di Alberto Strumia
Partirò da alcune considerazioni che, a mio parere, sono caratterizzanti il “metodo”, diciamo pure “didattico”, “educativo”, o se vogliamo “pastorale” di san Giovanni Paolo II, nel suo porsi di fronte al tema della Verità, a confronto con il mondo contemporaneo; di fronte all’esperienza vissuta da ogni essere umano, giovane, maturo o anziano che fosse.
Un tempo si sarebbe forse parlato di “esperienza spirituale” – soprattutto a proposito dei mistici, ma, per estensione, anche dei tanti semplici fedeli devoti. La considerazione di questa “esperienza spirituale” non faceva parte propriamente della teologia sistematica dell’epoca, né tantomeno della filosofia, e non c’è da meravigliarsi che lo stesso san Tommaso, che pure è stato egli stesso investito da esperienze mistiche, non l’abbia inclusa approfonditamente come oggetto nella sua teologia e nella sua antropologia filosofica. Non per questo dobbiamo accusare Tommaso di “oggettivismo”, freddo e inumano; come non dobbiamo accusare ogni esperienza spirituale di “soggettivismo” inconsistente e senza un fondamento nella realtà dell’essere.
In tempi più recenti, quando la parola “spirituale” aveva smarrito, in gran parte, la sua incisività, si incominciato a parlare di “esperienza esistenziale”; espressione mutuata da una certa filosofia eistenzialista, ma non per questo inutilizzabile in senso positivo, quando non viene ridotta al puro aspetto emotivo, psicologico inteso dal modernismo, ma viene usata per intendere, in fondo proprio l’esperienza interiore, spirituale del soggetto che la vive.
Dal punto di vista pastorale-educativo, la questione era ed è sempre quella di intercettare e/o di suscitare la “domanda” fondamentale sul senso della vita umana, che solo in Dio e in Cristo hanno piena risposta. E di aiutare l’interlocutore, soprattuto se giovane, a riconoscere Cristo come unica, piena, esauriente risposta.
Questo precede le questioni filosofiche dibattute sul “personalismo”, in rapporto con il tomismo del filosofo Karol Wojtyla, prima, e del santo Pontefice Giovanni Paolo II, poi. Non intendo qui entrare in questo dibattito che è stato già discusso altrove più volte. La mia intende essere, piuttosto, una semplice riflessione/testimonianza sul “metodo educativo” del sacerdote, Vescovo e Papa Giovanni Paolo II, così come mi è capitato di renderla, dal vivo, davanti ad alcuni amici.
Il primo punto essenziale del suo “metodo” e Magistero è stato quello della “centralità e unicità” di Gesù Cristo: «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6). Lo ritroviamo così esplicitamente dichiarato fino dalla sua prima omelia di inizio del pontificato: «Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» (22 ottobre 1978).
Gesù dice di sé di essere “La Verità”; e quindi la risposta a tutti gli interrogativi fondamentali sull’esistenza umana di ciascuno. La sfida che lancia è tra coloro che intendono prendere sul serio, letteralmente, questa affermazione e coloro che non intendono farlo, attribuendole un valore sfumato, irrilevante, o nullo.
Karol Wojtyla/Giovanni Paolo II si è collocato, da credente, addirittura da santo, tra quelli della prima categoria, ed è stato chiamato ad essere maestro di quelli della prima categoria.
Per giungere a farlo (questo è il “metodo”) si è confrontato con tutto il pensiero e tutta la storia, cristiana e non cristiana, che lo ha preceduto; con il patrimonio culturale (filosofia, scienza, arte) della tradizione cristiana e precristiana. E ha attuato una sorta di “metodo scientifico”, per realizzare come una “verifica sperimentale” del cristianesimo nella sua personale esperienza umana di vita. Se Cristo è vero, com’è, “spiega” e fa “vivere” l’uomo, la famiglia, il lavoro, la società e la storia insuperabilmente meglio di tutti gli altri. Questa è la “verifica del cristianesimo”, che è divenuta, di conseguenza, anche una “sfida” lanciata a quel mondo che aveva “liquidato la verità”, pur di addomesticare Cristo. È il mondo di oggi, dominato dal “relativismo”.
Nel suo insegnamento e nella sua testimonianza è come se Giovanni Paolo II avesse detto: “Se le ideologie del mondo hanno fallito, allora solo Cristo resiste e io vi sfido a fare la prova”. Benedetto XVI riprenderà lo stesso “metodo” lanciando la sfida «vivere come se Dio esistesse» (Benedetto XVI, ai giornalisti, 7-10-2010), dopo il fallimento delle ideologie che si sono fondate sulla idea di “vivere come se Dio non esistesse”.
È molto utile riprendere in mano il cap. IV della sua enciclica Fides e ratio (1998), a questo proposito, per vedere come san Giovanni Paolo II ha compreso il “percorso”, il “lavoro culturale” elaborato nei secoli dal pensiero cristiano e come questo sia stato progressivamente demolito da una sorta di “peccato originale” di orgoglio intellettuale degli uomini, compreso anche quello di alcuni pensatori credenti che sono stati tentati dall’innamorarsi più del proprio prodotto intellettuale, della propria teologia, che di Cristo e della Sua Dottrina.
Per Giovanni Paolo II Cristo, con tutto ciò che da Lui deriva, è diventato il “criterio di giudizio”, il “criterio culturale”, la chiave per comprendere e valutare se stesso, la condizione umana, la storia, l’uomo nelle sue caratteristiche (“antropologia”), la famiglia (si possono riprendere in mano le sue udienze generali del mercoledì su “Amore, matrimonio e famiglia” per rendersene conto) e tutta la realtà.
Questo “metodo” è diventato il suo metodo di “annuncio cristiano”, un metodo che aveva portato la Chiesa ad essere “in anticipo” sui tempi (con una funzione “profetica”) nella storia, rispetto alle ideologie del mondo, che si sono dimostrate prima o poi insufficienti, anzi dannose, per l’uomo.
Il vero umanesimo è cristiano: non può essere marxista (illusione della teologia della liberazione), non individualistico-materialista-edonista (illusione del mondo occidentale), non gnostico-pagano (illusione di oggi dell’ecologismo panteista, affascinato dalle filosofie e religioni dell’estremo Oriente), ecc.
Con Giovanni Paolo II la Chiesa si è dimostrata “in anticipo sui tempi” e non in ritardo come molti, anche tra i credenti, la concepivano fino a poco prima.
Lui aveva fatto l’esperienza di due “dis-umanesimi” totalitari e ne aveva vissuto il fallimento sociale e antropologico, nell’Est europeo, ben prima di noi in Occidente. Anche grazie a questo è stato “più avanti”, e per questo è stato in larga misura non capito in Occidente. Adesso, poi, è stato censurato, dimenticato e quando se ne parla viene spesso anche manipolato.
Ho conosciuto un’altra persona che aveva avuto la stessa intuizione e lanciato lo stesso “metodo”, della verifica nell’esperienza del cristianesimo, riscoprendone quelle dimensioni che chiamava “cultura”, “carità” e “missione”, e insegnava a prendere Cristo come “criterio di giudizio” su se stessi e sulla storia. Ed era don Luigi Giussani, oggi Servo di Dio, al quale san Giovanni Paolo II disse (cito a memoria): «Il mio metodo è molto simile al suo; anzi è lo stesso» (cfr. Tempi, 26 aprile 2014).
Come potè Giovanni Paolo II fare tutto questo, prima da docente universitario, da semplice sacerdote, da Vescovo e Cardinale in Polonia, e poi da Papa nel mondo intero?
Egli seppe fare due cose. E qui entro più direttamente nel suo “metodo”.
La prima. Seppe imparare a “leggere l’esperienza” degli uomini (in senso profondo e non appena psicologistico o modernista; non dobbiamo farci rubare una parola come “esperienza”, solo perché è stata deformata dal modernismo; mentre era stata impiegata correttamente già da Aristotele e san Tommaso, ma dobbiamo riappropriacene).
Giovanni Paolo II seppe leggere la sua “esperienza” umana e quella degli altri, andando in profondità, e non limitandosi agli aspetti superficiali, puramente esteriori, psicologici e sociologici. Questi non vanno di certo trascurati, ma piuttosto unificati sapendo ripercorrere quella catena di effetti e di cause che hanno un fondamento via via più essenziale per l’uomo.
Per questo gli fu certamente utile anche lo studio della filosofia, dell’antropologia, della fenomenologia (Max Scheler fu uno dei suoi autori di riferimento). Ma non si accontentò di fermarsi alle spiegazioni dell’uomo che i fenomenologi, davano, che rimanevano ad un livello per lui insoddisfacente, e finivano per rimettere in gioco come fondamenti quegli stessi principi che inizialmente avevano cercato di criticare come inadeguati (come, ad esempio, in Husserl la visione cartesiana, criticata prima [penso alla Crisi delle scienze europee], ma rimessa in gioco poi per mancanza di alternative).
Giovanni Paolo II, invece, andò a pescare i fondamenti razionali, filosofici, antropologici nel pensiero cristiano, per comprendere fino in fondo l’esperienza dell’uomo. San Tommaso d’Aquino tornava così ad essere maestro di pensiero. La metafisica oggi si poteva, e doveva rimettere in gioco, riscoprendola come “teoria dei fondamenti” della realtà e delle scienze. E alimentandosi spiritualmente dei mistici (San Giovanni della Croce), oltre che dei poeti della sua Polonia (Norwid), divenendo lui stesso poeta, e interprete come attore nelle piccole rappresentazioni teatrali che realizzava, da giovane, con i suoi amici.
La sua grande opera filosofica Persona e atto sintetizza il suo percorso filosofico:
i) Si trattava di leggere e comprendere l’esperienza dell’uomo;
ii) trovando la “spiegazione” di chi è l’uomo e di come funziona (“antropologia”), attraverso i principi fondamentali e irrinunciabili che regolano l’Essere di tutte le cose (metafisica). E in questo san Tommaso è stato maestro.
Nota bene: è curioso che, da un secolo a questa parte, chi si occupa del “problema dei fondamenti”, in ambito strettamente scientifico, si trovi a fare i conti con la necessità di compiere, in fondo, lo stesso tipo di percorso. A questo proposito, proprio Giovanni Paolo II ebbe a scrivere e a dire: «Una grande sfida ci aspetta […] quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; […] è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge» (Fides et ratio, n. 81, 14-9-1998; al Giubileo degli scienziati, 25-5-2000).
È il percorso dei pensatori cristiani, cattolici, dai Padri della Chiesa a sant’Agostino e san Tommaso. Il cristianesimo ha guidato la ragione a completare, ripulire approfondire ciò che c’era di vero e di meglio nel pensiero pre-cristiano. Come ebbe a dire il Card. J. Ratzinger poco prima di divenire Benedetto XVI: «Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione» (Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 142).
Sorge, allora, una seconda domanda: come possiamo, recuperando gli aspetti attuali del suo “metodo”, vivere bene il presente in questa detronizzazione della Verità?
Oserei rispondere: Cercando di fare allo stesso modo, seguendo lo stesso metodo. Studiando, pregando, facendoci aiutare da chi ne ha seguito la strada.
Esemplificando, partiamo dalla domanda di questo nostro incontro: Che cos’è la verità?
Che cosa aveva detto il pensiero filosofico (e teologico) cristiano e pre-cristiano lungo i secoli, in risposta alla domanda: Che cos’è la verità?
Aveva colto due aspetti.
- Quello della Verità come “svelamento”. Per i Greci la Verità veniva rappresentata come una splendida figura femminile, mentre è svelata, resa senza veli. Il concetto di Verità che si svela da se stessa, poi, è la base della nozione cristiana di Rivelazione. La Rivelazione “svela” agli occhi della fede e al tempo stesso “vela di nuovo” per chi rifiuta la fede (ri-velata, svelata prima, e velata di nuovo poi). E svela solo in parte, anche per chi ha fede, lasciando ancora il più alla visione beatifica finale eterna.
- E poi quello della Verità come “corrispondenza” alla realtà. Oggi con la verità si è liquidata anche la “realtà” oggettiva delle cose. E tutto sta smettendo di funzionare. La verità veniva intesa come “corrispondenza” della conoscenza (la nostra, ma anche quella che è di Dio) alla realtà.
Partiamo dall’Alto, da Dio.
— Dio è la Verità. Dio è tutto, la pienezza dell’Essere: Dio è l’“Essere perfettissimo” (Catechismo san di Pio X). Cristo dicendo «Io sono la Verità» dichiara di essere Dio.
= Il Vero, nella sua pienezza è Dio che si offre alla nostra conoscenza, la quale si ottiene con l’esperienza e l’intelligenza: quaerere, chiedere per sapere);
= Come il Bene, nella sua pienezza è Dio che si offre, alla nostra volontà/affettività, come ciò che è “desiderabile” (appetitum, cfr. san Tommaso; petere, chiedere per ottenere), Colui del quale non si può non avere “nostalgia” fino a che non si appartiene liberamente a Lui (Sant’Agostino, Confessioni, «Il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te», >L. I, 1.4).
— La conoscenza “porta dentro di noi” (immaterialmente) le cose che sono fuori di noi;
— la volontà/affettività, in modo complementare ci “fa muovere verso le cose”, verso le persone, per averle e per essere sempre con loro (cfr., Aristotele, Tommaso).
= Così l’Uno, nella sua pienezza è Dio che si dimostra come “principio unificante” che origina, governa e compie tutto ciò che esiste. L’“unità della persona” si sperimenta solo riconoscendo di appartenere a Dio. Sono i famosi “trascendentali”: ente, uno, vero, bene.
= E il Bello (Gloria di Dio) è tutto questo insieme, che si manifesta a tutto il nostro essere. Il Bello è il Bene che si fa vedere dagli occhi, e per analogia è il Vero che si offre come luce dell’intelligenza, all’anima; l’Uno è il principio unificante di tutta la realtà, nella sua origine e nel suo destino (fine).
Siamo partiti da Dio; scendiamo verso il basso, alle creature (uscita, exitus).
La “verità”, in ogni cosa creata particolare, è la “corrispondenza” tra la cosa creata e il “come” Dio Creatore pensa e vuole che essa sia. E qui c’è di mezzo la nostra limitata intelligenza e la nostra libertà. La nostra conoscenza è vera se “corrisponde” a come la pensa, la vuole Dio Creatore.
i) Prima di tutto c’è la Verità come “autenticità” (verità ontologica): l’essere creato è autentico quando è come Dio lo vuole. Se noi lo manipoliamo contro la sua natura lo snaturiamo, lo priviamo della verità, dell’autenticità, lo roviniamo.
ii) Poi c’è la Verità “nella conoscenza” (nel giudizio): la conoscenza è vera (verità logica) se c’è “corrispondenza” tra essa e le cose come stanno, in se stesse, davanti a Dio Creatore. Una “corrispondenza” tra la conoscenza nella nostra mente e la conoscenza in Dio.
Se pretendiamo di servirci della nostra libertà per imporre alla realtà un giudizio discorde dalla mente del Creatore, il giudizio è falso, è menzogna, è ideologia.
Un uomo che pretende, in nome della sua libertà, di pensarsi e di vivere solo come corpo, come materia, non corrisponde a come lo vuole Dio Creatore e prima o poi la sua vita non funzionerà, perché la sua concezione della vita cozza contro la realtà dei fatti («Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!», Gv 7,24).
Per questo, nella morale occorre riscoprire la “legge morale naturale” (I dieci Comandamenti), e nel diritto occorre ritrovare come base l’autentico “diritto naturale”. Diversamente la legge diviene impostura del potere di turno, diviene una corruptio legis. È la questione dei “principi non negoziabili”, che sono irrinunciabili perché una società funzioni, sia umanamente vivibile.
iii) Infine c’è la Verità come “consapevolezza” di “conoscere la verità”, di essere nella verità (verità formale). Una consapevolezza che è offerta alla nostra ragione, non tanto per merito nostro, ma perché è “svelata” nella Rivelazione in Cristo, pienezza della Rivelazione. In terra, questa è “accessibile” mediante la fede in Cristo, attraverso la Chiesa. Oltre questa condizione terrena è “manifesta” nella visione diretta di Dio.
Ma anche la “ragione umana” può (anche se non tutti ci riescono facilmente) raggiungere questo grado di consapevolezza certa, almeno in merito a quei principi che si mostrano come “irrinunciabili”, non negoziabili. Gli antichi dicevano addirittura “evidenti”. Su tutto il resto abbiamo delle teorie ipotetiche, o delle opinioni. Per questo è indispensabile l’aiuto della Rivelazione.
Lo diceva già Platone: «Non c’è altro da fare: […] varcare a proprio rischio il gran mare dell’esistenza, a meno che uno non abbia la possibilità di far la traversata con più sicurezza e con minor rischio su una barca più solida, cioè con l’aiuto di una rivelazione divina» (Fedone, XXV).
Riassumendo. Il metodo di Giovanni Paolo II che possiamo imparare da lui, per “convincere” a fare questo percorso anche l’uomo di oggi – che ha distrutto la stessa nozione di verità frammentandola in tante opinioni – è quello di procedere come in una dimostrazione matematica “per assurdo”. Ti faccio vedere che la negazione della “tesi” cristiana-cattolica porta alle contraddizioni che tu stesso puoi constatare nella realtà della società di oggi. Se la società e la tua vita sono divenute invivibili, la causa non è forse l’aver rifiutato il cristianesimo e con esso la stessa nozione di “verità oggettiva”?
= Diagnosi. Hai distrutto la Verità? pur di liberarti della fede in Cristo: tocca con mano le conseguenze. La vita è divenuta invivibile, la società, prima è stata resa disumana (i regimi), poi anarchica e ingovernabile (fallimento delle democrazie senza una cultura della verità, comune a tutto il popolo). Chiediti perché! Le cause, non sono solo materiali, strutturali, economiche, sociali (analisi marxista), o solo psicologiche (psicologia, psicanalisi), o giuridico-legali (legalismo, giustizialismo). Fermarsi a questo livello è l’errore più comune che si fa nel mondo della comunicazione dei nostri giorni!
Non fermarti in superficie! Scava dentro l’uomo lasciandoti guidare, oltre che dalla sola ragione, anche dalla Rivelazione. Questo ti dice l’autentico pensiero della Chiesa!
= Terapia. E se avessimo gettato il Bambino con l’acqua sporca, eliminando il cristianesimo e con esso la Verità? Se la negazione di Cristo e della verità è stata fallimentare non ha forse senso pensare che sia giusto, al contrario, tornare a prendere in seria considerazione Cristo e la Verità? Questa è stata la sfida al mondo lanciata da Giovanni Paolo II e proseguita da Benedetto XVI. Il mondo l’ha rifiutata, e oggi ne paga le conseguenze!
Noi continueremo a lavorare nella direzione indicata da san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, sostenuti dalla ragione, dalla fede e dalla preghiera. Maria ci ottenga la luce dello Spirito Santo in questo difficile ma appassionante percorso. Veni Sancte Spiritus, veni per Mariam!





















Certi interventi che superano una pagina massimo una pag e mezzo,li salto subito e consiglio agli autori di fare un bel libro che almeno è più idoneo alla bisogna !
Ti ringrazio per il tuo intervento, ma vorrei precisare, a beneficio di altri lettori, alcune considerazioni. Questo non è in prima battuta un sito di testi dal carattere giornalistico, che devono attenersi a canoni tipici del settore, tipo una paginetta. Questo è un blog che deve principalmente aiutare a riflettere su quello che accade. Per cui, la lunghezza di un testo deve essere adeguato al contenuto. Abbiamo valutato con l’autore una divisione in due puntate. Ho scelto di pubblicare in una sola volta in modo che si mantenesse vivo nella mente la profondità del contenuto nella sua interezza. Ti consiglio di metterti comodo e di trovare un momento per riflettere meglio. Alcuni argomenti lo esigono. Buona giornata.
Grazie,incasso e terrò presente!😌🤷
Articolo molto luminoso e illuminante, al contrario di uno recente che contestava il “personalismo” di GPII. Grazie davvero!
Tobia