Rilanciamo un articolo di Marcello Veneziani, ripreso dal suo blog, sul nuovo governo Draghi che proprio oggi ha tenuto il suo discorso programmatico al Senato.

 

Giuramento governo Draghi
Giuramento governo Draghi 13.02.2021

 

Per il governo dei migliori sarà per un’altra volta. Troppi ministri politici, troppi reduci del governo uscente. Pur di liberarci da questa politica e da questi politici, eravamo disposti a subire un governo di tecnici purché eccellenti, con tutti i rischi che comporta. E invece per ogni tecnico abbiamo due politici al governo. Sono solo otto: non m’indigno per le donne, ma per i tecnici. Un ministro su tre. Ai politici è stato riconosciuto il reddito di sopravvivenza.

Certo, la differenza la fa Draghi al posto di Conte, enorme; e non mancano ministri di qualità soprattutto in economia, il Recovery found lo gestirà con loro. Ma è serio agli occhi del mondo un governo con Di Maio ancora agli Esteri, è un governo dei migliori con Lamorgese ancora all’Interno, è un governo dei competenti con Speranza ancora alla Salute? Sul rigore dei tecnici e il criterio della discontinuità ha prevalso il pappone all’italiana. Draghi, auspice Mattarella, si è infilato nel ginepraio dei partiti, doveva starne fuori, volare alto; rischierà di non uscirne vivo. Il problema per noi non è che “non ci sono sovranisti” nel governo; non li volevamo in questo governo di compromesso, volevamo solo i tecnici per gestire un periodo di sospensione della politica.

Abbiamo trascorso un anno tra la farsa e la tragedia, tra il circo e l’ospedale. Ora speravamo di fermarci nel mezzo, nel tempo della serietà e della credibilità. E invece siamo alla miscela, alla mescolanza. Non tanto tra destra e sinistra, ma tra qualità e roba scadente.

Ma distanziamoci dalla quotidianità e guardiamo con occhio storico. Da una vita difendiamo il primato della politica contro la supremazia della tecnica e della finanza, col concorso esterno della magistratura. La difendemmo ai tempi di Maastricht e delle privatizzazioni, della guerra a Craxi, dei primi governi tecnici, poi al tempo del Berlusconi massacrato. E ancor più lo facemmo con l’arrivo di Monti al governo e la sospensione della democrazia perché l’Italia non aveva votato secondo le prescrizioni del potere, interno e internazionale.

Ma nella situazione in cui siamo precipitati tra pandemia, catastrofe e ricostruzione, non ci restava che chiedere un periodo di sospensione della politica. E dunque la scelta di Draghi, prima che l’annunciasse Mattarella e la lanciasse Renzi, ci era parsa la più logica e inevitabile, visto che non c’erano le condizioni per andare al voto. Il suo arrivo ci ha liberati a metà da un governo cialtrone. Stavolta i trasformisti sono di contorno e di supporto, non comandano. Meno male.

Resta tuttavia la sconfitta della politica pur col premio di consolazione; la perdita del suo primato per manifesta incapacità di intendere, volere e saper governare. La serietà di Draghi è fuori discussione come la sua sobrietà, ma le inquietudini sul suo governo nascente ci sono tutte. Noi non siamo cambiati e nemmeno Draghi, sir Drake, è mutato. Occhio.

Sono successe due cose nel mondo e non solo in Italia, strettamente collegate, a cui non è estranea la pandemia: il tramonto del populismo e la restaurazione globalista. L’evento più clamoroso è stato la sconfitta – controversa e piena di ombre – di Donald Trump. Da noi c’è stato in primis lo spettacolare fallimento-tradimento del populismo grillino che si è rimangiato tutto: prima alleati coi leghisti, poi con la sinistra, poi ha ceduto all’Europa, ha votato Ursula con sinistra e popolari, è rimasta al governo con Renzi e grazie a Renzi, ha ossequiato il Quirinale prima detestato, si è alleata con Berlusconi, infine si è sottomessa a Draghi e ai tecnici. Se sono arrivati a dire che Draghi è un grillino diranno che gli autogrill di Benetton si chiamano così perché grillini.

Dall’altro versante, è da registrare lo scollamento del fronte sovranista e il riposizionamento della Lega; non è un triplo salto mortale come per i 5Stelle, ma una grossa capriola. L’ultima foglia per abbindolare il popolo grillino è quella ecologica. In fondo, all’establishment le “grete” di turno e i verdi governativi non dispiacciono affatto, sono funzionali a convertire il dissenso in energia combustibile per la conservazione degli assetti di potere.

Lo scenario non è più quello di un anno fa. È cambiato. Ma quando la politica si riduce di suo a questa robetta, incapace di rifondarsi, di darsi un piano, una cultura, una strategia e una classe dirigente, con un ceto politico fatto in larga parte di scarti di magazzino, dove il meno peggio sono i difensori del popolo e del sentire comune, allora succede una cosa antica.

Il potere politico cede al potere consolare, come nell’antica Roma; la politica che teneva banco dovrà ora limitarsi da un verso al sottogoverno e dall’altro a rappresentare gli umori popolari e le sue istanze attraverso una magistratura antica e parallela rispetto al governo consolare: i tribuni della plebe. La politica si sdoppia, si biforca: il Console Draghi investito dal Senato terrà le redini dell’Italia e risponderà all’Impero euroglobale; e i tribuni della plebe rappresenteranno la volontà popolare come pubblica opinione interna, ma non come governo della nazione.

Con Draghi “non arrivano i nostri”, tutt’altro; è finita solo in parte una rovinosa mascherata. Si può accettare la sospensione della politica solo se è eccezionale, come le cause che l’hanno prodotta; se è a tempo definito, se serve a risanare e riassestare il quadro deteriorato e ripristinare la serietà, la competenza e la meritocrazia. Dopodiché la parola, tramite le urne e il popolo sovrano, ripassa alla politica. Con questo spirito vigile e disincantato entriamo con circospezione nella dragosfera, ibridata al teatrino politico. Ave Consul Draco, console della finanza e consolatore dei partiti.

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