“La forza delle destre che vanno al potere in mezzo mondo col consenso dei popoli e l’ostilità dell’establishment, è la maggiore aderenza alla realtà rispetto alle gabbie ideologiche del politicamente corretto. Esse intercettano, in modo efficace o rozzo, secondo i punti di vista o le diverse esperienze sul campo, quel sentire comune che non accetta il rovesciamento della realtà, della natura e della tradizione. Esprime i bisogni primari della gente, l’interesse prioritario dei popoli, la salvaguardia della natura umana e degli istituti sociali che la tutelano – come la famiglia naturale, le forme storiche della sovranità, gli usi e i costumi consolidati. La sua vittoria contro i pronostici e i desideri delle élites, è l’insorgenza della realtà contro le costruzioni artificiali, i privilegi delle minoranze protette, la separazione dei diritti dai doveri per subordinarli ai desideri soggettivi e mutanti.”

Un interessante articolo di Marcello Veneziani ripreso dal suo blog. 

 

Marcello Veneziani, scrittore e giornalista

Marcello Veneziani, scrittore e giornalista

 

Qual è il segreto della destra maggioritaria da noi e in mezzo mondo? Non ha torto Aldo Cazzullo, replicando sul Corriere della sera a un mio articolo a sostenere che il suo requisito politico è il realismo e il suo quid è la critica della modernità. E a ritenere che faremo i conti con il nazionalismo anche nei prossimi anni. Ma cosa sono il realismo politico, la critica della modernità e quel che lui definisce nazionalismo?

La forza delle destre che vanno al potere in mezzo mondo col consenso dei popoli e l’ostilità dell’establishment, è la maggiore aderenza alla realtà rispetto alle gabbie ideologiche del politicamente corretto. Esse intercettano, in modo efficace o rozzo, secondo i punti di vista o le diverse esperienze sul campo, quel sentire comune che non accetta il rovesciamento della realtà, della natura e della tradizione. Esprime i bisogni primari della gente, l’interesse prioritario dei popoli, la salvaguardia della natura umana e degli istituti sociali che la tutelano – come la famiglia naturale, le forme storiche della sovranità, gli usi e i costumi consolidati. La sua vittoria contro i pronostici e i desideri delle élites, è l’insorgenza della realtà contro le costruzioni artificiali, i privilegi delle minoranze protette, la separazione dei diritti dai doveri per subordinarli ai desideri soggettivi e mutanti. Poi si può discutere sul modo con cui vengono rappresentati, sul tasso di demagogia e cinismo che li accompagna. Ma la realtà a lungo depressa, compressa, avvilita poi insorge.

Sul piano culturale, è vero, una destra anche modernista, capace di usare spregiudicatamente la tecnica, il mercato, le pulsioni, trae forza dalla critica della modernità. O meglio, dal disagio verso la modernità sconfinata che separa la libertà dalla sicurezza, la parità dei diritti dalla gerarchia dei meriti e delle capacità, l’emancipazione dall’ordine storico e naturale.

C’è una specie di dogma implicito che vige nel nostro tempo e che possiamo semplificare in questi termini. Secondo la cultura dominante, i valori ammessi nel nostro tempo discendono dalla triade rivoluzionaria francese: liberté, égalité, fraternité. Secondo questo schema ideologico alla sinistra tocca il compito primario di promuovere l’uguaglianza, di accorciare le distanze spaziali e sociali, d’includere tutti all’insegna del motto “nessuno resti indietro”.  Alla buona destra toccherebbe invece il compito di promuovere la libertà degli individui e del mercato, nella forma del liberismo, accettando pure i temi della liberazione, dei diritti umani e dei diritti civili. E alla cristianità tocca invece rappresentare il tema della fratellanza, in forma di misericordia, carità, accoglienza.

Questo schema non prevede altre forme di cultura e rappresentanza, anzi considera ogni altro “valore” non incluso nella triade come un ritorno all’oscurantismo reazionario, alla barbarie fascista, un salto indietro nella storia.

Ma sul piano pratico sappiamo che l’uguaglianza è superata nella sinistra odierna dalla tutela delle diversità e dal capovolgimento di ogni legame sociale primario; la libertà assoluta si riduce a perdita di ogni senso del limite e da ogni compito morale, spirituale e religioso; la fratellanza senza la paternità rischia di degenerare in fratricidio; e una fede ridotta a soccorso umanitario rinuncia a Dio, alla vita spirituale e all’eternità, negandosi come religione.

Questa triplice obiezione viene sintetizzata da un’espressione comune: Dio, patria e famiglia. Che non sono, è ovvio, il Dio, la patria e la famiglia di ieri, ma quelle proiezioni naturali, culturali e religiose che sono dentro di noi, costitutive dell’umano; non di ieri ma di sempre, diversamente espresse e rappresentate nei secoli. Ambiti prepolitici, che attengono alla vita personale e spirituale dei popoli e delle persone, che si caricano di motivi politici proprio perché vengono rinnegati e disprezzati.

Da qui, dunque, il crescente disagio verso la modernità, il rifiuto di ridurre tutto all’orizzonte temporale, individuale o tecno-economico. E da qui la riscoperta delle comunità naturali e storiche, delle civiltà e delle culture identitarie, che Cazzullo riassume nel ritorno del nazionalismo. In realtà ogni epoca ha le sue peculiarità: il nazionalismo appartiene alla prima metà del Novecento, fu una torsione nazionale della mobilitazione di massa indotta dalle guerre totali e dal socialismo internazionalista; da lì derivò pure il fascismo. Nell’ottocento il nazionalismo non c’era ancora perché c’era piuttosto il patriottismo liberale e l’avvento degli stati nazionali. Nel duemila il nazionalismo è ormai un’eredità, un residuo, un mito consolatorio. Però la critica o il disagio della globalizzazione resta e nutre il risveglio delle comunità territoriali, familiari e religiose. Per Ernst Nolte si profila nel mondo la lotta tra universalismo e particolarismo. O meglio tra globalizzazione e comunità sovrane; ovvero tra chi ritiene che il nostro orizzonte sia l’infinito presente globale e chi invece ritiene che sia necessario tener vivo il rapporto col passato e il futuro, il mitico e l’eterno e vi sia un legame di destino con il luogo e la comunità d’origine. La fedeltà alle cose durevoli.

Questo è il retropensiero della destra, ammesso che ci siano ancora un pensiero e una destra; questo è il suo fondamento generale. Poi nella vita corrente e nelle situazioni specifiche i temi sono altri, più urgenti e contingenti. Ma quella è la scatola nera della destra, la sua essenza.

 

 

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