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di Mattia Spanò

 

Con la vicenda Vannacci, l’Italia ha trovato il proprio affaire Dreyfus, il capitano accusato di alto tradimento che alla fine dell’’800 mobilitò il fiore dell’intelligencija francese.

Figure come Zola, Anatole France, Gide e il meno noto Lazard si schierarono a favore del capitano disonorato, pagando un prezzo impensabile per un intellettuale moderno: Zola dovette addirittura fuggire dal paese.

Qualcuno sostiene che, con l’affare Dreyfus, o meglio con il J’accuse di Zola, prenda forma la fisionomia dell’intellettuale moderno. Più probabilmente nasce l’uso politico e propagandistico dell’intellettuale: una figura che ha il compito di mostrare al popolo la testa mozzata della morale antica, il bianco e il nero dentro le brume della coscienza.

Naturalmente la vicenda di Vannacci ha tracimato in operetta: gli italiani sono capaci di trasformare anche il Vangelo in cinepanettone. Anzi molti credono lo sia davvero, e lo credono seriamente. Non siamo nemmeno in vista del terremoto culturale, sociale e istituzionale che il malcapitato Dreyfus scatenò nella Francia di fine ‘800.

Così il trait d’union fra Dreyfus e Vannacci è la crisi che si scatena quando un “servitore dello Stato” – o nel nostro caso, parafrasando Ratzinger, un umile lavoratore nella vigna di Mattarella – mette in discussione la narrazione pubblica che il suddetto Stato fa di sé, a l’alta opinione che le istituzioni, tanto più sono miserabili, quanto più coltivano. Dare una scorsa ad un discorso a caso dell’ultimo dittatorello africano per trovare echi impensabili coi pipponi che si sentono su democrazia, lavoro, legge, libertà e progresso da queste parti.

A differenza di Dio, il quale tollera le ribellioni umane e opera a prescindere da queste, lo Stato, debole e infingardo come Jago che sussurra all’orecchio di Otello, non può soprassedere sul minimo scostamento da quella che viene pomposamente battezzata “versione ufficiale”.

Se fosse vero che sullo sfondo di tutta la vicenda si trova la battaglia personale che Vannacci ingaggiò contro gli effetti dell’uranio impoverito su circa 7000 soldati italiani tornati dal Kosovo, a maggior ragione di questi tempi la questione tocca un nervo scoperto.

Nervo scoperto due volte se è vero, come scrisse Analisi Difesa nel lontano 2017, che il Progetto SIGNUM, promosso dal Ministero della Difesa, pretese di accertare che a uccidere i nostri soldati non fu l’uranio impoverito – il cui impiego di questi mesi in Ucraina è passato allegramente sotto silenzio – ma l’esposizione ad un numero impressionante di vaccinazioni. Perché un soldato in prima linea dovrebbe preoccuparsi della varicella più che dei proiettili nemici resta un mistero, ma sul punto possiamo discutere.

Diciamo pure che lo studio ufficiale SIGNUM è controverso almeno quanto il controverso Vannacci, e andiamo al sodo. Che è racchiuso in questa domanda: lo Stato ha il diritto di mentire spudoratamente ai suoi cittadini su tutto, di vessarli al punto di vietar loro i movimenti – di questi giorni la decisione piemontese di interdire la circolazione ai “non Euro 5”, esattamente come fu per i no-vax – infine di causarne la morte e infortuni anche molto gravi in nome di una fede talebana in non si sa chi né cosa né perché?

Naturalmente non ha il diritto di farlo. E non lo ha perché allo Stato i diritti non servono: ha il potere di farlo, e ciò basta e avanza. In effetti il diritto è ciò che lo Stato concede ai senza potere. Se hai il potere, coi diritti ci fai la birra. Non servono a nulla, come dimostrano gli infiniti abusi di potere che ognuno può facilmente riconoscere intorno a sé.

La prima fallacia semantica è che noi li chiamiamo abusi di potere, quando sono violazioni nefaste del diritto. Il diritto nasce contro il potere, per difendere l’homo viator dal potere che gli sbarra la strada. Ciò che noi chiamiamo abuso di potere è in realtà il potere puro e semplice. Il potere o è abuso, cioè violazione del diritto, o non è.

Tecnicamente nessuno ha il diritto di votare: tutti hanno il potere di farlo. Ma anche questo ci è stato venduto come un gingillo debole e opinabile, un “diritto”, al limite un “dovere” – nemmeno i diritti sono gratis – quando in realtà è un potere.

Una volta convinto il popolo bue che votare sia un diritto-dovere, in maniera artata, violenta e surrettizia si è inculcata nella gente l’idea che non valga la pena farlo, al punto che il New York Times, per la penna di Adam Grant, può sostenere tranquillamente che votare fa male alla democrazia. Idee nuove? Mica tanto. Basti ricordare il ruggito di dolore e rabbia che i liberal di tutto il mondo squittirono contro la Brexit: levare il voto ai vecchi e agli ignoranti, subito. Votano male, anzi malissimo.

Tocchiamo con mano che è del tutto irrilevante chi viene eletto e con quali idee e proposte. Questo è stato il capolavoro del potere: far finta di concederne una frazione a tutti e chiamarla diritto, disinnescandone poi gli effetti. Votate, votate pure: non serve a niente.

La dialettica vera, anzi la guerra in corso, è fra ciò che è potere e ciò che è diritto. Per vincerla, il potere ha proposto un’altra idea semplice: che la politica sia malaffare, e i politici corrotti. Meglio sostituirli con i tecnici: i vari Ciampi – un professore di lettere giunto a guidare la Banca d’Italia – Amato, Dini, Monti, Draghi.

L’utopia sciocca dell’homo technicus immune dalle passioni umane che fa ciò che deve infischiandosene della gleba. Come se il tecnico non avesse appetiti e fosse incorruttibile. Il bene comune come la ricetta del filetto alla Wellington: tutti la conoscono, ma solo Carlo Cracco la sa eseguire alla perfezione.

Come se il ponte Morandi e il Titanic non siano stati costruiti da tecnici molto preparati, o l’agronomo Lysenko non abbia pensato di piantare il mais in estate, causando una carestia da qualche milione di morti. Anche la Tecnica, non solo la Scienza, va creduta per fede. A prescindere dalle conseguenze.

Un esempio: il signor Draghi Mario ha potuto dire impunemente che chi non si vaccinava era escluso dalla vita sociale, e sarebbe morto da assassino, cioè ammazzando gli altri.

Lo stesso signore ha potuto innescare il meccanismo del supporto cieco e fallimentare all’Ucraina, mettendo l’Italia in uno stato di guerra oggettivo contro la Russia. Di queste prodezze non solo nessuno gli chiede conto, ma addirittura si continua ad elogiarlo e rimpiangerlo. Perché Draghi può. Solo Draghi è.

Del generale Vannacci, invece, si mette in discussione il diritto – non la libertà di farlo: voleva pubblicare un libro, ha potuto farlo, punto e stop –  di scrivere ciò che ha scritto. In altre parole, si cerca di togliergli anche quel poco che resta. Dove Draghi può stendendo la taumaturgica mano, Vannacci non ha il diritto di scrivere ciò che gli pare, peraltro senza obbligare nessuno ad acquistare un oggetto intrinsecamente obsoleto come un libro.

A mio parere, Vannacci ha scritto un libro mediocre, in senso buono e in un senso meno buono. In senso buono, ha ricordato che esiste il buonsenso. L’aurea mediocritas del buon padre di famiglia da opporre alla vuota magniloquenza sovversiva dei Saviano e delle Murgia.

In senso meno buono, il buon Vannacci commette due errori. Il primo, è quello di credere che esista un ordine naturale a cui le persone fanno ancora riferimento. Falso: la gente legge il suo libro per rabbia, e gli dà ragione perché non costa nulla farlo. Sono le stesse persone che latravano contro i no-vax e i putiniani. Non sono “risvegliati” o altre corbellerie: il “risveglio” esige decenni di studio disciplinato. Sono lavori di una vita.

Tanto è vero che la gente, con la pancia piena di monopattini elettrici, bonus vacanze e psicologo, nonché l’ultima dose ancora fresca in corpo, ha sostenuto a spada tratta l’operato del governo più iniquo della storia repubblicana. Adesso che arriva il momento di pagare il conto, si irrita e legge Vannacci.

La gente rigetterà Greta Thumberg quando dovrà spendere a debito 40.000 euro per comprare un catorcio elettrico, ma non prima, e forse nemmeno in quel momento. È la stessa gente che oggi legge Vannacci pensando che abbia ragione, e domani leggerà Tizio che dirà che Vannacci è un imbecille, dando ragione anche a lui. Le persone difficilmente hanno pensieri propri, giusti o sbagliati.

Ma che i transessuali vadano a fare propaganda nelle scuole dei loro figli, ad esempio, è cosa buona e giusta. Tanto mio figlio non è trans (ma se lo fosse, che male c’è? Basta che sia felice). Un po’ come negli anni ’80 e ’90 si diceva “tanto mio figlio non si drogherà mai”. Abbiamo visto com’è finita. Il metadone va via come pan secco alle anatre, e i fiumi sono pieni di metaboliti della cocaina.

Il secondo errore, è la totale assenza di una riflessione seria su ciò che sta dietro i fenomeni contro cui il generale si scaglia. Forse il generale non la fa nel tentativo nobile di serrare i ranghi, cioè non esacerbare le divisioni già in atto.

Tuttavia non indagare le cause profonde di certi fenomeni significa condannarsi al wishful thinking: come sarebbe bello se i vaccini funzionassero, la NATO vincesse le guerre perché noi siamo i buoni, il cibo fosse genuino e l’aria avesse un fresco profumo di fiori. Siamo in democrazia, diamine.

Serve una riflessione molto seria e coinvolgente su diritto, potere e politica. La gente può opporsi se sa perché farlo e come, se ha coscienza del perché valga la pena farlo. Viceversa, qualsiasi ragionamento anche sensato è una variazione sul tema. Qualcuno applaude, qualcun altro mugugna, qualcuno sta con Vannacci, qualcuno contro. È uno sketch del grande spettacolo a cui stiamo assistendo. L’apoteosi del Marchese del Grillo.

Il mio problema non sono Klaus Schwab, Bill Gates, Von der Leyen, Draghi, Fauci o Bassetti. Il mio problema sono le idee malate che affollano le loro menti. Diceva don Giussani: prendiamo un uomo che sappia tutto, ma proprio tutto, sulle mosche. È un grand’uomo? No: è un grande esperto di mosche. E noi sappiamo chi è il signore delle mosche.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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