Gesù crocifisso a San marcello - Roma

 

di Giuliano Di Renzo

 

Stiamo vivendo giorni di sofferenza e chiediamo l’aiuto del Signore dopo esserci resi conto che abbiamo deviato dalla sua via di santità e giustizia.

Noi, tanto come privati che come società, abbiamo avanzato imperterriti sulle vie del male, mai sazi di libertà sfrenate e rivendicato il peccato come un diritto, ingannando noi stessi. Mentre ci preoccupiamo di ecologia e di ambiente distruggiamo i diritti altrui e quelli alla vita dei più innocenti e indifesi.

L’aborto è diventato un mezzo per sbarazzarsi degli esiti indigesti della nostra sessualità abusata, abbassata a materialistico godimento dell’altro e noi diciamo come per beffa amore. Invece di essere realizzazione della piena comunione tra persone che si donano in vicendevole amore e seriamente si rispettano ed amano.

In tal modo abbiamo anche uccisa la società impedendole di crescere e fiorire come albero frondoso e carico di futuro.

Abbiamo attentato alla famiglia, la quale non è più casa accogliente e sicura, ma uno stazionare senza frutti e doveri, abbandonati ciascuno al capriccio e provvisorietà dei sentimenti.

Ecco allora emergere che al centro di tutto il nostro essere e operare non poniamo la giustizia, la santità del nostro destino e della nostra vita, ma noi stessi, il nostro egoismo.

Insomma, fingiamo di amare mentre non amiamo che solo noi stessi, senza pensare che quell’egoistico amare e’ odiare se stessi, è inoculare in sé la morte.

Lo sappiamo, o consideriamo comodo fingere di non sapere, che tanto la natura come lo spirito sono tenuti in essere dalla giustizia che si esprime con le leggi sacrosante della vita.

Non possiamo dunque pensare di sfuggire alla Giustizia, la quale essendo immortale (Sap 1,15) se violata esige la restituzione con la riparazione.

Se tenessimo ben presenti queste considerazione avremmo la risposta alla tormentosa domanda del perché il male nel mondo. Esso è il naturale esito di sventate nostre avventure senza freni, dell’uso disinvolto di una malintesa libertà.

Malintesa libertà che distrugge la libertà e brucia come in una specie di infernale walhalla le nostre perseguite illusioni.

Osiamo chiamare in giudizio Dio invece di portare noi al giudizio di Dio.

Già in Omero, quasi appena all’incipit dell’Odissea, Giove lamenta che dei guai che procura a se stesso l’uomo osa “incolpar sempre gli dèi e la stoltezza sua chiama destino”.

Il Venerdì Santo ci ricorda quel che ha fatto Dio per tirarci fuori dalle nostre paludi.

Ma pare che l’amore di Dio, che è inaudito ed anche estremo, dopo più di duemila anni non trovi ancora accoglienza nel cuore perverso degli uomini.

Ci troviamo nel mezzo di un’epidemia e manifestiamo cattivi propositi di altri più gravi delitti.

Brevissima e incerta è la nostra vita e noi continuiamo a parlare di pace intanto che nel cuore vogliamo la guerra (Sl 55,19).

Il Venerdì Santo dovrebbe metterci davanti al Crocifisso, che continuiamo a perseguitare mai soddisfatti di avergli perpetuata nei secoli l’atroce agonia.

La presente esperienza del coronavirus e della nostra umana impotenza dovrebbero suscitare un risveglio della nostra coscienza e invece si continua a tranquillizzare noi stesso con le morfine, per esempio, di false discussioni circa la legalità ma non circa la moralità.

Quando oppressi e senza vie di uscite umane ci rivolgiamo per aiuto al Signore lo facciamo perché ci preoccupano le sofferenze nostre non quelle che facciamo patire ogni giorno al Signore.

Le nostre meditazioni sul Vangelo e sulla Passione di Cristo paiono essere più un “et eo comenzo el corrotto” (Jacopone da Todi. Il pianto della Madonna), lamento sulle nostre e altrui umane disgrazie che non quello della Madre sull’innocente divino straziato suo Figlio.

Cristo finisce per essere il pretesto per ergere al posto di Lui l’umanità ferita dai suoi stessi mali, preannunciato messia del nuovo umanesimo da instaurare nel mondo.

Entriamo invece, come San Bonaventura in Itinerarium mentis in Deum, nella buia luminosa mistica nube della sofferenza di Gesù offertosi generosamente per noi e svela in tal modo a noi il volto proprio di Dio Amore, in Gesù suo Verbo, il solo innocente che possa saldare l’immenso nostro debito con l’infinita divina santità di Dio.

“Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto e faranno lamento per Lui come per la morte del primogenito figlio unico” (Zc 12,10; Gv 19,37) e “nella sua luce vediamo la Luce (Sl 36,10).

Gesù ci dà la possibilità di ottenere la redenzione permettendo di unire alle sue le nostre sofferenze di colpevoli ravveduti.

Immergiamoci nella Passione di Gesù, chiediamo a Lui perdono dei colpi di flagello, delle trafitture di spine, dei chiodi che ha dovuto subire per noi e dell’ultimo sfregio a Lui ormai cadavere con infierirgli il colpo di lancia a opera di un sacrilego ignaro soldato. Sul quale e su noi la sua carità ha fatto scendere dal suo Sacro Cuore il sangue e l’acqua che dona a noi l’innocenza di nuove creature.

Sfregi e sofferenze resi più gravi perché inflittigli alla presenza della già troppo sua addoloratissima Mamma, costretta con Lui a ancor più infinito suo patire.

Siamo tutti il buon ladrone. Gesù non è stato crocifisso ma si è fatto portare al Calvario e fatto crocifiggere per venire accanto a noi nelle crocifissioni della vita e sostenerci accompagnando di speranza con la sua Passione lo svolgersi in noi della sua resurrezione. Il suo perdono è miracolo dell’amore immensamente più grande della trasformazione dell’acqua in vino ed è la trasformazione della nostra morte nella sua morte che è Resurrezione.

A Mosè che con passione di intelletto e cuore d’amore chiedeva a Yaweh di mostragli il suo volto, così come a ogni anima profondamente che assetata della Verità l’assenza di essa provoca esistenziale tormento, il Signore che non poté rispondere allora risponde ora con il Verbo della Croce da dove rifulge in tutto il suo splendore e gloria il volto suo proprio che è l’Amore.

“Ti adoro, o Croce santa che portasti il Redentore gloria e onor ti canta ogni mente e ogni cuore”.

“Quanto a me non ci sia altro vanto che nella Croce di Nostro Signore Gesù Cristo, che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 6,14 e 2,20).

 

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