perché la Tradizione è una realtà viva. (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno nel 50° anniversario di fondazione del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, 6 maggio 2011).
È significativo che proprio nel 2026 Papa Leone XIV abbia ripreso il n. 23 di Sacrosanctum Concilium, indicando nella formula “conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso” la direzione della riforma liturgica. (Leone XIV, Udienza generale, 27 maggio 2026).
Questo dovrebbe far riflettere.
La questione della Tradizione liturgica non è una questione appartenente soltanto al passato.
È una questione ancora viva.
Due rischi opposti
A questo punto credo sia necessario riconoscere due rischi.
Il primo è quello di trasformare il Vetus Ordo in una bandiera ideologica contro il Concilio Vaticano II.
È un rischio reale.
Un cattolico può amare il Messale del 1962 senza negare il Concilio, la riforma liturgica o l’autorità del Papa. Ma quando quella forma liturgica viene utilizzata come strumento per contestare l’intera riforma conciliare, il problema non è più soltanto liturgico.
Esiste però anche un rischio opposto: trasformare il Novus Ordo nel simbolo di una Chiesa che avrebbe finalmente superato il proprio passato.
Anche questo sarebbe problematico.
La Chiesa non è nata nel 1970.
Il cristianesimo non è nato con il Concilio Vaticano II.
E una liturgia che ha formato per secoli generazioni di cristiani non può essere ridotta semplicemente a un errore storico che la Chiesa avrebbe finalmente corretto.
La riforma non deve diventare cancellazione della memoria.
E la memoria non deve diventare rifiuto della riforma.
Non esistono “buoni” e “cattivi” della liturgia
È qui che, forse, dovremmo cambiare anche il linguaggio con cui affrontiamo questa discussione.
Non abbiamo bisogno di stabilire ogni volta chi siano i “buoni” e i “cattivi” della vicenda liturgica.
Non abbiamo bisogno di definire automaticamente “progressista” chi difende la riforma o “tradizionalista” chi ama il Messale precedente.
Queste categorie possono avere una loro utilità sociologica, ma diventano pericolose quando sostituiscono l’analisi teologica.
La domanda non dovrebbe essere:
“Da che parte stai?”
Dovrebbe essere:
“Che cosa dicono realmente i documenti della Chiesa?”
E subito dopo:
“Come si possono comprendere insieme Tradizione, riforma e comunione ecclesiale?”
Anche Traditionis custodes deve essere preso sul serio
Per onestà intellettuale bisogna però prendere sul serio anche la posizione di Papa Francesco.
La lettera che accompagna Traditionis custodes spiega che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano concesso l’uso del Messale del 1962 con l’intenzione di favorire la comunione ecclesiale.
Francesco afferma che quella concessione sarebbe stata utilizzata in alcuni contesti per aumentare le divisioni e mettere in discussione la riforma liturgica, il Concilio Vaticano II e la sua autorità. (Francesco, Lettera ai vescovi che accompagna il Motu proprio Traditionis custodes, 16 luglio 2021).
Si può discutere questa valutazione.
Ma bisogna riconoscere che essa costituisce la motivazione dichiarata del provvedimento.
Il problema posto da Francesco è dunque anche ecclesiologico:
come impedire che una forma liturgica diventi motivo di divisione nella Chiesa?
È una domanda seria.
Ma esiste anche la domanda speculare:
come impedire che la difesa della riforma liturgica diventi una negazione della memoria liturgica della Chiesa?
La vera domanda non è: Messa antica o Messa nuova?
Forse, allora, abbiamo sbagliato domanda.
La questione non dovrebbe essere:
Vetus Ordo contro Novus Ordo.
E neppure:
Benedetto XVI contro Francesco.
La vera domanda è:
come può la Chiesa riformare la propria liturgia rimanendo fedele alla propria Tradizione?
E, nello stesso tempo:
come può custodire una tradizione liturgica senza trasformarla in un rifiuto della legittima autorità della Chiesa?
Sono due domande inseparabili.
Se prendiamo sul serio Sacrosanctum Concilium, la riforma deve essere radicata nella Tradizione.
Se prendiamo sul serio Summorum Pontificum, dobbiamo riconoscere che Benedetto XVI attribuì al Messale del 1962 una permanenza giuridica che non può essere semplicemente negata retroattivamente.
Se prendiamo sul serio Traditionis custodes, dobbiamo riconoscere che Francesco ha modificato profondamente quella disciplina e ha stabilito che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II costituiscono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.
Tutti questi dati fanno parte della storia della Chiesa.
E il compito di chi scrive di liturgia non dovrebbe essere quello di scegliere soltanto i documenti che confermano la propria posizione.
Dovrebbe essere quello di tenere insieme anche i documenti che pongono problemi alla propria tesi.
Una parola ad Andrea Grillo
Per questo la tesi di Grillo merita una risposta nel merito, non un’etichetta.
Se egli sostiene che il Messale del 1962 non costituisca oggi una forma della lex orandi del Rito Romano, il riferimento a Traditionis custodes è certamente pertinente.
Se invece sostiene che quel Messale fosse già privo di qualsiasi rilevanza giuridica ed ecclesiale fin dalla promulgazione del nuovo Messale, allora deve confrontarsi con Summorum Pontificum e con l’affermazione di Benedetto XVI secondo cui esso era “mai abrogato”.
È una questione che può essere discussa.
Ma deve essere discussa alla luce dei documenti e non attraverso la contrapposizione delle appartenenze ecclesiali.
Una parola anche a chi ama il Vetus Ordo
La stessa onestà va chiesta a chi difende il Messale del 1962.
Non basta dire che Benedetto XVI lo aveva liberalizzato.
Bisogna riconoscere che la disciplina è stata successivamente modificata da Francesco.
E bisogna anche accettare che la difesa di una forma liturgica precedente non può trasformarsi nella negazione dell’autorità della Chiesa o del Concilio Vaticano II.
Ma, allo stesso tempo, l’obbedienza alla disciplina vigente non dovrebbe obbligare nessuno a considerare priva di valore una forma liturgica attraverso la quale la Chiesa ha pregato per generazioni.
Obbedienza e memoria non sono necessariamente nemiche.
Una conclusione
La liturgia non è una bandiera.
Non dovrebbe servire a dire:
“Io sono tradizionalista.”
Ma neppure:
“Io sono progressista.”
La liturgia appartiene alla Chiesa.
Ed è proprio per questo che è troppo importante per essere trasformata in una guerra tra appartenenze.
La Tradizione non è un museo.
Ma nemmeno il passato è un errore che la Chiesa debba vergognarsi di aver vissuto.
La riforma non è necessariamente una rottura.
Ma neppure ogni cambiamento può essere chiamato automaticamente sviluppo organico della Tradizione.
È qui che la discussione diventa veramente seria.
Non abbiamo bisogno di stabilire chi abbia vinto: il Vetus Ordo o il Novus Ordo, Benedetto XVI o Francesco, i tradizionalisti o i progressisti.
Abbiamo bisogno di capire come la Chiesa possa riformarsi senza perdere la propria memoria e come possa custodire la propria memoria senza trasformarla in un rifiuto della riforma.
Forse è proprio questo il significato più profondo di quelle parole del Concilio Vaticano II che dovrebbero accompagnare ogni discussione sulla liturgia:
«Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso».
(Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, n. 23).
Tradizione e progresso non sono necessariamente nemici.
La vera sfida è comprendere come possano appartenere alla vita della stessa Chiesa.
E questa è una domanda troppo importante per essere lasciata alle contrapposizioni ideologiche.




















Caro Don Giuseppe,
ormai deve fare l’abitudine alle mie (rispettose) provocazioni.
Manca secondo me un’interessante osservazione nel suo articolo:
come mai il Summorum Pontificum è stato fortemente avversato sia dai “tradizionalisti estremi” che da Papa Francesco?
Coincidentia oppositorum, tanto cara alle logge massoniche?
Tobia
Caro Tobia, le tue provocazioni, proprio perché rispettose, sono sempre stimolanti e questa volta toccano un punto che effettivamente meriterebbe un ulteriore approfondimento.
La cosa interessante è proprio questa: il Summorum Pontificum di Benedetto XVI fu contestato da ambienti molto diversi, ma per ragioni profondamente differenti.
Da una parte vi furono coloro che lo giudicarono insufficiente perché non riconosceva al Messale antico una posizione esclusiva e continuavano a considerare la riforma liturgica successiva al Concilio come una rottura da correggere. Dall’altra, invece, vi furono coloro che lo considerarono pericoloso proprio perché avrebbe finito per mettere in discussione l’unicità della riforma liturgica e dell’assetto liturgico postconciliare.
E qui, secondo me, c’è un elemento interessante: Benedetto XVI non si collocava in nessuno dei due schieramenti.
Il suo progetto non era né quello di restaurare semplicemente il passato né quello di cancellarlo. Nel Summorum Pontificum egli tentò di collocare il Messale del 1962 all’interno dell’unico Rito Romano, parlando di forma ordinaria e forma straordinaria e sostenendo che le due forme potessero arricchirsi reciprocamente. (Benedetto XVI, Summorum Pontificum, 7 luglio 2007, art. 1; Lettera ai vescovi, 7 luglio 2007).
Francesco, invece, nel 2021 ha giudicato necessario modificare radicalmente quella impostazione, affermando che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II costituiscono «l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano» (*Francesco, Traditionis custodes, 16 luglio 2021, art. 1).
Perciò la tua domanda è interessante, ma io eviterei di parlare di “coincidenza degli opposti” in senso ideologico, e ancor più di ricavarne un riferimento alle logge massoniche senza documentazione. Sarebbe un salto che il mio articolo, volutamente costruito sui documenti, non può permettersi.
Mi interessa molto di più un’altra domanda: perché una proposta nata proprio per superare la contrapposizione tra “vecchia” e “nuova” liturgia finì per essere percepita come problematica sia da una parte del mondo tradizionalista sia da chi considerava ormai irreversibile la riforma conciliare?
Forse è proprio qui che si trova il punto più interessante della vicenda Ratzinger. Comunque mi dai Tobia lo spunto per un nuovo articolo. Grazie e buona festa dell’Assunta.
Buona festa anche a Lei, Don.
E preghi per me!
Farò molto purgatorio per quello che penso di Bergoglio. Forse…
Ma continuerò a pensarlo.
Tobia
rev. don Giuseppe, ho letto con molto interesse il suo articolo sulla liturgia eucaristica. Io sono un sacerdote di 70 anni, che ha fatto la prima comunione nel 1967, quando si stava introducendo il nuovo Rito, ed avevo un Messalino che recava la versione italiana e latina della Messa. Per me non è mai stato un problema sentire eventuali discussioni sulla “vecchia messa”, anche se ogni tanto sentivo dire alcuni anziani che “la vecchia Messa era più bella, più mistica”. A me però sembrava una nostalgia dei tempi dell’infanzia. sono stato ordinato nel 1985, e nel nostro seminario a Roma non ci si era mai posto il problema della Messa secondo il Vetus Ordo. Semmai ci si impegnava a vivere veramente e a far vivere l’Eucaristia, creando anche una celebrazione seria e dignitosa, ma anche gioiosa. Studiano la Riforma del Concilio Vaticano II sapevo che il nuovo Messale era molto migliore del precedente, perchè arricchito di nuove Preghiere Eucaristiche, arricchito di una Liturgia della Parola infinitamente più ricca del Messale precedente, e le varie orazioni e collette si erano moltiplicate, attingendo anche a preghiere esistenti, ma non più prese in considerazione. Per questo la Messa secondo il Vetus Ordo non mi è mai sembrata un rito da conservare, se non come una della tante preghiere aggiornate con un linguaggio più consono alla sensibilità moderna, ma che ovviamente mantenevano il cuore di tutto nella Consacrazione. Sono rimasto meravigliato quando Papa Benedetto ha pubblicato quel documento, che in molti abbiamo interpretato come una mano tesa ai lefreviani, che però non si sono distolti dalle loro idee. Mi sembra anche una stranezza collegare il Vetus Ordo ai paramenti sacri, perchè il senso della celebrazione Eucaristica, a me sembra, non stia nei paramenti ma nella sostanza della celebrazione. Francamente non capisco tante discussioni, che mi sembrano più un voler creare fazioni nella Chiesa, piuttosto che lavorare per annunciare il Vangelo a un mondo che si perde. Spero che con semplicità il Pontefice rimetta un po’ di ordine e un po’ di pace in una questione che dovrebbe ormai esser superata.
Caro don Stefano, ho molto pensato prima di sottoporLe i miei pensieri. Era necessario perché desideravo trasmetterLe tutta il mio amore per la liturgia, qualunque essa sia. Ma volevo anche trasmetterle le sensazioni da “figliol prodigo” del rito antico: sono tornato “a casa” perché ho avuto fame, dopo essere stato in un “paese lontano”.
Sono il direttore di un Coro parrocchiale, oggi ho 54 anni ed ho iniziato a suonare in Chiesa ad 11 anni. Il percorso è stato, per me, al contrario, rispetto al Suo.
In quel lontano 1983 che un rito Antico fosse esistito, non lo sapevo neanche. In quel periodo, forse, la compagine “tradizionalista” era solo, come Lei dice correttamente, un gruppo di nostalgici. Oggi, invece, per ovvi motivi anagrafici, alla messa “antica” ci vanno altre persone, più che altro i giovani e le famiglie.
Scoprire quel rito, da fedele e da musicista, è stato sconvolgente.
La mia generazione non conosce quella qualità di silenzio, non conosce quell’offertorio così esplicito, quella elevazione (più in alto, verso il crocifisso posto al centro dell’altare) che annichilisce ogni distrazione, ogni pensiero superfluo….
Da musicista, poi, mi sono sentito sminuito. Rispetto a quanto sono ordinariamente chiamato a fare in parrocchia, ho notato che occorre davvero molto talento (e studio) in più per preparare un coro che canta la polifonia classica, il gregoriano e per eseguire brani su organi che – talvolta – sono dei veri e propri “monumenti”. Davvero sono necessari molta volontà, assiduità e sacrificio.
Lei parla di maggiore estensione e ricchezza del nuovo messale – non c’è dubbio – ma io Le ricordo l’epurazione di tutte le “ottave”, i “propri” di tanti Santi “dimenticati” dal nuovo Messale, le pratiche devozionali, le messe “Rorate”, le preparazioni alle feste, il modo di celebrare i “tempi forti”. Potrei aggiungere tanta altra “ricchezza” antica.
Chiudo citando il card. Ratzinger che, in merito alla riforma liturgica, ebbe a dire: “si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro, sia pure con il materiale di cui era fatto l’edificio antico e utilizzando anche i progetti precedenti”… Mi sembra un punto chiaro di partenza che prescinde dallo scisma Lebfevriano per procedeere, da lontano, verso “Summorum Pontificum”. Un riconoscimento del gran lavoro fatto dai riformatori da anche della loro volontà di prendere le distanze dalla tradizione.
Rispondo io Domenico
Caro Domenico, grazie per questa riflessione così appassionata e, soprattutto, così concreta.
Credo che il valore della tua testimonianza stia proprio nel fatto che non nasce dalla nostalgia di un’epoca vissuta, ma dalla scoperta, da parte di una persona della tua generazione, di una realtà liturgica che non conosceva.
E trovo molto interessante che tu ne parli da musicista: il silenzio, il gregoriano, la polifonia, l’organo, la preparazione del coro, lo studio e persino il sacrificio necessario per rendere bene una celebrazione non sono elementi marginali. Fanno parte di una certa esperienza della liturgia e meritano di essere presi sul serio.
Allo stesso tempo, penso che il tuo intervento confermi proprio la necessità di evitare contrapposizioni semplicistiche. Il Messale riformato ha certamente acquisito una ricchezza straordinaria, soprattutto nella Liturgia della Parola e nel patrimonio delle Preghiere eucaristiche e delle orazioni. Ma questo non significa che, nel passaggio, non si siano perdute o accantonate forme, testi, devozioni e sensibilità che appartenevano alla memoria liturgica della Chiesa.
Riconoscere questo non significa essere contro il Concilio. Così come riconoscere la ricchezza del nuovo Messale non significa essere contro la Tradizione.
Forse è proprio qui che il confronto dovrebbe diventare più serio: non domandarci continuamente quale rito dobbiamo difendere, ma chiederci che cosa della ricchezza della Tradizione possiamo ancora recuperare e valorizzare nella vita liturgica della Chiesa, senza mettere in discussione la legittimità della riforma.
E la citazione di Ratzinger che riporti è davvero significativa. Quel «si fece a pezzi l’edificio antico e se ne costruì un altro» non è, a mio avviso, una condanna della riforma, ma pone una domanda sulla sua modalità e sulla sua relazione con ciò che l’aveva preceduta.
È una domanda che vale la pena continuare a porsi, senza nostalgie ma anche senza rimozioni.
Grazie davvero, Domenico. Il tuo intervento, più che alimentare una contrapposizione, aiuta a comprendere perché questa questione sia ancora viva.
Caro don Stefano, grazie per questa testimonianza, che trovo molto interessante proprio perché nasce da una lunga esperienza sacerdotale e da una generazione che ha vissuto concretamente la riforma liturgica. Mi trova pienamente d’accordo su un punto fondamentale: la liturgia non può diventare una guerra tra fazioni, perché al centro rimane sempre l’Eucaristia e l’annuncio del Vangelo. Il mio intento, però, non era difendere il Vetus Ordo, ma cercare di comprendere perché una questione che Benedetto XVI aveva affrontato anche come strumento di riconciliazione sia diventata, negli anni, motivo di tanta contrapposizione. Forse non dobbiamo necessariamente scegliere tra “vecchio” e “nuovo”, ma recuperare la capacità di parlarne senza trasformare una sensibilità liturgica in un’appartenenza ideologica. Su questo, credo, possiamo davvero incontrarci. Un caro saluto.
Se opportuno vorrei aggiungere due spunti di riflessione: 1) lo stesso Papa Francesco, con il decreto “Quo Magis”, ha aggiunto sette prefazi all’edizione tipica del messale Romano del 1962: se le mie conoscenze giuridiche non mi ingannano, rettificare una norma – ancorchè abrogata in precedenza – ne conferma la vigenza. Per un riferimento temporale, questo è avvenuto nel 2020.
2) Come rispondere alla domanda se gli istituti ex Ecclesia Dei, le loro costituzioni, le Abbazie, le Certose…. siano tutti fuori dalla legittimità liturgica?
Ovviamente la risposta ovvia è che il V.O. è vivo e vegeto e che la opportuna domanda: “come può la Chiesa riformare la propria liturgia rimanendo fedele alla propria Tradizione?” è opportuna perchè così come c’era un “movimento liturgico” che ha ottenuto una riforma liturgica oggi c’è un desiderio di una migliore qualità della liturgia che andrebbe ascoltato.
La riforma del 1969 è – effettivamente – andata molto “oltre” quanto prescritto dalla Sacrosantum Concilium. Ecco perchè Papa Benedetto XVI avrebbe intrapreso quella che chiamò “la riforma della riforma”. Una occasione purtroppo persa.
Caro don Giuseppe… come risponderebbe ad una domanda posta da una corista: “se il canto Gregoriano è quello proprio della liturgia Romana (cap. 6 -Sacrosantum Concilium) perchè mai molte parti in cui esso si eseguiva non esistono più nel Messale Romano?
Grazie per questi spunti, che considero molto pertinenti e formulati con grande equilibrio. Il riferimento a Quo magis del 2020 è certamente interessante e merita un approfondimento specifico sul piano giuridico, così come la situazione degli istituti e delle comunità legate agli antichi libri liturgici. Quanto alla domanda sul gregoriano, credo che tocchi uno dei nodi più significativi della riforma: Sacrosanctum Concilium, al n. 116, afferma che la Chiesa riconosce il canto gregoriano come proprio della liturgia romana e gli riserva il primo posto. La questione, dunque, non è soltanto perché oggi se ne canti così poco, ma anche come si sia passati dalle indicazioni conciliari alla concreta riforma dei libri liturgici. È un tema che meriterebbe un articolo a sé. E forse è proprio questo il punto: non difendere ideologicamente né il Vetus Ordo né il Novus Ordo, ma verificare con serenità quanto la riforma abbia realmente attuato ciò che il Concilio aveva chiesto.