Su questo blog, con l’unico scopo di favorire un sereno confronto, spesso rilanciamo articoli o spunti provenienti da altre fonti che riteniamo interessanti per i nostri lettori. Di seguito segnalo l’articolo scritto da Leonardo Lugaresi, pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella traduzione da me curata.
Ha avuto ampia diffusione in questi giorni sulla Rete un video in cui mons. Antonio Staglianò, presidente della Pontificia Accademia di Teologia, si impegna con molta enfasi in un’interpretazione apologetica di Imagine di John Lennon – che a suo dire è «la canzone più bella del mondo» – dichiarando, da vescovo della Chiesa Cattolica, di condividerne l’appello ad abolire la religione in nome del principio affermato nel verso-chiave del testo di Lennon: nothing to kill or die for («niente per cui uccidere o per cui morire»).
Tale intervento ha comprensibilmente suscitato diverse obiezioni e proteste, a cui vedo ora che il prelato ha risposto con un articolo: https://www.sudefuturi.it/2026/05/23/pop-theology-imagine-accuse-di-ateismo/ in cui cerca di chiarire il senso e l’intenzione della sua presa di posizione, difendendo il metodo inclusivo ed aperto della ‘corrente teologica’ di cui è esponente (che si autodefinisce pop theology), che egli mette in qualche modo in rapporto con l’approccio patristico alla cultura greca, e rivendicando, in tale prospettiva, la propria completa condivisione di quello che giudica essere il messaggio fondamentale di Imagine, cioè il rifiuto della violenza, ed in particolare della violenza religiosa.
Preso atto delle sue buone intenzioni e apprezzato come si deve il ripetuto richiamo che egli fa al metodo dei Padri (rispetto al quale diviene assolutamente veniale la svista di aver attribuito a Giovanni Crisostomo una notissima frase di Tertulliano), mi resta però un’obiezione forte e, purtroppo, per me decisiva. Sui gusti non si discute – al massimo si potrebbe maliziosamente osservare che ognuno ha quelli che si merita, ma sarebbe appunto una cattiveria – quindi, se a mons. Staglianò pare che Imagine sia la canzone più bella del mondo, io (che invece la trovo quanto mai insulsa) non ho nulla da eccepire. Però, proprio perché ai suoi occhi è un capolavoro, penso che si debba esigere che egli la tratti con più rispetto e ne faccia un’esegesi corretta, non la lettura terribilmente superficiale e perciò fuorviante che ne ha disinvoltamente proposto nel video e poi ulteriormente ribadito nell’articolo.
Imagine non dice affatto quello che immagina lui; non è semplicemente un inno all’amore e alla pace universale, ma un manifesto di lotta ideologica contro l’esistenza di valori assoluti ed obbliganti. Non rifiuta la violenza religiosa e basta, considera violenta la religione in quanto tale; non ripudia solo il ‘Dio degli eserciti’, ma nega l’idea stessa di Dio. Anche l”espressione su cui mons. Staglianò si è soffermato, riconoscendovi la chiave interpretativa dell’intero pezzo, nothing to kill or to die for, è inequivocabile a questo proposito: «niente per cui morire». Non c’è nulla che meriti il sacrificio della vita dell’uomo. Fa specie che in un verso di appena sette parole il vescovo ne dimentichi una, to die, perdendo di vista che il nodo della questione sta appunto nell’indebita, opaca e, questa sì violenta, equiparazione che Lennon fa tra ‘uccidere’ e ‘morire’, togliere e dare la vita; quindi in definitiva tra il carnefice e la vittima, il persecutore e il martire. Imagine non auspica un mondo in cui non ci sia niente per cui uccidere: ne vuole uno in cui non ci sia nulla per cui valga la pena dare la vita. Ed è difficile pensare qualcosa di meno cristiano di questo.
Mons. Staglianò ha ragione nell’affermare che nulla è precluso al cristiano e dunque nel rivendicare alla sua pop theology il ‘giusto uso’ (la chrêsis patristica) di tutto ciò che il mondo contiene ed offre, ma non dobbiamo ignorare che questo è un compito arduo, un impegno duro e impopolare che spetta a ciascuno di noi: la fatica (e il rischio!) del giudizio cristiano deriva per prima cosa dalla necessità di una krisis, cioè da un vaglio attento e rigoroso di tutto ciò che incontriamo, per discernere ciò che è ‘con Cristo’ e ‘per Cristo’ e ciò che è ‘contro Cristo. Perché, come Gesù ci ha insegnato, tertium non datur, e il caso è troppo serio per potersi permettere di prendere fischi per fiaschi. Riconoscere troppo facilmente, e a buon mercato – senza pagare il prezzo di questo vaglio, che a volte può essere anche molto faticoso e sgradito – dei pezzi di cristianesimo implicito in questa o quella manifestazione mondana e ‘battezzare’ disinvoltamente come “cristiano anonimo” chi cristiano non è e non vuol essere, può forse servire a ottenere un plauso effimero e peloso da parte del mondo, ma non contribuisce alla missione della Chiesa, che è la testimonianza di Cristo.
Leonardo Lugaresi
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Imagine rappresenta l’essenza stessa del ’68, in sostanza della rivoluzione. Mi auguro che Staglianò abbia almeno una vaga idea di cosa questa parola significhi ma purtroppo ne dubito. Come egli possa fare apologia di una canzone che prefigura un mondo sostanzialmente senza Dio, santi ed eroi (quindi in cui anche l’idea stessa di bene e male è quantomeno confusa) e che sembra in qualche modo un manifesto massonico, francamente si fatica a comprenderlo. Mi ripeto: la Santa Chiesa ha bisogno di soggetti del genere? Forse anche no.
Caro Lugaresi: va tutto bene, ma non usiamo, PER CARITA’, l’espressione “Dio degli Eserciti” in senso politico e spregiativo, come si usa spesso fare. Da sempre la Chiesa, parlando di “Dio degli Eserciti”, ha inteso parlare dei Santi Angeli, del loro Esercito e della lotta spirituale!!!
Per il caro Staglianò consiglio che si veda un altro video, dove è spiegata chiaramente la “profondità teologica” di Imagine:
https://www.youtube.com/watch?v=Z-T3iH3n1kk&list=RDZ-T3iH3n1kk&start_radio=1
Tobia
Siamo alla frutta quando la “Cultura Cattolica fa questi paragoni!!!!!