mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo della diocesi di Bari-Bitonto
mons. Giuseppe Satriano, Arcivescovo della diocesi di Bari-Bitonto

 

 

di Sabino Paciolla

 

Come noto, in varie diocesi italiane si stanno tenendo eventi, sempre più numerosi e in forma di veglia per il superamento dell’omotransbifobia, in vista della «Giornata internazionale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia» che si celebrerà il 17 maggio prossimo. Un evento largamente e potentemente sponsorizzato dai movimenti LGBTQI+.

Una delle parrocchie più attive nel seguire da vari anni questo tipo di tema è la parrocchia di San Sabino a Bari, retta da don Angelo Cassano. Non poteva mancare dunque in questa parrocchia la veglia che si è tenuta ieri sera finalizzata proprio al “superamento dell’omotransbifobia”. È stato un evento, come anche quelli che si sono tenuti nel passato, l’ultimo il 25 febbraio scorso, che ha suscitato accese discussioni. Ma in tutto questo, l’arcivescovo della diocesi di Bari-Bitonto, come in passato, ha tenuto un profilo basso, molto basso. Per l’incontro del 25 febbraio scorso, ad esempio, l’arcidiocesi di Bari-Bitonto, a chi le scriveva lamentando l’incontro, ha sempre risposto via email con testi copia-e-incolla che sminuivano la questione. Per l’evento di ieri, il clamore sui media e sui social è stato alto e l’arcidiocesi si è vista costretta, sempre in data di ieri, ad emettere un comunicato che, con tutto il rispetto, è risultato scialbo, insipido come il sale quando perde il suo sapore. Una cosa francamente deludente che ha avuto il merito di guadagnarsi sui social le critiche da una parte e dall’altra.

Il testo di ieri inizia dicendo: “Si prende atto dell’incontro di preghiera previsto oggi, 14 maggio, alle ore 20,00 e ospitato presso la parrocchia di San Sabino in Bari. Si tiene a precisare che l’iniziativa non è organizzata dall’Arcidiocesi di Bari-Bitonto”. “Si prende atto”, scrivono, come se l’arcidiocesi avesse saputo dell’iniziativa proprio lo stesso giorno in cui si è poi tenuta. Ci tiene poi a precisare che l’iniziativa è stata presa dalla parrocchia di San Sabino, come se questa non facesse parte della sua diocesi e non fosse tenuta a seguire le direttive dell’arcivescovo, fosse cioè un corpo estraneo che agisce come e quando vuole. Insomma, una lavata di mani, come quella di un famoso personaggio…

A nulla valgono le frasi successive: “Se da una parte si auspica una sempre maggiore inclusività contro ogni forma di discriminazione tra le persone, dall’altra non ci si riconosce in un linguaggio mutuato dalle logiche di rivendicazione dei diritti civili, né nella teoria gender già definita da Papa Francesco ‘colonizzazione ideologica’”. Infatti, l’arcivescovo sa bene, o dovrebbe sapere, che le lobbies del movimento omosessuale e transessuale sono potentissime, in fortissima diffusione, spalleggiate e sostenute dalle grandi corporation, presenti dappertutto, in politica, nello spettacolo, nei media, nell’arte, nel cinema, sui social, e persino nelle scuole. Queste lobbies hanno un obiettivo chiaro e trasparente, quello di promuovere e normalizzare l’omosessualismo e ancor più il transgenderismo, una ideologia totalmente opposta e sovvertitrice dell’insegnamento bimillenario della Chiesa sulla verità dell’uomo, in particolare quello che riguarda l’aspetto della sessualità. L’arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Giuseppe Satriano, sa, o dovrebbe sapere, che nel mondo di oggi, quello occidentale, chi subisce pressioni, condizionamenti, limitazioni alla libertà religiosa, e a volte anche vere e proprie persecuzioni (si ascoltino a questo proposito le parole profetiche del Card. Angelo Comastri), sono proprio i cristiani quando vengono portati in tribunale per aver semplicemente affermato il diritto di dire che l’uomo è uomo e che la donna è donna, o per aver sostenuto il principio della famiglia naturale come unica e vera famiglia. Semmai, le veglie di preghiere dovrebbero essere fatte per coloro che subiscono queste persecuzioni. L’arcivescovo dovrebbe sapere poi che il tutto non è affatto una mera questione di “linguaggio” o formale, come si legge nel comunicato, ma assolutamente sostanziale. Pertanto, che una parrocchia della sua diocesi organizzi una veglia per il superamento dell’omotransbifobia significa solo che o non si rende conto di come sta girando il mondo o che è il modo sotto mentite spoglie per far avanzare nella Chiesa proprio questa ideologia. E il vescovo, che è la presenza docente della Chiesa nella sua diocesi, non può non prendere posizione con precise direttive concrete in quanto la questione sta diventando talmene grande e grave che se non si agisce con decisione ed in maniera chiara, il rischio è quello di essere totalmente sopraffatti, ossia asserviti.

L’arcivescovo stigmatizza poi la questione di evitare “interpretazioni divisive”. Occorre precisare che quella della divisività in questo caso è però una questione mal posta. Sebbene i cristiani per loro stessa essenza debbano tendere sempre ad accogliere ed amare il prossimo, ”Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male”, è anche vero che Gesù Cristo ha detto: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me” (Matteo 10,32-38). Pertanto, in questo frangente storico in cui ci viene propinata, ed in molti casi imposta, una antropologia totalmente distruttiva dell’umano e contraria all’insegnamento della Chiesa la questione della divisività è l’ultimo dei problemi. Ogni cristiano, dal semplice fedele al pastore più importante, è chiamato a testimoniare la verità di Cristo che è anche la verità sull’uomo, la verità che salva tutto l’uomo. Benedetto XVI, a questo proposito, nella enciclica Caritas in veritate comincia con queste parole: “La carità nella verità, di cui Gesù Cristo s’è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione, è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell’umanità intera”. Benedetto XVI ci dice quindi che perché si generi una società umana, una società che valorizza la dimensione umana della persona, occorre testimoniare la “carità nella verità”. Ma una carità senza la verità, dice più oltre, “degenera in sentimentalismo”. E il sentimentalismo è proprio lo strumento cardine che questo mondo sta usando per introdurre la menzogna e asservire l’uomo. 

Quindi, comunicare, testimoniare con la vita, la verità di Cristo è ciò che il mondo ha sempre atteso ed attende anche oggi. Occorre comunicare la verità di Cristo soprattutto ai giovani che sono coloro a cui il mondo oggi la sta negando. Come si vede, si tratta di continuare a fare missione anche attraverso la cultura in un mondo ostile ai cristiani perché scristianizzato, un mondo che in molti casi è diventato addirittura pagano. 

Proprio ieri, a messa, nella seconda lettura veniva proposto un passo della prima lettera di San Pietro apostolo (1Pt 3,15-18) che così recitava: 

“…adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male,…”.  

“E’ meglio soffrire…”. Ecco, forse occorre che ritorniamo tutti a meditare queste parole alla luce di quello che sta avvenendo.

 


 

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