Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto da Marcello Veneziani e pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. 

 

 

Proviamo a leggere la questione della maternità surrogata da un altro punto di vista, come una riflessione sulla commedia umana e i suoi paradossi. C’è una sparuta minoranza che cerca di avere un figlio anche se non può averlo: coppie omosessuali, donne single o in età avanzata, coppie eterosessuali con problemi di sterilità. E c’è una maggioranza che un figlio potrebbe averlo ma non lo vuole; perché sarebbe una rinuncia alla libertà, al lavoro, alla pienezza della vita, al benessere. Sullo sfondo c’è un modello culturale senza precedenti nella storia umana che penalizza l’idea di maternità, fertilità, fecondità, procreazione; che elogia l’autorealizzazione, incompatibile con la gravidanza, la nascita e la cura di un figlio. E invece esalta e agevola chiunque desideri una maternità pur non essendo nelle condizioni di averla, in particolare se omosessuali, prima che coppie “sterili”, single o anziani.

Cosa accomuna chi rifiuta la maternità pur avendo la possibilità di procreare e chi desidera la maternità pur non essendo nelle condizioni di procreare? Il rifiuto del limite, che è il rifiuto della natura e dei suoi confini. Una gravidanza indesiderata pone limiti alla mia libertà e alla mia esistenza, quindi la respingo, fino all’aborto; così, all’opposto, una gravidanza impossibile, ad esempio tra coppie dello stesso sesso, pone limiti al mio desiderio; quindi cerco di aggirarla, fino all’utero in affitto.

Così accade il paradosso di una società che rifiuta i figli eccetto coloro che non possono averli. Un paradosso che fa il paio con un altro: il rigetto del matrimonio e della famiglia, nel nome di relazioni libere e convivenze senza vincoli nuziali; salvo per le coppie omosessuali di cui invece si pretende la codificazione in matrimonio.

Ora, distinguiamo due piani. Uno soggettivo e particolare, e l’altro sociale e generale. Sul piano soggettivo, conosciamo tutti persone e coppie che rientrano in quei differenti travagli: chi rigetta i figli perché complicherebbero la loro vita, chi rigetta i matrimoni perché incompatibili con la loro vita fluida e magari nomade, chi vorrebbe avere o ha avuto figli con maternità surrogata, siano essi omosessuali o single. Di ognuno conosciamo e rispettiamo la storia, conosciamo le sofferenze e le difficoltà, non ci permettiamo di ergerci a giudici, hanno tutta la nostra comprensione.

Poi, però, guardiamo alla società, vediamo cosa resta della vita, del mondo. La famiglia vista come un male assoluto, soprattutto se legata a un aggettivo che evoca legami e continuità, come famiglia naturale o tradizionale. La sostituzione delle identità con la fluidità dei soggetti e dei loro desideri; lo spostamento assoluto del baricentro dal noi, dalla natura, dall’identità all’io, alla volontà soggettiva, al desiderio. La sostituzione della persona – che ha un’identità, un volto, una storia, un’eredità – con l’individuo, che è neutro e asettico, anzi è ciò che vuole essere, rigetta ogni limite.

Le singole storie meritano rispetto e affetto, ma il risultato che ne sortisce da questo modello di società è la fine della comunità, e alla lunga della società stessa, della civiltà, dell’umanità; è l’avvento del transumano. L’umanità è una corda tesa tra la natura e la cultura, esiste finché c’è una dialettica tra la libertà e la responsabilità, le scelte e le rinunce, i diritti e i doveri, il desiderio e il destino. Le facoltà e i limiti. Nel momento in cui salta uno dei due termini, l’umanità finisce e si perde nell’infinito. Stiamo sognando un’umanità senza limiti, senza doveri, senza spirito di rinuncia, dunque un’umanità senza umanità. E’ la fine della civiltà, il punto di non ritorno dell’umanità, la sostituzione di ogni prospettiva comunitaria – da quella famigliare a quella sociale, religiosa e territoriale – con una radicale soggettivizzazione dell’esistenza. Io sono ciò che voglio essere, la realtà non vale; prevale il mio desiderio. Voglio un figlio ma senza una famiglia; al più un libero e fluido consorzio tra un Io e un altro Io, con la fabbricazione, anche a pagamento, di un terzo Io. Tre singoli senza il contesto storico, affettivo, radicato della famiglia. Tre volontà singole e illimitate senza identità, legami, eredità.

L’argomento principale in difesa di questo modello è sempre uno: niente ti impedisce di vivere con i tuoi canoni tradizionali e naturali, ma lascia agli altri la possibilità di vivere come meglio credono. Il discorso varrebbe se la società fosse solo un arcipelago di solitudini radicali, un occasionale e superficiale consorzio di soggetti autonomi e atomizzati. Esistiamo come target, come audience, come utenti, fruitori; ma non come popolo, comunità, nazione, civiltà. La società è finita, restano individui infiniti. Che non potendo essere realmente infiniti sono in realtà non-finiti, abbozzati, abortiti, indefiniti.

È permesso dire che una società deve invece avere una sfera privata di libertà personali ma anche una sfera pubblica in cui valgono principi e criteri superiori a quelli puramente individuali? E’ permesso dire che se fai una scelta di vita poi non puoi pretendere scorciatoie e salvacondotti per godere dei risultati di altre vite? Ogni scelta comporta una rinuncia. Sei libero di vivere, ad esempio, la tua omosessualità ma non pretendere di avere dei figli noleggiando altrui maternità, usando uteri come bancomat di figli delivery, grembi come bucce, gusci o container, asserviti ai propri desideri, concessi solo a chi può permetterseli. Non puoi subordinare ai tuoi desideri la vita di un’altra persona, privandola di un padre e una madre.

Capisco il punto di vista di chi desidera i figli pur avendo fatto una scelta incompatibile con averli; ma se usciamo dal suo ambito soggettivo, quel desiderio è sfruttamento, abuso, depredazione. Ci sono due modi per disumanizzarci: se perdiamo la libertà, con le sue scelte, o se cancelliamo la natura, con i suoi limiti. Non siamo angeli né bestie, solo umani. E chi si pretende angelo diventa bestia.

Marcello Veneziani

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. Sono ben accolti la discussione qualificata e il dibattito amichevole.


 

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