Prof. Andrea Grillo (immagine generata con IA di ChatGPT)
Prof. Andrea Grillo (immagine generata con IA di ChatGPT)

 

Una lettura dei documenti della Chiesa oltre le contrapposizioni

 

di Giuseppe Russo

 

La recente discussione intorno alle affermazioni del liturgista Andrea Grillo offre l’occasione per tornare su una questione che, da decenni, divide il mondo cattolico: che cosa è realmente accaduto al Messale Romano precedente alla riforma liturgica?

La domanda non riguarda soltanto la possibilità di celebrare oggi secondo il Messale del 1962. Riguarda qualcosa di più profondo: quel Messale è stato abrogato? È stato semplicemente superato? E quale rapporto esiste oggi tra quella forma liturgica e la Tradizione della Chiesa?

Su questo tema si rischia facilmente di cadere nella contrapposizione tra “progressisti” e “tradizionalisti”. Preferisco invece partire dai documenti. Perché, quando si parla di liturgia, sono essi a dover parlare per primi.

Il Concilio Vaticano II: riforma, non cancellazione

Il primo dato da ricordare è che il Concilio Vaticano II non promulgò un nuovo Messale.

La Costituzione Sacrosanctum Concilium, approvata il 4 dicembre 1963, stabilì i principi della riforma liturgica.

E uno di questi principi è particolarmente importante. Al n. 23 si legge:

«Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso, la revisione delle singole parti della liturgia deve essere sempre preceduta da un’accurata investigazione teologica, storica e pastorale».

E lo stesso numero aggiunge:

«non si introducano innovazioni se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa, e con l’avvertenza che le nuove forme scaturiscano organicamente, in qualche maniera, da quelle già esistenti».

(Concilio Vaticano II, Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium, 4 dicembre 1963, n. 23).

È difficile sottovalutare la portata di queste parole.

Il Concilio non contrappone Tradizione e progresso. Parla di una “sana tradizione” e di un “legittimo progresso”. E chiede che le nuove forme liturgiche scaturiscano “organicamente” da quelle già esistenti.

Questo non significa che la liturgia non possa cambiare. Al contrario, lo stesso Sacrosanctum Concilium riconosce, al n. 21, che nella liturgia esiste una parte immutabile e una parte suscettibile di cambiamento. (Sacrosanctum Concilium, n. 21).

Il problema, dunque, non è riforma oppure Tradizione.

Il problema è se una riforma possa essere autenticamente tale senza trasformarsi in una rottura con la Tradizione.

Paolo VI e il nuovo Messale

Il 3 aprile 1969 Paolo VI promulgò la Costituzione apostolica Missale Romanum, con la quale veniva promulgato il Messale Romano rinnovato secondo quanto richiesto dal Concilio Vaticano II.

Anche questo documento merita di essere letto con attenzione.

Paolo VI, prima di presentare il nuovo Messale, ricorda il ruolo avuto per quattro secoli dal Messale promulgato da san Pio V nel 1570 e riconosce che esso aveva alimentato la vita spirituale di innumerevoli cristiani e santi.

La riforma, quindi, non viene presentata come la sostituzione di una liturgia priva ormai di valore con una liturgia finalmente autentica.

Paolo VI parla di una revisione e di un rinnovamento del Messale Romano, inserendoli nella storia precedente della riforma liturgica, iniziata già sotto Pio XII.

Questo dato è importante: il nuovo Messale non nasce dal nulla e il Messale precedente non viene descritto come un errore della Chiesa.

Ma il Messale precedente fu abrogato?

Qui arriviamo al punto più delicato.

La promulgazione del nuovo Messale comportò automaticamente l’abrogazione giuridica del Messale precedente?

La questione è stata oggetto di interpretazioni differenti. Ma non possiamo ignorare ciò che, nel 2007, affermò Benedetto XVI.

Con il Motu proprio Summorum Pontificum, il Papa stabilì che il Messale Romano promulgato da Giovanni XXIII nel 1962 poteva essere utilizzato e lo qualificò espressamente come “mai abrogato”.

L’articolo 1 afferma:

«Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato».

(Benedetto XVI, Lettera apostolica in forma di Motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007, art. 1).

Nello stesso articolo Benedetto XVI definiva il Messale promulgato da Paolo VI la forma ordinaria dell’unico Rito Romano e quello del 1962 la forma straordinaria dello stesso Rito Romano.

Questa non è un’interpretazione di parte.

È ciò che stabilì un Romano Pontefice in un atto pontificio.

Benedetto XVI: non due Chiese liturgiche

La posizione di Benedetto XVI diventa ancora più chiara nella lettera ai vescovi che accompagnava Summorum Pontificum.

Il Papa spiegava che il suo intento non era quello di creare una contrapposizione tra due Chiese o due Riti, ma di riconoscere due forme dell’uso del Rito Romano.

E soprattutto riteneva che le due forme potessero “arricchirsi a vicenda”.

(Benedetto XVI, Lettera ai vescovi che accompagna il Motu proprio Summorum Pontificum, 7 luglio 2007).

La prospettiva era dunque quella della continuità.

Non si trattava di negare il Concilio Vaticano II, ma di impedire che la riforma liturgica fosse interpretata come una cancellazione di tutto ciò che l’aveva preceduta.

È una posizione coerente con il pensiero più generale di Joseph Ratzinger.

Nel suo discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, Benedetto XVI aveva contrapposto l’“ermeneutica della discontinuità e della rottura” all’“ermeneutica della riforma”, sostenendo che il Concilio dovesse essere interpretato nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa.

La questione liturgica, dunque, si inseriva per Ratzinger in una questione ecclesiologica più ampia: la Chiesa può riformarsi senza cessare di essere se stessa.

Il 2021: Traditionis custodes

Nel 2021 il quadro cambia.

Papa Francesco, con il Motu proprio Traditionis custodes del 16 luglio 2021, abroga espressamente le norme, le istruzioni, le concessioni e le consuetudini precedenti relative all’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970.

L’articolo 1 stabilisce:

«I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano».

(Francesco, Lettera apostolica in forma di Motu proprio Traditionis custodes, 16 luglio 2021, art. 1).

La differenza rispetto a Summorum Pontificum è evidente.

Nel 2007 Benedetto XVI riconosceva due forme dell’uso del Rito Romano.

Nel 2021 Francesco stabilisce invece che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II costituiscono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

Non è una semplice modifica disciplinare marginale.

È un cambiamento significativo nella collocazione ecclesiale della liturgia precedente.

Ma il Messale del 1962 non viene semplicemente cancellato

Qui è necessaria una precisazione.

Dire che Traditionis custodes ha profondamente modificato la disciplina del 2007 non significa che il Messale del 1962 venga semplicemente dichiarato inesistente.

L’articolo 2 stabilisce infatti che spetta al vescovo diocesano autorizzarne l’uso nella propria diocesi.

L’articolo 3 disciplina inoltre concretamente le celebrazioni secondo il Messale del 1962, indicando condizioni, luoghi e responsabilità pastorali.

La situazione, dunque, va descritta con precisione.

Il Messale del 1962 non è più, secondo la disciplina di Traditionis custodes, una seconda espressione della lex orandi del Rito Romano.

Ma il suo uso continua a essere oggetto di una disciplina ecclesiastica specifica.

Questa distinzione è importante perché evita due semplificazioni opposte:

da una parte, sostenere che nulla sia cambiato rispetto al 2007;

dall’altra, affermare che il Messale del 1962 sia semplicemente “scomparso” dalla realtà giuridica della Chiesa.

E allora che cosa significa dire che il Vetus Ordo “non esiste più”?

È qui che la provocazione di Andrea Grillo merita di essere affrontata seriamente.

Se l’affermazione significa che oggi il Messale del 1962 non è più riconosciuto dalla disciplina vigente come una seconda espressione della lex orandi del Rito Romano, allora il riferimento a Traditionis custodes è chiaro.

Ma se significa che il Messale del 1962 era già giuridicamente inesistente fin dalla promulgazione del nuovo Messale, allora la questione è molto più complessa.

Perché nel 2007 Benedetto XVI affermò esplicitamente che quel Messale era “mai abrogato”.

Non possiamo semplicemente cancellare questa affermazione dalla storia della Chiesa.

Possiamo dire che una disciplina successiva l’ha modificata.

Possiamo discutere se la posizione di Benedetto fosse opportuna o meno.

Possiamo sostenere che Francesco abbia legittimamente cambiato quella disciplina.

Ma non possiamo fare come se Summorum Pontificum non fosse mai esistito.

Il problema vero è teologico

E qui, a mio avviso, il dibattito deve compiere un passo ulteriore.

La questione non può essere soltanto giuridica.

La domanda più profonda è:

che rapporto esiste tra Tradizione e riforma?

Il Vaticano II non ha posto la questione nei termini di una scelta tra conservazione del passato e apertura al futuro.

Ha parlato di “sana tradizione” e di “legittimo progresso”.

E nel 2011 Benedetto XVI, parlando proprio al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, definì questi due termini come il “programma di riforma” dei Padri conciliari, sottolineando che tradizione e progresso non devono essere contrapposti perché la Tradizione è una realtà viva. (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno nel 50° anniversario di fondazione del Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, 6 maggio 2011).

È significativo che proprio nel 2026 Papa Leone XIV abbia ripreso il n. 23 di Sacrosanctum Concilium, indicando nella formula “conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso” la direzione della riforma liturgica. (Leone XIV, Udienza generale, 27 maggio 2026).

Questo dovrebbe far riflettere.

La questione della Tradizione liturgica non è una questione appartenente soltanto al passato.

È una questione ancora viva.

Due rischi opposti

A questo punto credo sia necessario riconoscere due rischi.

Il primo è quello di trasformare il Vetus Ordo in una bandiera ideologica contro il Concilio Vaticano II.

È un rischio reale.

Un cattolico può amare il Messale del 1962 senza negare il Concilio, la riforma liturgica o l’autorità del Papa. Ma quando quella forma liturgica viene utilizzata come strumento per contestare l’intera riforma conciliare, il problema non è più soltanto liturgico.

Esiste però anche un rischio opposto: trasformare il Novus Ordo nel simbolo di una Chiesa che avrebbe finalmente superato il proprio passato.

Anche questo sarebbe problematico.

La Chiesa non è nata nel 1970.

Il cristianesimo non è nato con il Concilio Vaticano II.

E una liturgia che ha formato per secoli generazioni di cristiani non può essere ridotta semplicemente a un errore storico che la Chiesa avrebbe finalmente corretto.

La riforma non deve diventare cancellazione della memoria.

E la memoria non deve diventare rifiuto della riforma.

Non esistono “buoni” e “cattivi” della liturgia

È qui che, forse, dovremmo cambiare anche il linguaggio con cui affrontiamo questa discussione.

Non abbiamo bisogno di stabilire ogni volta chi siano i “buoni” e i “cattivi” della vicenda liturgica.

Non abbiamo bisogno di definire automaticamente “progressista” chi difende la riforma o “tradizionalista” chi ama il Messale precedente.

Queste categorie possono avere una loro utilità sociologica, ma diventano pericolose quando sostituiscono l’analisi teologica.

La domanda non dovrebbe essere:

“Da che parte stai?”

Dovrebbe essere:

“Che cosa dicono realmente i documenti della Chiesa?”

E subito dopo:

“Come si possono comprendere insieme Tradizione, riforma e comunione ecclesiale?”

Anche Traditionis custodes deve essere preso sul serio

Per onestà intellettuale bisogna però prendere sul serio anche la posizione di Papa Francesco.

La lettera che accompagna Traditionis custodes spiega che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano concesso l’uso del Messale del 1962 con l’intenzione di favorire la comunione ecclesiale.

Francesco afferma che quella concessione sarebbe stata utilizzata in alcuni contesti per aumentare le divisioni e mettere in discussione la riforma liturgica, il Concilio Vaticano II e la sua autorità. (Francesco, Lettera ai vescovi che accompagna il Motu proprio Traditionis custodes, 16 luglio 2021).

Si può discutere questa valutazione.

Ma bisogna riconoscere che essa costituisce la motivazione dichiarata del provvedimento.

Il problema posto da Francesco è dunque anche ecclesiologico:

come impedire che una forma liturgica diventi motivo di divisione nella Chiesa?

È una domanda seria.

Ma esiste anche la domanda speculare:

come impedire che la difesa della riforma liturgica diventi una negazione della memoria liturgica della Chiesa?

La vera domanda non è: Messa antica o Messa nuova?

Forse, allora, abbiamo sbagliato domanda.

La questione non dovrebbe essere:

Vetus Ordo contro Novus Ordo.

E neppure:

Benedetto XVI contro Francesco.

La vera domanda è:

come può la Chiesa riformare la propria liturgia rimanendo fedele alla propria Tradizione?

E, nello stesso tempo:

come può custodire una tradizione liturgica senza trasformarla in un rifiuto della legittima autorità della Chiesa?

Sono due domande inseparabili.

Se prendiamo sul serio Sacrosanctum Concilium, la riforma deve essere radicata nella Tradizione.

Se prendiamo sul serio Summorum Pontificum, dobbiamo riconoscere che Benedetto XVI attribuì al Messale del 1962 una permanenza giuridica che non può essere semplicemente negata retroattivamente.

Se prendiamo sul serio Traditionis custodes, dobbiamo riconoscere che Francesco ha modificato profondamente quella disciplina e ha stabilito che i libri liturgici promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II costituiscono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.

Tutti questi dati fanno parte della storia della Chiesa.

E il compito di chi scrive di liturgia non dovrebbe essere quello di scegliere soltanto i documenti che confermano la propria posizione.

Dovrebbe essere quello di tenere insieme anche i documenti che pongono problemi alla propria tesi.

Una parola ad Andrea Grillo

Per questo la tesi di Grillo merita una risposta nel merito, non un’etichetta.

Se egli sostiene che il Messale del 1962 non costituisca oggi una forma della lex orandi del Rito Romano, il riferimento a Traditionis custodes è certamente pertinente.

Se invece sostiene che quel Messale fosse già privo di qualsiasi rilevanza giuridica ed ecclesiale fin dalla promulgazione del nuovo Messale, allora deve confrontarsi con Summorum Pontificum e con l’affermazione di Benedetto XVI secondo cui esso era “mai abrogato”.

È una questione che può essere discussa.

Ma deve essere discussa alla luce dei documenti e non attraverso la contrapposizione delle appartenenze ecclesiali.

Una parola anche a chi ama il Vetus Ordo

La stessa onestà va chiesta a chi difende il Messale del 1962.

Non basta dire che Benedetto XVI lo aveva liberalizzato.

Bisogna riconoscere che la disciplina è stata successivamente modificata da Francesco.

E bisogna anche accettare che la difesa di una forma liturgica precedente non può trasformarsi nella negazione dell’autorità della Chiesa o del Concilio Vaticano II.

Ma, allo stesso tempo, l’obbedienza alla disciplina vigente non dovrebbe obbligare nessuno a considerare priva di valore una forma liturgica attraverso la quale la Chiesa ha pregato per generazioni.

Obbedienza e memoria non sono necessariamente nemiche.

Una conclusione

La liturgia non è una bandiera.

Non dovrebbe servire a dire:

“Io sono tradizionalista.”

Ma neppure:

“Io sono progressista.”

La liturgia appartiene alla Chiesa.

Ed è proprio per questo che è troppo importante per essere trasformata in una guerra tra appartenenze.

La Tradizione non è un museo.

Ma nemmeno il passato è un errore che la Chiesa debba vergognarsi di aver vissuto.

La riforma non è necessariamente una rottura.

Ma neppure ogni cambiamento può essere chiamato automaticamente sviluppo organico della Tradizione.

È qui che la discussione diventa veramente seria.

Non abbiamo bisogno di stabilire chi abbia vinto: il Vetus Ordo o il Novus Ordo, Benedetto XVI o Francesco, i tradizionalisti o i progressisti.

Abbiamo bisogno di capire come la Chiesa possa riformarsi senza perdere la propria memoria e come possa custodire la propria memoria senza trasformarla in un rifiuto della riforma.

Forse è proprio questo il significato più profondo di quelle parole del Concilio Vaticano II che dovrebbero accompagnare ogni discussione sulla liturgia:

«Per conservare la sana tradizione e aprire nondimeno la via ad un legittimo progresso».

(Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, n. 23).

Tradizione e progresso non sono necessariamente nemici.

La vera sfida è comprendere come possano appartenere alla vita della stessa Chiesa.

E questa è una domanda troppo importante per essere lasciata alle contrapposizioni ideologiche.

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