Dopo la prima parte sulla morale sessuale nella Chiesa, e la seconda sulla visione dell’omosessualità, pubblichiamo oggi la risposta a una domanda di attualità: un commento sulle conclusioni raggiunte dal sinodo in Germania, in aperto contrasto con Roma. Con una proposta alternativa a tutte le possibili “pastorali omosessuali”.

 

 

Domanda: Come giudichi le conclusioni a cui è giunto il percorso sinodale tedesco?

Giorgio Ponte: Il motivo per cui i vescovi tedeschi siano da sempre così “accalorati” , per così dire, nel difendere una morale sessuale meno “rigida” in tema di omosessualità (e non solo) posso solo immaginarli a partire dall’esperienza che ho della Chiesa italiana: in genere chi è di questo avviso o è ingenuo e non sa di che parla, o è in cattiva fede. I primi avendo visto nel tempo molti omosessuali soffrire per la loro condizione, e non avendo strumenti per capire di cosa l’attrazione omosessuale sia segno, si sono convinti che tale sofferenza sarebbe venuta meno semplicemente privando questi figli della bellezza di una chiamata alla castità. Quasi come se, in quanto “diversi”, non fossero in grado di rispondere alla chiamata d’Amore autentico che Dio fa ad ogni uomo o donna sulla terra.

I secondi… be’ direi che è già tristemente chiaro: esiste un sommerso (e nemmeno così tanto sommerso) di sacerdoti e vescovi che hanno iniziato il loro percorso all’interno della Chiesa mal guidati, o che fin da principio ambivano solo a fare carriera per comodità e opportunismo. Tali persone spesso conducono una doppia vita in maniera più o meno palese, non solo per debolezza, come chiunque sarebbe in grado di capire (ogni sacerdote è prima di tutto un uomo e in quanto tale soggetto a cadute), ma per scelta consapevole. Scelta alla quale cercano di portare quante più persone possibili, insegnando una dottrina diversa da quella del Magistero, dove la castità non è contemplata e i rapporti omosessuali sono equivalenti a quelli fra uomo e donna vissuti secondo natura. Il loro desiderio è normalizzare una situazione che in questo modo renderebbe meno grave il loro costante tradimento della promessa che hanno formalmente fatto davanti a Dio.

Diverso è il caso di quei tanti sacerdoti feriti che non avendo mai potuto trovare un sostengo valido nei loro superiori o nei confratelli, sono diventati vittime della propria fragilità e ricadono regolarmente nel sesso compulsivo, con uomini o donne, restando tuttavia coscienti del fatto che questo sia un male. Questi combattono la loro personale battaglia per la santità nel silenzio e con fatica, e non smettono di annunciare la Verità a tutti quelli che sono loro affidati, anche se loro stessi non sono sempre in grado di vivere quelle Verità.

Tuttavia, nel caso specifico della Chiesa Tedesca le conclusioni a cui il sinodo è giunto fanno purtroppo optare più per la seconda opzione che per la prima. Basti pensare che nel documento finale si sostiene che, fra le cause che avrebbero portato a un aumento dei casi di abusi sui minori, ci sarebbe proprio la stessa morale sessuale cattolica, che in quanto “troppo rigida” e castrante favorirebbe comportamenti disordinati “di rigetto”, per così dire. Quindi, si deduce, che la soluzione dovrebbe essere un ammorbidimento di tale morale.

Be’, pensare che rendere la morale sessuale più “permissiva”, possa fare diminuire gli abusi, è come pensare di combattere l’aumento degli omicidi passionali depenalizzando le pene previste per le violenze domestiche: un non-senso.

 

Inoltre la tesi secondo cui sarebbe la repressione sessuale (o presunta tale) che genera la pedofilia, viene ampiamente disconfermata dal fatto che statisticamente il maggior numero di abusi sui minori avvengano in famiglia, ad opera di uomini sposati che pertanto non hanno certo i supposti problemi di “repressione” a giustificarne il comportamento.

Sulla questione mi permetto di citare un articolo che ho trovato molto interessante di Michael Galster, presidente dell’Associazione Genitori e Amici Persone Omosessuali (AGAPO), in cui viene commentato l’impianto argomentativo del documento e il fatto che venga citato a sostegno di questa strampalata teoria il filosofo Michel Foucalt, aperto sostenitore dei rapporti sessuali fra bambini e adulti:

Nel Position paper [del sinodo] il complesso tematico della sessualità e delle relazioni di potere, così come il relativo lavoro del filosofo francese Michel Foucault, giocano un ruolo centrale; di quest’ultimo il sistema di pensiero viene ampiamente citato come buon esempio nella cultura attuale.

 

In tutto ciò, però, sfugge agli autori il fatto che lo stesso Foucault dagli anni ’60 fino agli anni ’80 e ’90 considerava ineccepibili sul piano scientifico gli atti sessuali tra adulti e bambini. Inoltre, a livello politico, insieme alla maggior parte degli intellettuali d’avanguardia di quell’epoca in Francia (Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Gilles Deleuze, Jacque Langue e altri), propugnava l’abbassamento dell’età del consenso agli atti sessuali a 12 anni. Come può accadere una simile cosa? Si tratta solamente di una svista da parte degli Addetti alla prevenzione della Conferenza episcopale tedesca? 

(Il resto dell’articolo qui)

 

Ecco, se chi dovrebbe parlare di una pastorale per le persone omosessuali ha simili riferimenti, direi che questo è sufficiente a stabilire la credibilità della Chiesa tedesca e la natura pretestuosa dei suoi ragionamenti “acrobatici”, per giustificare qualcosa che evidentemente non trova alcun appiglio teologico o antropologico per essere giustificato. Inoltre chi bazzica gli ambienti clericali sa perfettamente che la conferenza episcopale tedesca è estremamente potente all’interno della Chiesa in forza della sua ricchezza, e che per questo da anni minaccia uno scisma da Roma su queste questioni, facendo leva sul suo peso “economico”.

 

Ma grazie a Dio, noi crediamo che la Verità non dipenda né dagli appoggi politici, né dalla maggioranza di chi la riconosce: essa esiste in Cristo, al di là di noi, e resterebbe tale, anche se tutto il mondo la rinnegasse.

 

In ogni caso, al di là delle discutibili riflessioni della Chiesa tedesca, a mio parere il problema di fondo di chi, anche in buona fede, affronta la questione della pastorale per le persone omosessuali, sta proprio nel fatto di considerare queste persone bisognose di una pastorale ad hoc. Come se fossero diverse dalle altre e quindi bisognose di cure o attenzioni speciali.

 

Perché io dovrei avere bisogno di una pastorale a parte? Non sono io forse un uomo come gli altri? Non ho la stessa chiamata alla santità, la stessa immagine di Dio in me, la stessa chiamata alla paternità e complementarietà di qualsiasi altro uomo non sposato? E allora perché per me bisognerebbe valutare delle “regole” diverse, come se diversa fosse la mia chiamata all’amore? È un po’ come se mi dicessero: “Dio chiede a tutti di imparare ad amare senza possedere, anche nella sessualità, ma tu non ce la puoi fare. Quindi per te facciamo così: basta che non fai troppo sesso in giro e lo fai solo con una persona alla volta, in una relazione il più stabile possibile, finché dura”.

 

Come è possibile che nessuno si renda conto di quanto sia svilente questa visione della persona? Manca lo scopo, manca la prospettiva, manca lo sguardo alto di Dio che chiama a fare cose grandi. Manca una reale visione dell’essere umano.

 

Lo scopo di una pastorale vera non dovrebbe essere quello di trovare un modo per farci passare il tempo su questa terra senza fare troppo male a nessuno, ma dovrebbe essere quello di avvicinarci a Cristo, per imparare da Lui come fare il Bene, quello vero: dare la vita su questa terra per le cose che sono del Cielo.

 

Questa visione della pastorale omosessuale differenziata svilisce chi vive queste pulsioni perché priva le persone con attrazione omosessuale della possibilità di diventare uomini e donne adulti, togliendo loro la responsabilità della propria vita. Come farebbe una mamma troppo apprensiva che permette che il figlio non vada più a scuola perché “lì lo trattano male”, impedendogli così di affrontare la fatica del conflitto e di scoprire le proprie risorse, e rendendolo per sempre bisognoso di qualcuno che prenda le sue difese per lui.

 

Non avendo per decenni mai parlato adeguatamente di omosessualità nella Chiesa e nelle singole comunità – per i motivi di cui abbiamo già detto – anche chi avrebbe voluto interessarsi della questione, oggi non ha a disposizione nessun’altra lettura se non quella che il mondo grida da tutte le parti. E cioè che noi nasciamo così. Da qui l’equivoco: se gli omosessuali nascono omosessuali, vuol dire che essi sono così “di natura”, e una natura diversa deve prevedere regole diverse. E così abbiamo permesso a una moda di diventare più importante della parola di Dio.

 

Ma questo, piaccia o no è falso. Biologicamente nessun uomo o donna omosessuale e distinguibile da un altro uomo o donna eterosessuale. Perciò anche chi ha attrazione per lo stesso sesso, deve rientrare nel medesimo ordine naturale raccontato dalla Genesi. Io non sono “un omosessuale”: sono solo un uomo ferito nella sua identità maschile che ha sviluppato un’attrazione omosessuale per riparare a quella ferita. Un tentativo paragonabile a quello di chi usa il sesso con le donne per fare esperienza di una forza che non sa usare in altro modo, o a chi non sa vivere senza una fidanzata-mamma che gli tenga la mano in ogni circostanza, salvo poi non riuscire mai a contrapporsi alle sue decisioni; o a chi ha bisogno di masturbarsi tutti i giorni per avere la sensazione di tenere il controllo su qualcosa in una vita di frustrazioni; o a chi deve passare le ore in palestra per corrispondere a un’immagine idealizzata di sé dal momento che non ha un rapporto sereno con il proprio corpo; o a chi sa urlare e sbraitare solo con i più deboli, perché di fronte a chi gli è pari si sente come un bambino, ecc. Ecc.

 

L’omosessualità è solo uno di tutti questi sintomi possibili che sono segno di una ferita dell’identità maschile (ma la cosa vale specularmente per quella femminile) che oggi è condivisa dal novanta per cento degli uomini in circolazione.

 

Continuare a chiedersi perciò come e quanto ammettere o no rapporti sessuali omosessuali più o meno fedeli (se andiamo al nocciolo, la questione della pastorale omosessuale il più delle volte si riduce a questo), significa perdere infinite energie dietro a un problema che non è un problema, allontanando chi ha attrazione omosessuale dal cuore della questione: la ricerca di quel mondo a cui guarda con mistero e paura, il mondo da cui proviene e che non conosce. quello degli uomini per gli uomini, e quello delle donne, per le donne.

 

Io sogno il momento in cui qualcuno capirà che non serve una pastorale per le persone omosessuali, ma una pastorale per gli uomini e una per le donne. Una pastorale che restituisca uomo e donna a sé stessi, in un mondo occidentale in cui tutti noi siamo stati privati della nostra propria natura. Sogno una pastorale dove chi ha attrazione omosessuale cammini insieme a chi non ce l’ha, per fare esperienza di quella identità comune che non ha mai creduto di possedere: una pastorale dove attraverso l’amicizia fraterna, libera, profonda, e non erotizzata con persone del proprio sesso, ciascuno possa fare esperienza dell’unica verità che tutti noi cerchiamo da sempre: tu sei come me. Io sono come te. Insieme, forti dell’amicizia l’uno dell’altro, camminiamo verso Cristo.

 

Restituire la centralità di valore all’amicizia è, in effetti, ciò che risponde al bisogno vero del cuore di ogni persona, omosessuale e non. E non certo fornirle delle scappatoie ‘legal-teologiche’ per autorizzarla a fare sesso quando vuole e con chi vuole.

 

Ma di questo magari riparleremo.

(3 –  continua)

 


 

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