Parlamento italiano

 

 

di Fabio Vessillifero

 

  1. Il grande imbroglio del politico-commerciante

Oggi diamo quasi per scontato che la politica sia una specie di mercato. Pensiamo all’assessore, al sindaco o al ministro come a commercianti che espongono la loro merce per convincerci a comprare. La merce è una promessa, un aiuto personalizzato, un piccolo o grande favore territoriale; la moneta con cui paghiamo è il nostro voto di preferenza. Questo baratto continuo, che la scienza politica chiama clientelismo o ricerca del consenso a breve termine, svilisce l’essenza stessa delle istituzioni.

Eppure, la nostra Costituzione propone un modello opposto, quasi rivoluzionario nella sua semplicità: il potere non è un privilegio da scambiare, ma una “funzione pubblica”. L’articolo 54 ci ricorda che chi governa ha il dovere di farlo con “disciplina e onore“. Questa non è retorica d’altri tempi, ma un vincolo preciso: il politico, che non è affatto un commerciante, deve agire come un servitore civile che cerca ciò che è giusto per tutti, anche quando quel “giusto” non porta voti immediati.

  1. Quando il cittadino diventa un cliente con il carrello della spesa

Se l’amministratore si comporta da commerciante, noi cittadini finiamo inevitabilmente per fare i clienti. E il cliente, si sa, guarda solo al proprio tornaconto immediato. Questa logica produce tre grandi disastri nella nostra convivenza:

  • La frammentazione: il bene pubblico viene spezzettato per accontentare i gruppi di pressione più forti e rumorosi, lasciando indietro chi non ha voce o non rappresenta un pacchetto di voti interessante, come le giovani generazioni, gli anziani non autosufficienti e i disabili.
  • Il presentismo: si finanziano solo opere visibili subito, come una rotonda o una sagra prima del voto, trascurando, ad esempio, la manutenzione nascosta ma necessaria sul territorio.
  • L’inquinamento etico: quello che dovrebbe essere un diritto garantito a tutti viene trasformato in un “favore” concesso dal potente di turno. Così si distrugge la dignità delle persone, rendendole dipendenti dalla benevolenza di chi sta in alto.
  1. La sbornia del “saper fare”

Come siamo arrivati a questo punto? La verità è che viviamo in una società dominata dal consumo e dall’efficienza tecnica, dove le competenze pratiche hanno preso il sopravvento sulla riflessione. In questo scenario, abbiamo ereditato il lato più problematico del pensiero moderno, in particolare una certa lettura della filosofia di Immanuel Kant.

Se da una parte il Kant etico ci ha insegnato che l’essere umano ha una dignità e non un prezzo — esortandoci a trattare la persona sempre come fine e mai come semplice mezzo —, dall’altra la sua rivoluzione gnoseologica ha spostato il centro della conoscenza dall’oggettività della realtà all’attività del soggetto. Quando l’uomo si convince che la realtà non sia qualcosa da accogliere e rispettare nel suo ordine profondo, ma semplicemente qualcosa da “costruire” e manipolare attraverso le proprie categorie mentali, tutto si trasforma in un progetto tecnico. Il bene comune smette di essere un fine morale oggettivo e diventa un problema di gestione, di marketing e di efficienza stradale o di bilancio.

  1. L’asfalto non ha un’anima: la truffa dei soli beni materiali

La conseguenza più grave di questa deriva tecnica è che abbiamo ridotto il “bene comune” (res publica) alla semplice somma dei servizi materiali di cui dispone una comunità. Pensiamo che un comune funzioni bene solo se ha i conti in regola, le strade asfaltate e i servizi digitali attivi… Ma i beni materiali sono solo dei mezzi, non sono il fine. Una società può essere ricca e iper-efficiente dal punto di vista tecnologico, ma restare profondamente fredda, disumana e disperata.

Il vero bene comune ha una dimensione qualitativa e spirituale che non si può calcolare nei bilanci. È fatto di cultura, di musica, di canto, di bellezza paesaggistica, di memoria storica e di legami di solidarietà. Sono questi valori immateriali che sottraggono l’uomo alla pura logica dell’ingranaggio produttivo e gli restituiscono la sua dignità e la sua identità di popolo. Senza questa ricchezza interiore, l’amministratore pubblico si riduce a essere un freddo amministratore di condominio.

  1. Rosmini: l’ordine dell’essere

Per guarire da questa cecità amministrativa, dobbiamo rimettere ordine nella nostra visione del mondo, introducendo quella che Antonio Rosmini chiamava la gerarchia oggettiva dell’ordine dell’essere. Rosmini ci ricorda che la legge morale non è un’invenzione della nostra mente, ma consiste nel riconoscere le cose per quello che valgono realmente e nell’amarle secondo questo valore.

Il male morale e il disastro politico nascono da un disordine ontologico: se un sindaco usa un cittadino (una persona, cioè un soggetto razionale e volitivo) come un semplice strumento per raccogliere voti o come un numero per far quadrare le statistiche di un servizio, sta compiendo un sopruso. La persona non “ha” dei diritti concessi dallo Stato; la persona stessa, nella sua integrità corporea e spirituale, è il “diritto sussistente”. Lo Stato non crea questo diritto, può solo riconoscerlo e mettersi al suo servizio: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…” (Art. 2 della Costituzione).

  1. Il “consiglio di amministrazione” che svuota le urne

Oggi la politica offre una drammatica assenza di sapienza. Nei palazzi del potere va, nel migliore dei casi, chi possiede competenze manageriali, capacità di marketing o abilità burocratiche. Tuttavia il manager sa come fare le cose, non sa perché farle. Senza una visione sapienziale, la politica non è più capace di indicare una direzione ideale o di unire la comunità attorno a un destino comune. Diventa una fredda macchina di mediazione tra interessi particolari.

La gente percepisce questa mancanza di anima e reagisce nell’unico modo possibile: allontanandosi. L’astensionismo crescente e la sfiducia nelle istituzioni non sono segni di pigrizia dei cittadini, ma la risposta lucida a una politica che si comporta come un consiglio di amministrazione aziendale. Per riavvicinare le persone occorre un sussulto etico: rimettere la tecnica al servizio del senso.

  1. Lo Stato non è un catechista (e meno male)

Attenzione, però. Dire che la politica deve avere un compito educativo non significa affatto invocare il ritorno allo “Stato etico”. Lo Stato etico è quello dei totalitarismi, quello che si ritiene proprietario della verità e della morale e le impone con la forza ai cittadini, trattandoli come sudditi o come bambini da addomesticare.

Noi vogliamo l’esatto contrario. Lo Stato non deve creare la morale, ma deve rispettare la coscienza della persona, creando le condizioni affinché ogni cittadino possa sviluppare in libertà la propria responsabilità civile. Il buon politico educa non facendo prediche o imponendo dogmi, ma attraverso la forza dell’esempio — l’onestà e l’imparzialità delle sue azioni quotidiane — e attraverso la pedagogia delle sue scelte, spiegando con trasparenza e verità le ragioni difficili che stanno dietro a ogni decisione pubblica.

  1. Il patto si fa in due: basta fare gli spettatori sul divano

Infine, dobbiamo liberarci da un’ultima grande illusione: il perfezionismo politico. Non esistono formule magiche o amministrazioni perfette capaci di eliminare ogni sofferenza o ingiustizia sociale. Chi promette il paradiso in terra è un venditore di fumo che genererà solo rabbia e frustrazione. Il vero amministratore agisce con il realismo del limite, cercando con umiltà il maggior bene concretamente possibile nel presente.

Ma questo sforzo richiede reciprocità. Se chiediamo al politico di non comportarsi da commerciante, noi cittadini non possiamo comportarci da clienti passivi e perennemente scontenti sul divano di casa. Il bene comune è un’opera collettiva che richiede cittadinanza attiva, cura quotidiana dei beni condivisi, volontariato e rispetto delle regole. È un patto di corresponsabilità che unisce chi governa e chi è governato.

Proprio per questo, la vera sfida della nostra epoca non è tecnica, ma spirituale e culturale. Come ci ha ricordato Antonio Rosmini: la politica delle cose materiali produce la scissione delle menti e dei cuori; solo la politica che rispetta l’ordine dell’essere unisce gli uomini in una vera Comunità.

 


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