don Alberto Ravagnati
don Alberto Ravagnati

 

Il ‘caso Ravagnani’ come sintomo di un deserto teologico: quando la formazione dei preti smarrisce la Grazia

 

di Fabio Vessillifero

 

In una recente intervista l’ex sacerdote Alberto Ravagnani (qui), noto per la sua attività di comunicazione sui social, ha approfondito le ragioni che lo hanno portato a lasciare il sacerdozio dopo otto anni di ministero. L’intervista tocca diversi temi centrali riguardanti la fede, l’istituzione ecclesiastica e la ricerca dell’autenticità personale.

Ravagnani descrive un conflitto lacerante tra ruolo e identità, in cui la sua persona è stata per lungo tempo totalmente assorbita dalla funzione sacerdotale. La sua scelta viene presentata non come un abbandono di Dio, ma come un tentativo di restare “autentico” di fronte a un’immagine pubblica che non coincideva più con il suo sentire interiore. In questo quadro, Alberto inserisce la crisi dei fedeli e la difficoltà della Chiesa nel rispondere alle istanze della modernità — dalla parità di genere alla morale sessuale — sottolineando come la religione non sia più l'”aria che tutti respirano”, ma solo una delle tante voci in una società secolarizzata. Anche il celibato viene derubricato a mera legge ecclesiastica, un peso insostenibile per la vita affettiva. Nonostante la riduzione allo stato laicale, egli esprime il desiderio di continuare a occuparsi di spiritualità e comunità, invitando a perseguire la libertà anche a costo della propria reputazione.

Il titanismo della volontà e l’eclissi della Grazia

Dall’analisi delle posizioni di Alberto Ravagnani emerge chiaramente come la questione sacerdotale venga da lui declinata esclusivamente nei termini di “sostenibilità umana” e di “scelte autentiche”. In questa prospettiva, la vita cristiana cessa di essere un’esperienza soprannaturale per essere ridotta a uno sforzo etico-eroico, una sorta di titanismo della volontà che finisce inevitabilmente per naufragare nel momento in cui entra in rotta di collisione con il progetto moderno di autorealizzazione psicologica.

Nel racconto di Alberto, il peso delle aspettative istituzionali e la “corazza” del ruolo vengono percepiti come gabbie soffocanti. Tuttavia, il problema di fondo non risiede nel ruolo sacerdotale in sé, quanto nella pretesa di abitarlo secondo la logica del “bravo bambino”: un approccio che confida narcisisticamente nelle proprie capacità di performance morale. Sembra quasi che, nel corso degli anni della formazione, ad Alberto sia sfuggito il dato dogmatico fondamentale: senza il soccorso della Grazia, persino il Vangelo è destinato a trasformarsi in un giogo insopportabile.

Le Beatitudini — l’amore per il nemico, la povertà di spirito, la purezza di cuore — non sono affatto “buone prassi” accessibili alla nuda volontà umana, ma frutti maturi dello Spirito che il Figlio di Dio ci ha donato attraverso il suo Sacrificio. Di conseguenza, la “sostenibilità” del sacerdozio e della vita cristiana non può dipendere dalle fluttuazioni emotive del momento o dalla riuscita psicologica del soggetto, ma scaturisce unicamente dalla partecipazione alla vita divina. Mentre Alberto insegue la “trasgressione” come illusorio strumento per ritrovare la propria umanità, l’asse della riflessione va spostato sulla Legge nuova dello Spirito: l’umanità non si ritrova uscendo dal perimetro del Vangelo, ma lasciandosi “abilitare” a una legge più alta che trasfigura la natura dall’interno. Questa frattura tra la dimensione psicologico-esistenziale e quella ontologico-soprannaturale rappresenta il vero punto di rottura di molte crisi vocazionali contemporanee. Il dilemma resta dunque bruciante: siamo ancora capaci di credere che la Grazia possa realmente operare laddove la natura fallisce?

Oltre la sociologia: la Chiesa come Corpo Mistico

Un altro elemento che emerge dalla riflessione di Alberto è la sua concezione della Chiesa. Nel prosieguo dell’intervista si coglie una frattura epistemologica profonda che attraversa gran parte del dibattito ecclesiale contemporaneo. Quando la Chiesa viene analizzata esclusivamente attraverso le lenti della sociologia o dell’antropologia, essa finisce per essere ridotta a un’”organizzazione di senso” o a un’agenzia etica, soggetta alle medesime dinamiche di obsolescenza di qualsiasi altra istituzione umana.

Se, invece, si accetta la definizione della Chiesa come Corpo Mistico e prolungamento dell’Incarnazione, la prospettiva cambia radicalmente. In questa visione, la Chiesa non “fa” delle cose per giustificare la propria esistenza (creare community, fare divulgazione), ma “è” una realtà sacramentale. La sua crisi non sarebbe dunque una crisi di “marketing” o di linguaggio, ma una crisi di percezione della sua stessa sostanza soprannaturale. Come in un organismo vivente, la linfa della Grazia circola dal Capo (Cristo) alle membra: se si recide questo legame ontologico, rimane solo la “struttura”, che inevitabilmente appare come un peso burocratico o un insieme di regole asfittiche.

Il discorso di Alberto sembra riflettere quello che alcuni pensatori hanno definito “naturalismo”, ovvero la tendenza a spiegare la vita della fede e le sue crisi ricorrendo solo a cause naturali. Se la Chiesa è solo il risultato di un’aggregazione umana attorno a dei valori, allora è giusto che cambi secondo il mutare dei valori sociali. Ma senza una “capacità metafisica” che permetta all’uomo di vedere oltre il dato fenomenico, l’Eucaristia diventa un rito sociale e il sacerdozio una professione educativa. In questo senso, la “scelta” di lasciare il ministero viene letta come una ricerca di autenticità psicologica solo perché è venuta meno la consapevolezza della partecipazione reale all’essere di Cristo che il sacramento opera.

La Sostanza oltre la Forma: l’Indefettibilità della Chiesa

Riprendendo una sensibilità cara alla grande tradizione filosofica cristiana, si potrebbe dire che la Chiesa possiede una “forma razionale e vitale” che trascende la somma dei suoi membri. Quando Alberto parla di “cambio epocale” e di “superamento del cristianesimo”, sembra riferirsi alla forma storica e culturale della religione. Tuttavia, il Corpo Mistico non può essere superato, perché non appartiene al tempo, pur agendo in esso. La sfida è cruciale: è possibile riformare la “visibilità” della Chiesa senza smarrirne l’invisibile essenza soprannaturale? Se scompare la dimensione del sacrificio e del dono dello Spirito, ciò che resta è una “filosofia della vita” molto comunicativa, ma priva di quella forza rigeneratrice che solo l’unione ontologica con il divino può garantire.

Appare evidente, tuttavia, che la Chiesa sia abitata da una Presenza che le dà la forza di sopravvivere ai propri fallimenti umani e ai mutamenti dei paradigmi mondiali. La sua continuità storica non è spiegabile solo con logiche di potere: la Chiesa ha affrontato il crollo dell’Impero Romano, il Grande Scisma d’Occidente, la sfida della Riforma, la furia della Rivoluzione Francese, i totalitarismi del Novecento e la secolarizzazione. Essa possiede una “capacità di rigenerarsi dal di dentro” che trascende la sociologia attraverso tre dimensioni:

  • L’Indefettibilità (Indefectibilitas Ecclesiae): mentre le istituzioni umane decadono per inerzia, la Chiesa possiede un “correttore interno”. Nei momenti di massima oscurità, è sempre emersa una forza spirituale — spesso attraverso santi “irregolari” — che ha riportato l’istituzione alla sua sorgente.
  • La distinzione tra sostanza e accidente: la Chiesa sa cambiare sapientemente la forma esteriore (dalle catacombe alla struttura imperiale, fino alla piccola enclave odierna all’interno della società secolarizzata) mantenendo intatta la sostanza del depositum fidei.
  • La vitalità del “principio vitale”: come un organismo biologico, essa non sopravvive per conservazione statica, ma per una continua metanoia.

Il paradosso della visione “social”

Perché un comunicatore contemporaneo come Alberto Ravagnani sembra concentrarsi più sulla “crisi del sistema” che sulla dimensione soprannaturale? Spesso, chi opera nei social media è costretto a misurarsi con il tempo cronologico (il hic et nunc, l’efficacia immediata). Questa prospettiva offusca il tempo della grazia (Kairos), che opera su scale secolari e in modi invisibili ai monitor delle analitiche digitali.

La Chiesa è un’istituzione che non ha eguali: è l’unica che ha visto la caduta di tutti i sistemi che l’hanno combattuta, restando in piedi tra le rovine dei suoi stessi nemici. Come affermava un noto commentatore, “tutti coloro che hanno annunciato la fine imminente della Chiesa, sono stati accompagnati al cimitero da un prete”. Se la si considera solo come una “società”, la sua sopravvivenza è un miracolo statistico; se la si considera come il Corpo Mistico, è la conseguenza logica del fatto che il suo “Capo” non è soggetto alla corruzione del tempo.

La crisi della formazione e il governo dei Pastori

In conclusione, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: l’intervista di Alberto Ravagnani, pur nel suo esito doloroso, agisce come un reagente chimico che mette a nudo l’allarmante fragilità teologica in cui vengono lasciati oggi seminaristi e sacerdoti. È il sintomo di un deserto formativo che è diretta conseguenza di una guida episcopale che in molte diocesi italiane sembra aver smarrito la propria bussola. Ci troviamo di fronte a pastori che paiono aver abdicato al compito di governare la Chiesa secondo il Logos, preferendo rifugiarsi in un comodo orizzonte sociologico. Si finisce così per parlare il linguaggio del mondo, dimenticando le categorie teologiche — le uniche capaci di indicare al gregge un reale cammino di trasfigurazione.

È amaro constatare come troppi Vescovi in Italia agiscano ormai come “liquidatori” della vita di fede, più attenti al plauso dei poteri forti e ad agende secolari incompatibili con il Vangelo. Ma se vogliamo colpire il male alla radice, dobbiamo risalire al meccanismo di nomina dei Vescovi.

La radice del problema: chi sceglie i Vescovi?

La questione investe direttamente coloro che hanno la responsabilità di suggerire al Papa i nomi dei futuri presuli. Se il criterio di selezione privilegia la duttilità al politicamente corretto o il grigiore burocratico a scapito di una solida statura teologica e di un equilibrio umano temprato dalla preghiera, non possiamo stupirci dei risultati. Abbiamo bisogno di uomini che sappiano ancora distinguere la voce del Buon Pastore dal rumore del secolo. Senza una sterzata decisa che riporti al vertice delle diocesi figure capaci di testimoniare la maestà di Dio e la forza della Grazia, continueremo a vedere giovani talenti “bruciarsi” in una ricerca di autenticità che, privata della dottrina, finisce nel naufragio. La crisi di Alberto è, in ultima istanza, la crisi di un sistema di governo che ha smesso di nutrire le sue membra con il pane della Verità.

(Fabio Vessillifero è uno pseudonimo)

 


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