Viktor Orban, primo ministro ungherese
Viktor Orban, primo ministro ungherese

 

 

di Angela Comelli

 

Il Recovery fund in ostaggio del veto di Orbàn ( e della Polonia) titolava l’altro ieri, martedì 17 novembre, il Corriere della Sera in un articolo a tutta pagina, a firma Paolo Valentino.

E come lui, la maggior parte dei quotidiani nazionali.

Che cosa sta davvero succedendo?

Il 16 di novembre gli ambasciatori di Ungheria e Polonia hanno messo il veto contro il pacchetto proposto dalla Germania, di cui fa parte il Recovery Fund, fondo europeo (750 miliardi di euro) messo a disposizione degli Stati in difficoltà economiche a causa della pandemia.

Quali ragioni spingono i due paesi a mettere i bastoni tra le ruote ad un procedimento che li vedrebbe, tra l’altro, beneficiari di notevoli somme di denaro?

L’Unione Europea vincola l’elargizione dei fondi al rispetto dei principi democratici da parte dei paesi beneficiari.

In che cosa consistono questi standard “democratici” è presto detto:

per poter essere definito uno Stato di Diritto, è necessario che in esso si tutelino e si promuovano i “nuovi diritti”, ovvero si segua, a marce forzate, l’agenda LGBTQI, che, evidentemente, resta una priorità assoluta della leadership europea.

In tal senso si legge la Comunicazione della Commissione UE del 12 novembre, nella quale si propongono strategie atte ad implementare le istanze dell’ideologia gender negli ordinamenti giuridici dell’Unione stessa e dei singoli paesi membri.

I passaggi previsti sono sempre i soliti: riconoscimento del matrimonio tra persone dello stesso sesso, accesso all’adozione e alla fecondazione artificiale per coppie omosessuali, introduzione del reato di omofobia e affini, finanziamento di iniziative volte a sensibilizzare la collettività rispetto alle tematiche LGBTQI con particolare rilevanza in ambito scolastico-educativo. Persino nel Recovery Fund si sottolinea la necessità di destinare parte dei fondi alle esigenze delle persone della comunità LGBTQI in quanto particolarmente colpite dalla pandemia.

Tale comunicazione esula decisamente dall’ambito d’azione della Commissione e della stessa Unione Europea e forza violentemente la Sovranità dei singoli stati, come evidenzia in modo molto preciso e documentato la nota del Centro Studi Rosario Livatino del 14/11 a commento della stessa.

Come evidenzia La Bussola Quotidiana nel suo articolo del 16/11, la Commissione cerca di mascherare tale violazione della sovranità nazionale, affermando di fornire solo «orientamenti politici», di voler solo «coordinare le azioni degli Stati membri, monitorare l’attuazione e i progressi, fornire sostegno attraverso i fondi dell’UE e promuovere lo scambio di buone pratiche tra gli Stati membri”.

Ma l’art.83 del trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, individua con precisione gli ambiti in cui si possano stabilire norme comuni, riguardanti definizioni e sanzioni di alcuni reati in ambiti criminali particolarmente gravi che si sviluppano in forma organizzata transnazionale, come il terrorismo o la tratta degli esseri umani, il traffico d’armi e tutte le forme di criminalità organizzata.

Non si parla, in tale articolo, delle istanze della comunità LGBTQI che rimane argomento in cui ogni stato si organizza come meglio crede.

C’è un ulteriore importante elemento da tener presente in tutta questa vicenda, come spiega bene l’articolo su Tempi di ieri 18/11, a firma Leone Grotti. La clausola dello Stato di diritto  come prerequisito per accedere al Recovery Fund, è stata inserita su richiesta di Olanda, Danimarca Svezia, Austria e Finlandia.

L’intenzione, probabilmente, dei cosiddetti paesi “frugali” è stata proprio quella di scatenare la reazione di Polonia ed Ungheria e bloccare, o, almeno, rimandare l’approvazione del fondo europeo cui guardano con estremo sospetto e che difficilmente riusciranno a fare accettare ai propri cittadini, soprattutto laddove ci sono governi di minoranza che non controllano il Parlamento.

Naturalmente la colpa di tutto ciò ricadrebbe su Polonia ed Ungheria ed i loro governanti, considerati dai media mainstream, fascisti, populisti e quant’altro si voglia aggiungere.

Slitterà tutto all’estate prossima, sembra, alla faccia dell’urgenza di cui tutti parlavano e di chi pensava al Recovery Fund come soluzione di tutti i mali.

Polonia ed Ungheria si oppongono con forza ad adattare l’ordinamento dei loro stati secondo il nuovo modello unico, prendendo decisioni che vanno decisamente in controtendenza rispetto al mainstream e pagando per questo un duro prezzo, basti pensare alle violente proteste (organizzate?) contro la legge che limita il “diritto” all’aborto eugenetico in Polonia.

L’Ungheria non si ferma, comunque: il suo governo ha appena proposto una legge che vieta l’adozione per le coppie dello stesso sesso (attualmente è possibile solo se un partner ha presentato domanda come singolo) ed ha proposto un emendamento costituzionale in cui vengano riconosciute solo le famiglie basate sul matrimonio, dove “la madre è una donna, il padre è un uomo”.

Contro questa proposta si stanno scatenando le ire delle varie associazioni in difesa dei diritti arcobaleno, tra cui lo Hatter group che accusa il governo di dare priorità ai sentimenti anti LGBT rispetto alle misure sanitarie.

La vicenda è riportata su Euronews 11/11,  come ulteriore esempio della presunta inciviltà del governo ungherese.

Si potrebbe fare della facile ironia, se non fosse una tragica realtà, sul fatto che, in tempi di pandemia, crisi gravissima dell’economia, difficoltà di ogni tipo, il governo italiano abbia, invece, svolto con estremo zelo i  propri “compiti”,  collaborando in modo fattivo alla diffusione dei nuovi “diritti” e di un’antropologia distruttiva.

In pochi mesi, infatti, si è affrettato ad approvare l’aborto chimico a domicilio, la liberalizzazione della pillola “dei 5 giorni dopo” anche per le ragazzine, la somministrazione di ormoni e la possibilità di interventi di “riassegnazione” del sesso a totale carico del Sistema sanitario, ha bloccato un Decreto che avrebbe reso illegale la cannabis “light “e sta procedendo a tappe forzate per cercare di approvare il DDL Zan che, finalmente, permetterebbe di mettere a tacere tutte le voci di dissenso.

Davvero un bel lavoro!

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