Giotto-Ultima-Cena-1303-05-particolare
Giotto, Ultima Cena 1303-05, particolare

 

XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) – 5 luglio 2026

Zc 9,9-10; Rm 8,9.11-13; Mt 11,25-30



don Ambrogio Clavadei

 

Il vangelo di oggi ci dice sinteticamente due cose tra loro connesse: la prima è che il mistero del regno dei cieli, cioè il mistero della verità profonda della nostra terra, la verità su Dio, sull’uomo, sulla storia, sul destino, mistero che rimane nascosto a coloro che si credono sapienti mentre invece viene rivelato ai piccoli cioè a coloro che rimangono aperti ad una possibile rivelazione, viene rivelato solo da Cristo perché solo lui possiede un rapporto di totale coinvolgimento con il Padre, colui che è alla radice dell’essere di ogni cosa. Ogni gnosi, ogni ricerca di arcani esoterici, ogni filosofia per quanto acuta, ogni percorso religioso, ogni transumanesimo, ogni possibile e immaginabile tentativo che la ragione dell’uomo possa escogitare, non riesce invece a risolvere l’enigma ultimo della realtà.

Solo Cristo conosce il volto del mistero generatore di ogni cosa e, riconoscendosi lui stesso da questo mistero generato dall’eterno, egli è così colui nel quale la verità, la bellezza, la bontà di ogni cosa viene rivelata e adempiuta nella storia in cui ha voluto entrare: “Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno [infatti] conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo”.

La seconda è che questa rivelazione del mistero dei cieli, che è la verità della nostra terra quotidiana, diventa per noi, se accolta, ciò che solleva questo quotidiano dalla sua sempre incombente oppressione e fatica, perché viene reinnestata sulla radice di senso che l’alimenta e la fa fruttificare felicemente fino al suo compimento definitivo. Per questo Cristo può dire senza menzogna: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero”. Ristoro addirittura sin dentro la morte, perché la pietra schiacciante del sepolcro è stata rovesciata dal Risorto.

Ma dove venire a lui oggi con tutto il carico, certe volte schiacciante, del nostro fardello quotidiano di fragilità, di dolore, di angustia, di incombente di corruzione? Questo è il punto! Dove intrattenere oggi un rapporto di tale concretezza con Cristo, pari a quello che lui intratteneva col Padre e dentro il quale tutto il reale gli era dato, liberato dal suo immediato non senso? Dove si trova il meeting point dove egli ci chiama dicendoci: “Venite a me …”? Noi possiamo andare a Cristo solo attraverso il modo con cui lui per primo è venuto a noi: “Il Verbo si è fatto carne, e ha posto tra noi la sua dimora” (Gv 1, 14), una dimora umana, una dimora fatta di uomini, la Compagnia cristiana. È lì, guardando i volti santi, le opere di carità, i riti sacri, i doni di grazia e, supremamente, la Santa Eucarestia, che si gioca la possibilità o meno del nostro attingere la rivelazione del mistero del reale e lo scioglimento dal suo giogo importabile.

Lì, nella Santa Chiesa, si rende possibile nella fede la piccolezza e l’umiltà vera della ragione che viene con stupore illuminata, e avviene la sconfitta di tutti coloro che si credono a vario titolo illuminati! Ma proprio per questo, lì si insinua il cuneo del diavolo, il cuneo dell’obiezione e dello scandalo, conficcato nel punto di intersezione tra Dio e la carne del suo presente oggi: “Da questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio; ogni spirito che non riconosce Gesù [il Dio fatto carne, fatto Compagnia umana] non è da Dio” (1 Gv 4,3). In questa sorta di dialettica dello Spirito perfetto dentro la carne fragile, dialettica che è l’antitesi di quella hegheliana, viene superata la contrapposizione tra puro e impuro, una contrapposizione che oggi lacera più che mai la Chiesa: il purismo del tradizionalismo che non riesce ad accettare che dentro il volto impuro di tanta (troppa!) Chiesa possa ancora risplendere la purezza della Sposa di Cristo, e l’impurità dilagante che è sempre alla caccia di ogni possibile giustificazione del suo pensare ed agire e non accetta che le istanze critiche che le vengono inoltrate dalla sponda opposta la possano minimamente scalfire. Ognuna delle due posizioni pretende che il suo “spirito” sia quello giusto, ma ambedue di fatto si lasciano conficcare nel cuore della loro visione ecclesiale il cuneo satanico di un’ultima presunzione, apparentemente sapiente. Non ascoltano il “venite a me” di Cristo, ma dicono ai fedeli il “venite a me” di un cristo scarnificato, disprezzando o irridendo chi non accetta l’una o l’altra proposta.

Invece, perché il peso quotidiano della mia carne sia tolto, io non mi posso distogliere tanto così dalla carne pura e insieme impura della Compagnia con cui Cristo è venuto e viene a me, senza togliere nemmeno uno “iota” (cfr. Mt 5, 18) di tutti i fattori con cui essa è costituita. Perché è lì che viene superato il peso e la corruzione della carne che altrimenti mi dominerebbe. Invece, come giustamente ricorda san Paolo, “Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete”.

Il peso di questa contrapposizione che in questi giorni, da parte dei puristi, si è fatto scisma conclamato, e che da troppo tempo, da parte degli impuri, si trascina scismaticamente, si è fatto sempre più grave, schiacciante, fastidioso e urtante sino al vomito, almeno per coloro che si rendono coscienti di questa situazione. Ma questo non ci deve scoraggiare o deprimere; deve invece spingerci più che mai ad ascoltare la vera voce di Cristo che solo nella Chiesa risuona incessantemente e veracemente: “venite a me”. Andiamo da lui, stringiamoci alla sua Croce e a quel suo miracoloso peso che toglie ogni peso e che, anzi, ci solleva al cielo senza distoglierci dalla terra. Confermiamo la nostra fedeltà, il nostro Credo, il nostro amore umile e incondizionato. “Pondus meus, amor meus” scriveva sant’Agostino (Confessioni XIII, 9, 10). Il peso di Cristo sia il nostro amore; quel peso che si evidenzia come limite dentro le tante tensioni della Chiesa di oggi, ma peso che lui ha assunto una volta per tutte sul Calvario e che, dunque, ci libera se lo amiamo. “Amor meus, pondus meus”. Se ci scrolliamo di dosso questo “giogo … dolce”, perdiamo l’amore di Cristo, perché questo suo amore sta nella sua Chiesa, pura e impura, e non altrove. Solo così “l’arco di guerra [di questa guerra intestina che ci affligge] sarà spezzato”.

 

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