Ricevo, e volentieri pubblico, da dom Giulio Meiattini, teologo, già professore universitario, monaco benedettino presso il monastero Madonna della Scala in Noci (Ba), direttore editoriale della rivista di spiritualità La Scala.

 

vaccino covid

 

 

di Giulio Meiattini

 

Scrivo queste poche righe in forma di testimonianza. Riporto l’esperienza di un breve confronto con un paio di medici, ambedue cattolici, sulla questione tanto tormentata della vaccinazione in corso. Saranno i lettori a valutare e a farsi un’idea.

Il primo aneddoto riguarda un medico impegnato, fin dallo scorso anno, in un reparto covid. Ha indugiato nel sottoporsi alla vaccinazione, nutriva qualche perplessità, tanto che ha rimandato il più possibile. Alla fine, dopo che tutti i colleghi erano stati vaccinati, non “ha potuto” esimersi ulteriormente e ha consentito, non senza qualche dubbio. Mi diceva, poi, che alla seconda somministrazione ha avuto almeno per un paio di giorni dolore molto forte al braccio e sensazione di disagio generale. Non ha però segnalato la reazione! Dopo qualche settimana gli ho chiesto perché avesse alla fine accettato di vaccinarsi. La risposta è stata: “Per fede nella scienza”. Sono rimasto perplesso. Che la scienza fosse oggetto di fede, invece che di processi dubitativi, di verifiche, conferme o falsificazioni, mi risultava nuovo.

Lo stesso medico, alla mia domanda se avesse letto il bugiardino del vaccino e la scheda da firmare per il consenso informato (alias “liberatoria”), mi ha risposto di no, perché “si immaginava” quello che ci poteva essere scritto. Insomma, un doppio atto di fede in un colpo solo!

Il secondo aneddoto riguarda uno scambio via mail con un altro medico, con lunga esperienza in vari campi della medicina. L’ho contattato per alcune domande sui vaccini antinfluenzali. Così il discorso è slittato anche sulla vaccinazione in atto, rispetto ai cui standard di sicurezza io gli riferivo alcune delle obiezioni di carattere medico-scientifico più diffuse e sostenute anche da nomi illustri. Ecco le parole testuali della sua risposta:

“Io mi sono vaccinato per convinzione e dovere civico e morale. Credo che, al di là dei dubbi legittimi, debba prevalere la fiducia nella ricerca e l’onestà di rispondere agli appelli dei responsabili sanitari e della cosa pubblica. Credo sia come una mobilitazione per andare in guerra decisa dai responsabili del Paese. Si risponde e non si discute sulla bontà delle motivazioni a dichiararla”.

Le parti della risposta da me evidenziate mostrano alcuni punti meritevoli di esame. Come si vede il discorso (come anche la risposta del medico precedente) non procede con motivazioni medico-scientifiche, non si tenta neppure di affermare sulla base di dati sperimentali che i vaccini siano sicuri ed efficaci, almeno in misura sufficiente, ma si fa direttamente ricorso a un linguaggio extra-scientifico: la “convinzione” (convinto di cosa?), il “dovere civico e morale” (sancito da chi?), la “fiducia nella ricerca” (ma i “ricercatori” meritano tutti fiducia? E i conflitti di interesse?), e perfino l’obbedienza incondizionata all’autorità costituita, senza neppure discutere le motivazioni, buone o cattive che siano, delle disposizioni date (dunque obbedire anche a chi, per ipotesi, ci portasse alla perdizione).

Si noterà la convergenza fra i due episodi riportati. Due medici, interpellati sulla medesima questione, danno risposte sostanzialmente identiche. Non garantiscono il paziente potenziale o il cittadino sulla bontà del prodotto farmaceutico, in base a dati riscontrabili e secondo il loro campo di competenze o argomentazioni ragionevoli (probabilmente non disponevano di dati adeguati), ma scivolano immediatamente in un discorso etico, nel livello del rapporto fiduciario e addirittura nell’obbedienza cieca: si abbia fede e non si discuta! L’aspetto strettamente scientifico viene aggirato. Si tratta insomma di una scommessa!

I lettori giudicheranno per proprio conto. Ma i due episodi non sono casuali o isolati. Sono invece emblematici e rappresentativi. E’ sempre più frequente, infatti, sentire ripetere da persone di ogni livello sociale: “Io credo nei vaccini”. Anche chi ha subito qualche conseguenza, non proprio lieve, a seguito della vaccinazione in atto, sostiene che lo rifarebbe, eroicamente, perché “crede nei vaccini”. Che per giustificare una pratica sanitaria ci si debba appellare così frequentemente al linguaggio della fede, a me pare, però, “poco credibile”. Anche altri medici, con cui ho avuto qualche scambio sporadico, si sono dimostrati favorevolissimi ai nuovi vaccini, se non entusiasti, tanto da consigliarli vivamente, senza però mostrare nessuna attenzione al fatto che essi: a) sono ancora in fase sperimentale, b) non è nota la durata della loro efficacia, c) non è stata studiata la loro possibile interferenza con altri farmaci, d) non si sa se a lungo termine abbiamo effetti cancerogeni o genotossici o possano innescare malattie autoimmuni. Tali medici, da quanto ho potuto constatare, talvolta non conoscono affatto questi fattori di rischio (segnalati dalle stesse case farmaceutiche) oppure li mettono rapidamente fra parentesi, come cosa trascurabile, incoraggiando senz’altro la vaccinazione sotto la copertura dell’urgenza. Non sembra, ancora una volta, di trovarsi davanti a un atteggiamento di “fede”?

Personalmente mi attenderei, però, che in questa materia ci si esprimesse e si agisse in modo scientifico, per non fare confusione tra fede e trials clinici, tra osservazione empirica e discorsi di principio o di euforica speranza. Soprattutto l’appello all’obbedienza di tipo militare (l’allusione alla guerra) in campo medico-scientifico e sanitario mi inorridisce. Che persone abituate alla mentalità scientifica fin dalle aule universitarie, parlino in questi termini di fede e di obbedienza terapeutica senza neppure discuterne le motivazioni buone o cattive (perinde ac cadaver) mi preoccupa. Come ormai molti hanno sottolineato, sembra proprio che l’epidemia vada trattata con codice marziale e la scienza sia vista come nuova religione dogmatica. Ma ricordiamo che, come diceva Popper, è scientifico ciò che è falsificabile!

Magari poi la religione vera, e la FEDE in Dio, la si espunge come cosa superflua o sensibilità privata, che non ha nulla a che fare con la malattia, col modo di viverla e anche di curarla. Così alla fede in Dio, che dovrebbe accompagnare sempre i malati e chi li cura, anche a fini terapeutici (!), si sostituisce comodamente la fede nella scienza (clicca qui). Almeno i medici cristiani dovrebbero guardarsi da questo sottile paganesimo parascientifico, che trasferisce attributi religiosi alla medicina e dimentica, come fosse superstiziosa e inutile, la dimensione terapeutica della religione. Ormai, lo si sa, l’unica cosa importante è garantire ogni cura (malasanità permettendo) ai corpi, ma dimenticandosi completamente delle cure spirituali e della salvezza eterna.

Aveva proprio ragione Chesterton, quando diceva: “chi smette di credere in Dio, finisce per credere a tutto”.

Mi auguro che siano abbastanza numerosi i medici – e ce ne sono, per fortuna – che affrontino la questione vaccinale in modo oggettivo e scientifico, non fideista o entusiasta o militante. E insieme siano umilmente consapevoli che la vera salute dell’uomo non è solo dipendente da tecniche e da farmaci, ma anche e inseparabilmente da un giusto rapporto con Colui che dà la vita e la può conservare. Altrimenti la vera fede diverrà sempre più superflua e si finirà per abbandonarsi nelle braccia dello Stato terapeutico (alla fine dittatoriale) come fossero quelle di Dio, anzi del Vitello d’oro. Correndo il pericolo che si apra una dispotica caccia alle streghe contro tutti coloro che mettono in discussione non la scienza, ma la fede nella scienza e, con essa, anche il fin troppo celebre e triste motto: credere, obbedire, combattere. Anche le leggi razziali furono supportate da argomenti “scientifici”, al loro tempo, e molti “credettero” ed ebbero fede, o finsero di averla, in quella pseudoscienza. Furono la maggioranza ad allinearsi. Gli effetti avversi che ne derivarono li conosciamo tutti! A posteriori.

 

 

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