“La vita non nata è ora, in Nuova Zelanda, simultaneamente reale e irreale, con la questione risolta solo quando si sa come finisce la gravidanza”. “La nostra presa sulla verità oggettiva è un po’ come il nostro senso dell’equilibrio – tendiamo a darla per scontata finché non la perdiamo, e avendola persa ci ritroviamo a vacillare. E il relativismo morale contro cui la Chiesa ha a lungo messo in guardia ha ora ceduto al relativismo fattuale e scientifico.”

Un articolo di Ed Condon pubblicato su The Pillar, nella mia traduzione. 

 

Feto

 

La potenza e il mistero dei misteri pasquali è la loro pura visibilità per i presenti. L’uomo chiamato Gesù, colui al quale gli apostoli guardavano per inaugurare il regno di Dio, il Messia, è stato graficamente e indiscutibilmente messo a morte il Venerdì Santo, e nel modo più violento e degradante concepito dall’uomo.  

Lo scandalo della croce ha lasciato il posto allo shock della tomba vuota, e al magnifico terrore dell’apparizione del Signore risorto, ma anche allora alcuni di coloro che lo conoscevano meglio erano lenti a credere ai loro occhi.

La verità, anche la verità ovvia, apparente, è ancora oggi al centro di tanta nostra discordia sociale. L’amministrazione del “devoto cattolico” Joe Biden rimane assolutamente impegnata a far passare l’Equality Act, che renderebbe bugiardi e criminali coloro che annunciano anche le più ovvie verità della biologia umana, chiamando uomini gli uomini e donne le donne. 

L’imminente criminalizzazione della verità è abbastanza reale, anche se sembra troppo folle da credere. In Canada, un padre è stato arrestato per oltraggio alla corte dopo aver parlato pubblicamente contro la “terapia di transizione di genere” di sua figlia di 11 anni. Ha anche violato un ordine del tribunale di riferirsi a sua figlia con il suo “nome e pronomi preferiti” (era cioè obbligato, lui il padre, a riferirsi a sua figlia come fosse un figlio, ndr).

La nostra presa sulla verità oggettiva è un po’ come il nostro senso dell’equilibrio – tendiamo a darla per scontata finché non la perdiamo, e avendola persa ci ritroviamo a vacillare. E il relativismo morale contro cui la Chiesa ha a lungo messo in guardia ha ora ceduto al relativismo fattuale e scientifico.

Quando vivevo a Londra, e prima dell’ubiquità degli smartphone per risolvere ogni questione, un membro della mia cerchia di bevitori introduceva spesso affermazioni palesemente sbagliate con la frase “Il fatto è…”, con il fastidio di tutti. 

Quindici anni fa, questa retorica era riservata ai noiosi del pub e agli adolescenti che imparavano a discutere. Ora, è una pratica giornalistica accettata. 

All’inizio di questa settimana, la CNN ha pubblicato una “notizia” che includeva questa dichiarazione piuttosto sorprendente di fatti presunti: “Non è possibile conoscere l’identità di genere di una persona alla nascita, e non ci sono criteri di consenso per assegnare il sesso alla nascita”.

Non so nulla del “giornalista” che ha riportato questi “fatti”. Può darsi che abbiano non più esperienza dei bambini che nascono, o dell’anatomia umana di base, di quanto ne abbiano del corretto stile di scrittura – chi usa le contrazioni nella prosa formale, vi chiedo? Ma il fatto è che, per prendere in prestito una frase, tali affermazioni controfattuali sono sempre più la norma richiesta del discorso pubblico. 

Tutto sta diventando relativo, e le contraddizioni inerenti sono ovunque da vedere.

In Nuova Zelanda, la settimana scorsa, è stata approvata una nuova legge che dà un congedo legale per lutto alle madri incinte che perdono il loro bambino per un aborto spontaneo, anche nelle prime fasi della gravidanza. 

Questa è una misura ovviamente umana e lodevole. È anche, si potrebbe pensare, un ovvio riconoscimento che in ogni aborto spontaneo una madre perde un figlio, con tutto il dolore che viene con quella tragedia. Eppure il Washington Post, nel suo tacito elogio della misura, l’ha accostata alla recente decriminalizzazione totale dell’aborto in Nuova Zelanda, presentando entrambe le politiche come vittorie dei diritti delle donne.

L’accostamento delle due misure da parte dello stesso governo è un esempio lampante dei paradossi che si creano quando si sancisce il concetto di verità relativa nella legge: Un aborto spontaneo è una tragedia, una vera perdita per la madre e una vita che deve essere pianta; un aborto è l’esorcizzazione di un grumo di cellule, senza valore, umanità o dignità. 

La vita non nata è ora, in Nuova Zelanda, simultaneamente reale e irreale, con la questione risolta solo quando si sa come finisce la gravidanza, una sorta di “Bambino di Schrödinger“, se volete.

Tali offese contro la vita, la verità e la ragione umana di base possono indurci ad infuriarci, a sfogare la nostra opposizione con una rabbia che fa roteare gli  occhi e sprizzare saliva. Non è un impulso irragionevole o ingiustificato, umanamente parlando. Ma il Triduo Pasquale, e specialmente il Venerdì Santo, ci ricorda che questa non è la risposta cristiana.

Il Servo sofferente sulla croce è andato lì come testimone mite e disponibile dei peccati del nostro mondo, e lo ha fatto non per condannarlo, ma per redimerlo. La notte prima di morire, Cristo disse ai suoi discepoli: “Io sono la Via, io sono la Verità e la Vita”. 

Noi che vogliamo essere suoi discepoli dobbiamo seguire il suo cammino, annunciando la verità con l’amore che monta la croce. Modellare questo amore non è affatto una testimonianza facile da offrire, ma dobbiamo trarre coraggio dalla consapevolezza che questa verità parla al nostro mondo spezzato: Mentre Cristo esalava il suo ultimo respiro, fu il centurione pagano che fissò il cadavere di un criminale condannato e si meravigliò: “Veramente, quest’uomo era figlio di Dio”.

 

 

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