di Mattia Spanò

 

Si parla da decenni di questo “nuovo umanesimo”, che a dispetto dei poderosi mezzi in campo – i quali possono incidere quantitativamente, non possono determinare la qualità scadente del discorso – fatica ad imporsi. Strano: l’uomo, finalmente liberato da lacci e lacciuoli che lo ancoravano a religione e superstizioni varie, finalmente si colloca al centro del cosmo e della storia, alfa e omega di tutto. Non funziona. Non del tutto. Non abbastanza.

Intendiamoci: una callosa maggioranza di aficionados del concettuzzo esiste, ma a parte coprire di contumelie chi eccepisce non sembra avere la capacità di imporsi. Le idee più innovative e seducenti, se non possono contare sulla zelante collaborazione di fachidioten che prestano gratuitamente la propria opera di apostolato, faticano a diventare egemoni.

La propaganda, come la pubblicità, ha costi elevatissimi e un tasso di dispersione almeno proporzionale: se la conversione di una campagna pubblicitaria arriva al 10% del target di riferimento (cioè se un decimo acquista il caprino al discount), si urla al miracolo. Non succede mai ma, come si dice, ci devi essere. Non solo la costante attenzione parziale descritta dal professor Contri, ma anche la costante presenza parziale.

Tanto è vero che la maggior parte degli imprenditori propendono per il lobbismo istituzionale e commerciale: gradiscono leggi che obblighino il consumatore ad acquistare il loro prodotto – sacchetti di plastica al supermercato, vaccini, caschi da ciclista, bonus monopattino, moduli fotovoltaici e via dicendo – oppure forniscono semilavorati ad imprese più grosse. Tutto qua.

Il consumatore genera quel minimo di cash-flow utile, per così dire, a pagare le bollette, e forse nemmeno quelle, viste le politiche scellerate messe in campo dai draghi e le signore cotonate in tailleur rosa confetto. Il consumatore che faccia scelte libere esporrebbe le aziende ad un rischio d’impresa inaccettabile, dati i costi di produzione stellari.

Una paio di scarpe non mi serve? Non lo compro. Gli status symbol? E chi se ne frega. La soddisfazione di pulsioni inesistenti è la droga dei miserabili che si ammassano nelle periferie. Non meno miserabili i ricchi che vivono in centro, costretti a pagare 15 euro un toast, senza capire che i privilegi di peltro erodono la ricchezza e azzerano le differenze sociali. Forse non oggi, ma un giorno molto vicino. Perché il 99% dei ricchi non lo sono abbastanza per salvarsi dal Leviatano. Sono benestanti, spesso da generazioni: vivono di rendita.

Il mercato retail – la casalinga di Voghera, il Cipputi che deve cambiare il televisore a rate – è una pezza giustificativa dell’”economia che cresce” del nulla virgola niente in condizioni di concorrenza selvaggia. Non basta più fare della buona pasta, un buon dentifricio, un’ottimo olio per motori: bisogna essere green, sostenibili, inclusivi, etici, contro ogni forma di razzismo e discriminazione.

L’asticella si alza sempre di più, i costi lievitano di conseguenza, i “morti economici” aumentano, il dumping salariale selvaggio garantisce margini di profitto sempre più stecchiti, chi non si aggiorna è perduto. Chi ride è fuori, per parafrasare una nota trasmissione on demand.

È il mondo woke dei social justice warriors, i guerrieri della giustizia sociale, pompato nelle vene stracotte di un sistema anemico: per vendere le noci bisogna che siano vegane, le scarpe inclusive e gay-friendly o magari virtuali come quelle di Gucci, i pandori con lo zucchero a velo rosa griffati Ferragni. Era una truffa? Non sappiamo. Cosa del resto non lo è? Il limite della Ferragni, impallinata da Selvaggia Lucarelli, la stessa che si augurava di vedere i no-vax tramutati in melma verde, è che non è la Pfizer.

Fin qui, la realtà. Bisogna che le persone accettino qualsiasi mondo come il migliore dei mondi possibili elevando la propria condizione semi-ferina, scoria del capitalismo finanziario, verso un avvenire luciferino, nel senso di portatore di luce. Di qui il mantra del “nuovo umanesimo”. Come il Captagon, la droga euforizzante che si distribuisce ai soldati in battaglia per renderli indifferenti ad una morte atroce, bisogna che le persone si sentano invincibili quando sono a malapena carne da cannone.

Questo “nuovo umanesimo” bisognerebbe chiamarlo “urbanesimo”. Si dice infatti che circa il 70% della popolazione mondiale viva ormai in megalopoli, o comunque città di piccola o media grandezza. Le ideologie culturali e politiche più sovversive di sviluppano e attecchiscono nelle città- formicaio, dove le persone perdono la bussola.

Chi vive nei termitai di periferia costretto a separare dopo cena le etichette di carta dai vassoi in polistirolo delle lasagne precotte per fare la differenziata, è indotto a credere che da qualche parte esista una “natura” che lui è chiamato a salvare senza farne parte. Come un gatto, un topo, un gabbiano che rovistano nell’ immondizia: per loro, è una cena da Cracco.

Le città più liberal americane di trovano sulla East e la West Coast. In Francia Macron è sostenuto a Parigi, Lione e nelle banlieue abitate da immigrati africani terrorizzati dalla Le Pen che toglierebbe i sussidi. In Italia Milano, Roma e Napoli sono saldamente governate dal centro-sinistra in pacifica coabitazione coi 5 Stelle. La città da 15 minuti, il limite dei 30 km orari, l’ipertrofia del controllo, l’immigrazione selvaggia di persone attratte dalla morgana del benessere intasano ogni angolo come spazzatura.

L’Urbanesimo è questo: il modello Gaza, città dalle quali sia impossibile, o almeno inutile, uscire. Tale è diventato il livello di dipendenza delle persone da esse, e dal blocco ideologico che, come un maglio, le percuote: salva il pianeta, cambia il tuo modo di parlare, sii sessualmente liquido, identifica i liberal con la democrazia, vieta gli allevamenti e l’agricoltura che inquinano, guida elettrico, mangia insetti, rivesti la tua stamberga di polistirolo. Sono tutte idee urbane. È l’estremismo industriale annichilito dalla finanza, il gioco a somma zero della produzione e del consumo a debito. Nel prezzo di ogni spazzolino invenduto si trovano i quattro spazzolini invenduti: è l’idea che il “prodotto” non debba mai esaurirsi. Poi il problema sono le microplastiche nel mare che intossicano i delfini curiosi.

All’industria serve una forza lavoro a buon mercato e ricattabile, che sia incapace anche solo di pensare l’esistenza al di fuori del contesto urbano. L’ “uomo nuovo” altri non è che la formica operaia, lo schiavo a cui hanno cavato lo spirito come un dente marcio. Pigro, apatico, imbelle, rassegnato, mugugna qualche lamentela insulsa e tira dritto. Ogni tanto piantumano qualche cespuglio di bacche immangiabili nei giardinetti pubblici – dove il suo figlio unico non può né correre né giocare – e lui tutto contento si compiace del “verde in città”.

Contenti noi, contenti tutti. I pupari dell’urbanesimo lo sono di sicuro. Se avessero parlato di urbanesimo invece che di “nuovo umanesimo”, forse le persone avrebbero mangiato prima la foglia. Non è andata così. Andrà meglio la prossima volta.

 


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