Gesù e Pilato
Gesù e Pilato

 

 

di Alberto Strumia

 

In questo giorno del Venerdì Santo non si celebra la Messa, ma una liturgia nella quale con la lettura della Passione secondo Giovanni e l’adorazione della Croce, si medita sul “modo” che Dio ha scelto per salvare l’umanità mediante il Suo Figlio, il Verbo fatto carne, e offerto in sacrificio per noi.

Per comprendere il mistero della Croce – meglio che si può umanamente e non senza la luce della Grazia – possiamo farci guidare, come già abbiamo fatto ieri, dai numeri del Compendio del Catechismo, che espongono le verità di fede che riguardano la Passione, così come le professiamo nel Credo.

Il n. 112 alla domanda:

«Qual è l’importanza del Mistero pasquale di Gesù?»

risponde: «Il Mistero pasquale di Gesù, che comprende la Sua Passione, Morte, Risurrezione e Glorificazione, è al centro della fede cristiana, perché il disegno salvifico di Dio si è compiuto una volta per tutte con la Morte Redentrice del Suo Figlio, Gesù Cristo».

Il Compendio del Catechismo si limita qui a “registrare il dato”, presente nei Vangeli, profetizzato nell’Antico Testamento (si pensi alla figura del “servo di Jahvè”) della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, come “metodo” per realizzare la Salvezza del genere umano, riaprendo la via di accesso alla Grazia, senza dare altre spiegazioni.

Un “metodo” che, ai nostri occhi, appare “misterioso”, strano e quasi incomprensibile. Non poteva, Dio, scegliere un modo meno cruento? Perché proprio la condanna a morte dell’Innocente per eccellenza, e la morte più infamante concepibile all’epoca: quella della Croce?

Da un lato occorre “lasciare” (si passi la parola) a Dio la libertà di scegliere il modo di attuare la Salvezza e di rivelarci solo ciò che Egli ha ritenuto necessario per noi conoscere. E noi non possiamo che rispettare il “Mistero”…

Da un altro lato i teologi, soprattutto i medievali e, in particolare san Tommaso d’Aquino, hanno cercato di offrire delle “ragioni di convenienza” per spiegare – avendo come base san Paolo e i Padri – il perché della condanna a morte, come “metodo” della Redenzione, mediante la Passione e la Morte in Croce.

Tutto parte dalla comprensione del “peccato originale” – descritto con il genere letterario mitico -simbolico del libro della Genesi (cap. 3) – come “perdita della giustizia originale” (defectus originalis iustitiae), a causa di una “colpevole” scelta del genere umano, impersonato interamente dai progenitori.

Una “colpa” (“reato”) che dal punto di vista della “giustizia” (qui si vede emergere in certo modo anche l’influsso del “diritto romano” sui teologi medievali) richiedeva di essere “espiata” mediante una “pena” adeguata al grado di dignità dell’offeso. Ed essendo Dio, l’offeso, la cui dignità è infinita, occorreva che il “riparatore” (Redentore) fosse di pari dignità; e solo Dio può esserlo. E doveva esercitare un potere infinito, come solo Dio può fare, per riparare un’offesa infinita. Questo richiede che il Redentore sia “vero Dio”.

Al tempo stesso, essendo il colpevole l’uomo, il Redentore, il condannato, che doveva espiare e riparare, doveva essere “vero uomo”.

Solo Cristo, “vero uomo” e “vero Dio” ha entrambe le caratteristiche. Così solo Lui poteva e doveva prendere su di Sé tutte le colpe (“peccati”) di tutti gli uomini, nessuno escluso, perché nessuno potesse dire: per me non c’è salvezza perché la mia colpa è troppo grande.

E doveva prendere su di Sé la forma di condanna e di morte più infamante, così che nessuno potesse dire: la mia sofferenza è peggiore e non può essere sanata.

San Tommaso aggiunge che questa modalità fu l’espressione dell’amore (“carità”) infinito di Dio-Cristo per l’uomo, come Gesù stesso aveva detto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). E aggiunge che sarebbe bastata «una sola goccia» («Cuius “una stilla” salvum facere totum mundum quit ab omni scelere» [Adoro Te devote]) del Suo Sangue a salvare l’umanità. L’effusione di “tutto il Suo Sangue” dice la sovrabbondanza con la quale Cristo ha amato quell’umanità la cui natura Egli, il Verbo, aveva indissolubilmente unito a Sé.

Nel n. 118 si pone l’interrogativo sul «perché la morte di Cristo fa parte del disegno di Dio?».

La risposta che la dottrina cattolica ci offre è questa.

«Per riconciliare con Sé tutti gli uomini votati alla morte a causa del peccato, Dio ha preso l’iniziativa amorevole di mandare Suo Figlio perché si consegnasse alla morte per i peccatori. Annunciata nell’Antico Testamento, in particolare come sacrificio del Servo sofferente, la morte di Gesù avvenne “secondo le Scritture”».

La Redenzione è avvenuta ad opera del Verbo, cha ha assunto nella Sua Persona la natura umana nell’uomo Gesù. Così era previsto dal piano di Salvezza rivelato nella Scrittura, fino dall’Antico Testamento e preannunciato dai profeti. Tale piano ha previsto, come modalità di attuazione, la Passione e la Morte di Gesù e, infine la Sua Risurrezione. Nulla viene detto sul “motivo” di un tale modo di procedere per realizzare il piano della Salvezza, lasciando intendere che si tratta di una “libera scelta” della Volontà divina. E noi, che non siamo Dio, non abbiamo né il diritto, né la capacità di contestarla, né di proporne una diversa, ma da questa abbiamo il dovere e il bisogno di imparare.

La teologia potrà solo individuare, alla luce di una riflessione razionale illuminata dalla fede, dei “motivi di convenienza” che aiutano a comprendere, a livello umano, le ragioni di una simile modalità. Abbiamo già parlato del “peccato” come “perdita della giustizia originale” e della “riparazione” di tale giustizia, attraverso la quale essa viene resa nuovamente accessibile all’uomo.

Ma è legittimo cercare di comprendere, almeno per quanto è umanamente possibile, le ragioni della Passione e Morte in Croce. A questo proposito il n. 119 pone questa domanda:

«In quale modo Cristo ha offerto sé stesso al Padre?».

E risponde: «Tutta la vita di Cristo è libera offerta al Padre per compiere il Suo disegno di Salvezza. Egli dà “la Sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,45) e in tal modo riconcilia con Dio tutta l’umanità. La Sua sofferenza e la Sua morte manifestano come la Sua umanità sia lo strumento libero e perfetto dell’Amore divino che vuole la Salvezza di tutti gli uomini».

L’idea del “riscatto”, quasi un “prezzo” (quasi quoddam pretium, secondo la dizione riportata da san Tommaso, nella Summa Theol., III, q. 48, a. 4 co) sborsato per “ripagare” con una sorta di “indennizzo”, l’atto di ingiustizia nei confronti di Dio Creatore, fa rudemente riferimento all’immagine del “risarcimento in denaro” per dare il senso della concretezza, del realismo con il quale si deve pensare alla Redenzione e alla Salvezza. Non c’è spazio per “spiritualismi” in questa logica!

L’umanità di Gesù (natura umana assunta dal Verbo) viene vista come lo “strumento” libero e perfetto dell’Amore divino che vuole la Salvezza di tutti gli uomini. Gesù stesso fa ricorso più volte al paragone con il denaro (si pensi alla parabola dei talenti [Mt 25,14-30; L 19,12-27]), per far percepire anche ai più “materiali” dei Suoi uditori, la concretezza di ciò che sta compiendo. Sui soldi tutti sono sensibili…

Proseguendo con il n. 121 siamo guidati ad una comprensione del “cambiamento nell’essere” (è la “metafisica” della Redenzione dalla quale emergerà l’«uomo nuovo» (Ef 4,24) del quale parlerà san Paolo) che si opera nella Passione di Cristo. La domanda “seria” è «che cosa avviene nell’agonia dell’orto del Getsemani?».

Ed ecco la risposta: «Malgrado l’orrore che procura la morte nell’umanità tutta santa di Colui che è l’“Autore della Vita” (At 3,15), la volontà umana del Figlio di Dio aderisce alla Volontà del Padre: per salvarci, Gesù accetta di portare i nostri peccati nel Suo Corpo “facendosi ubbidiente fino alla morte”».

Qui si dimostra l’Onnipotenza di Dio. Noi, ragionando “umanamente”, siamo portati a “rimuovere” il ricordo di un dolore passato e della morte; siamo portati a “dimenticare”, a “censurare”. E questo è dovuto alla nostra “impotenza” di fronte al dolore e alla morte.

Mentre Dio, che è “Onnipotente”, non ha bisogno di dimenticare, o censurare. Al contrario Gesù, proprio perché è Onnipotente, essendo Dio, “assume” su di Sé il dolore e la morte, e addirittura la “colpa” che è degli uomini, per la rottura della “giustizia” con Dio Creatore. E prendendo su di Sé ciò che vi è di più penoso e doloroso, fino alla modalità di morte più infamante (come la morte in croce di un condannato), dimostra di essere così “potente” da trasformarla da “morte in vita” (è la Sua Risurrezione), da “rottura della giustizia” in “riparazione della giustizia”, in “restituzione dell’accesso alla giustizia”. Ma lo fa non obbligando gli uomini a “subire” il miracolo, rimanendo “schiacciati” da una “potenza travolgente”, ma nel pieno rispetto della loro individuale libertà. Ricordiamo la delicatezza di Gesù con il “giovane ricco” che fu lasciato libero di non seguirLo: «Se vuoi…» (Mt 19,21).

Come l’Angelo fece con la Vergine Maria, rimanendo in attesa del suo libero consenso ad accettare di essere direttamente coinvolta nell’opera dell’Incarnazione del Verbo, rendendola partecipe della logica del “riscatto” che si attuerà con la Passione del Figlio Gesù Cristo.

E san Bernardo commenta in una celebre omelia sulla Madonna (Om. 4, 8-9): «Hai udito, Vergine, che concepirai e partorirai un Figlio; hai udito che questo avverrà non per opera di un uomo, ma per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta; deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Aspettiamo, o Signora, una parola di compassione anche noi, noi oppressi miseramente da una sentenza di dannazione. Ecco che ti viene offerto il prezzo della nostra salvezza: se tu acconsenti, saremo subito liberati. Noi tutti fummo creati nel Verbo eterno di Dio, ma ora siamo soggetti alla morte: per la tua breve risposta dobbiamo essere rinnovati e richiamati in vita.

Te ne supplica in pianto, Vergine pia, Adamo esule dal paradiso con la sua misera discendenza; te ne supplicano Abramo e David; te ne supplicano insistentemente i santi patriarchi che sono i tuoi antenati, i quali abitano anch’essi nella regione tenebrosa della morte. Tutto il mondo è in attesa, prostrato alle tue ginocchia: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri, la redenzione dei prigionieri, la liberazione dei condannati, la salvezza di tutti i figli di Adamo, di tutto il genere umano.

O Vergine, da’ presto la risposta. Rispondi sollecitamente all’Angelo, anzi, attraverso l’Angelo, al Signore. Rispondi la tua parola e accogli la Parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna. Perché tardi? Perché temi? Credi all’opera del Signore, dà il tuo assenso ad essa, accoglila. Nella tua umiltà prendi audacia, nella tua verecondia prendi coraggio. In nessun modo devi ora, nella tua semplicità verginale, dimenticare la prudenza; ma in questa sola cosa, o Vergine prudente, non devi temere la presunzione. Perché, se nel silenzio è gradita la modestia, ora è piuttosto necessaria la pietà nella parola.  Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che Colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, Egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare Colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso.

“Eccomi – dice – sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38)».

Maria, sotto la Croce, dovette ricordarsi di essere lei stessa partecipe, fin dall’inizio, della Passione del Figlio, che Dio aveva pensato fino dall’eternità per riaprire l’accesso alla “giustizia originale” che gli uomini avevano inizialmente rifiutato, e continuano a rifiutare ogni volta che si illudono di vivere come se Dio non esistesse. Impariamo da lei a ricordarcelo per quanto tocca a noi, come insegna l’Apostolo Paolo: «Compio nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo» (Col 1,24).

 

Bologna, 7 aprile 2023

 

 

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