Un articolo Marcello Veneziani ripreso dal suo blog

 

LGBTQ attivisti (foto, credit: Reuters)
LGBTQ attivisti (foto, credit: Reuters)

 

Mi rifiuto di commentare fedezscanzi&stracci vari, più contorno di pascale, anche se sono stati il Tema della Settimana. Mi rifiuto di entrare in quel teatrino della minchiocrazia che è la tv, con strascico social. L’indice auditel è stato ormai sostituito dall’indice idiotel, col relativo minchiometro. Non voglio partecipare e nemmeno assistere al derby permanente tra teste di c. e pezzi di m., allestito per il ludibrio e la rieducazione del pubblico vedente ma non pensante. Voi direte che un giornalista si deve occupare di tutto quel che succede o di cui si parla, in alto o in basso. Se è così, pazienza, non consideratemi giornalista, non è una perdita grave per la categoria e nemmeno per me; non ho mai avuto orgoglio di appartenere alla categoria, me ne farò una ragione.

Vivo con crescente disagio, largamente condiviso dalla gente comune, questo clima generale; e la deriva squallida del dibattito pubblico e dell’agenda politica, televisiva e parlamentare di questi giorni. Al disagio unisco una crescente estraneità e la voglia di chiamarsi fuori, di scrivere d’altro, come cerco di fare. Allargare e innalzare la vista, gli orizzonti, la qualità delle riflessioni. E pazienza se il bacino d’ascolto si riduce.

La tendenza prevalente è invece inversa: sostenere fideisticamente un tema, una campagna, per esempio sull’omotransfobia, allestire la cassa di risonanza e ridurre l’avversario al punto più estremo e più basso. La battuta di un politico di terza fila, la gaffe fuori onda, fuori posto, fuori contesto diventano IL Tema e sostituiscono la vera posta in gioco.

A pontificare, a ergersi a maestri ex cathedra in tv, a cui si accodano come seguaci anche i leader di partito, sono influencer, testimonial e patacche che sono l’espressione più scadente, più ignorante del circo multimediale, benché abbiano followers; il populismo esecrato in politica, vige in ambito social-televisivo. Scambiano per idee i loro tatuaggi, si fingono trasgressivi ma esprimono opinioni conformi al Potere Globale e ai suoi dogmi e riducono il dissidente a caricatura becera. Discettano di cultura e valori senza averne il minimo sentore. E si credono perfino vittime se con la massima risonanza mediatica, col massimo sostegno partitico, col massimo profitto personale, esprimono queste “scomodissime denunce”.

Una volta si diceva: “sutor, ne ultra crepidam”, ovvero “ciabattino non giudicare cose che vanno più su della scarpa”. E invece, sembra che il requisito principale per parlare ai più sia proprio quello. Una distorsione del principio egualitario. Si può essere tolleranti con gli ignoranti e si possono sopportare pure gli arroganti. Ma gli ignoranti arroganti non si reggono.

Ma parliamo della legge Zan e non dei suoi testimonial; quella legge che è una mina sul percorso del governo presentata proprio da coloro che accusano l’altro versante di creare strappi e rotture nella maggioranza. Riassumo la critica sul piano dei principi.

Per prima cosa queste leggi speciali in favore di minoranze uccidono il fondamento delle leggi: l’universalità delle norme. La legge, lo dicono anche i muri dei tribunali, è uguale per tutti; non può fare discriminazioni, non si adatta a tempi e gruppi di pressione. Se compio una violenza, un’offesa o un sopruso devo pagare indipendentemente da chi sia io o la vittima. Poi sarà il giudice ad accertare eventuali aggravanti e attenuanti nel caso specifico o trattandosi di minori, vecchi o disabili, categorie oggettivamente fragili.

La seconda cosa, forse più grave della prima, è che la realtà, la natura e la civiltà cedono il passo alla soggettività volubile. Non c’è un criterio oggettivo come la natura, l’evidenza della realtà, la scienza o la civiltà e le sue tradizioni per stabilire le identità e le differenze sessuali; ma sono io, il sovrano assoluto a decidere chi sono e chi voglio essere, a che genere voglio appartenere. È la fine della civiltà e dei suoi fondamenti, comunitari e naturali. È lo spirito del ’68 che, appassito, si fa legge. Dopo aver negato i doveri per il primato assoluto dei diritti, si riducono i diritti a desideri soggettivi e mutanti.

Ne discende, terzo effetto, che si delegittima la famiglia dopo averla declassata a unione tra le altre. Dico la famiglia di sempre, in cui nascono i figli, naturale prima che tradizionale, civile prima che cristiana, presente in ogni società. Viene trattata come un residuo tossico di epoche pregresse, un avanzo putrefatto di società primitive e reazionarie, un ingombro di cui liberarsi. La tutela prevista per la famiglia – anche dalla nostra Costituzione – ritenuta la struttura naturale e culturale su cui si fonda e si perpetua una società, slitta a favore delle unioni d’altro tipo e le loro conseguenze (adozioni, mutazioni genetiche, maternità surrogate, uteri in affitto, ecc.).

Infine, la legge Zan, colpendo reati già previsti dal nostro ordinamento giuridico, tra violenze, denigrazioni e abusi, ha solo una ragion d’essere, di tipo psicologico, correttivo e vessatorio: esercita intimidazione psico-sociale su chi ha idee, opinioni, consuetudini difformi rispetto al Nuovo Canone Corretto. E lascia un’inquietante zona grigia, soggetta alle pressioni minatorie e alle interpretazioni giudiziarie, più o meno ideologiche, tra l’odio o il disprezzo verso omo e trans e la libera critica a comportamenti, modelli, egemonie, ideologie, lobbies. Nasce la legge del Sospetto che colpisce i non-conformi, favorisce la delazione, come nei regimi giacobini e dispotici. E dà un ombrello alla denigrazione inversa verso i non conformi (ne ho avuto recente, personale esperienza, diffamato da un sito gay per un articolo di cui non ero autore).

Se dici che la legge affronta casi di violenza che sono poche decine all’anno, peraltro punibili a norma di leggi già vigenti, allora ti rispondono che il problema non sono i reati ma una mentalità diffusa; allora si conferma che la legge vuol colpire una mentalità, un’opinione, non i singoli fatti accaduti. Legge liberticida.

Infine una postilla politica. Un governo di unità nazionale, con un premier super partes, dovrebbe cercare una mediazione tra la legge Zan e quelle che si propongono dal versante opposto. Con la precisa clausola che se non si trova un punto di convergenza non si fa una legge divisiva in piena emergenza, con un governo istituzionale. Pensate che succederà?

MV, La Verità 9 maggio 2021

 

 

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