“Alcuni anni prima, il cardinale George aveva sconvolto i sacerdoti di Chicago suggerendo, in maniera spiccia, che mentre lui sarebbe morto nel suo letto, il suo successore sarebbe morto in carcere e il successore di quell’uomo sarebbe stato giustiziato nella piazza pubblica – dopo di che il successore del martire, come la Chiesa aveva fatto così spesso in passato, avrebbe aiutato a raccogliere i frammenti di una civiltà spezzata, per ricominciare da capo”.

Di seguito un articolo dello scrittore George Weigel, biografo e amico di papa San Giovanni Paolo II, nella mia traduzione.

Cardinali in concistoro

Cardinali in concistoro

 

di George Weigel

 

Quando viene eletto un papa, i cardinali che lo hanno appena scelto si recano nella Sala delle Benedizioni in cima al nartece della Basilica di San Pietro (cioè nella parte frontale della Basilica, ndr). Per alcuni è un viaggio impegnativo: nel 2005, il fragile cardinale William Baum, 79 anni, fu portato fuori dalla Cappella Sistina, attraverso la Basilica, e fino alla Sala delle Benedizioni dal suo segretario, mons. Bart Smith, facendo una discreta imitazione di Enea con le Anchise di Troia scolpite da Gianlorenzo Bernini.  

Alla presentazione del nuovo pontefice, i cardinali compaiono alle finestre che fiancheggiano la loggia centrale della basilica, dove ricevono la prima benedizione papale con la folla in piazza San Pietro. Il 13 marzo 2013, due cardinali sono rimasti indietro per qualche istante, soli in una finestra dopo che papa Francesco si era ritirato per la notte. Sembravano pensosi, questi uomini esperti, riflessivi e oranti, entrambi avevano lavorato duramente per riformare le diocesi in difficoltà. La Chiesa aveva appena sperimentato una forma di abdicazione papale senza precedenti; il conclave si era rapidamente risolto a favore di un candidato sconosciuto a molti elettori; cosa sarebbe successo dopo?

Uno di questi uomini era l’arcivescovo di Chicago, il cardinale Francis George, OMI, morto nel 2015. L’altro era il suo amico e alleato, il cardinale George Pell, allora arcivescovo di Sydney, poi direttore dell’ufficio delle finanze del Vaticano. Alcuni anni prima, il cardinale George aveva sconvolto i sacerdoti di Chicago suggerendo, in maniera spiccia, che mentre lui sarebbe morto nel suo letto, il suo successore sarebbe morto in carcere e il successore di quell’uomo sarebbe stato giustiziato nella piazza pubblica – dopo di che il successore del martire, come la Chiesa aveva fatto così spesso in passato, avrebbe aiutato a raccogliere i frammenti di una civiltà spezzata, per ricominciare da capo. Sembra improbabile che, nella notte del 13 marzo 2013, il cardinale George immaginasse che il suo ipotetico scenario sarebbe stato drammaticamente accelerato, con l’unica differenza che l’amico accanto a lui sarebbe stato quello in carcere. E il cardinale Pell sarebbe stato in carcere, non per la difesa della vita o della libertà religiosa, ma per una malvagia e perversa condanna per accuse non corroborate (da prove, ndr) di abusi sessuali che una giuria aveva mostrato ma che non sarebbero potute accadere.

Ci sono, come soleva dire il sociologo Peter Rossi, molte ironie nell’incendio.

Possiamo sperare e dovremmo pregare – ad ogni istante – che la condanna del cardinale Pell sia ribaltata in appello. In caso contrario, il cardinale innocente diventerà un evangelista della prigione e testimone di Cristo dietro le sbarre. La giustizia australiana, d’altra parte, avrà subìto un colpo devastante da cui ci vorrà molto tempo per riprendersi. E la gente ragionevole si chiederà se sia sicuro fare affari o viaggiare in un Paese dove i media febbrili e i bigotti secolaristi hanno la capacità di distorcere il processo legale in una grottesca parodia della maturità democratica.

Ma anche se l’appello avrà successo – come dovrebbe essere sulla base di un terreno razionale, e se le parole “oltre ogni ragionevole dubbio” significano qualcosa nei tribunali australiani – l’assalto alla Chiesa e ai suoi leader continuerà. Il problema dell’abuso sessuale clericale è stato usato come arma. E quell’arma viene usata non per affrontare peccati abominevoli e crimini che gridano al cielo, ma per regolare ogni sorta di altri conti, ecclesiastici, politici e, nel caso di Pell, finanziari, date le pratiche corrotte che il cardinale stava mostrando.

L’accelerazione della previsione del cardinale George di cardinali in carcere dovrebbe dare una pausa anche a chi dà la colpa della crisi degli abusi al “clericalismo”. Il clericalismo – il cattivo uso improprio del rispetto di cui godono giustamente coloro che siedono negli Ordini sacri a causa del loro sacro ufficio – facilita l’abuso; non lo causa. Come l’accusa di abuso, il cliché del “clericalismo” è stato usato come arma dai nemici della Chiesa, al punto che diventa difficile per qualsiasi ecclesiastico cattolico accusato di cattiva condotta ricevere una giusta udienza o un processo equo. L’atmosfera pubblica feroce che è in evidenza in Australia ogni volta che le parole “George Pell” vengono pronunciate non viene migliorata dagli ecclesiastici più anziani, a Roma e altrove, quando danno la colpa degli abusi al “clericalismo”.

Dal suo attuale posto nella Comunione dei Santi, non ho dubbi che Francis George sta intercedendo per George Pell, e per la rivendicazione della giustizia da parte dei giudici che ascolteranno l’appello del cardinale australiano, proprio mentre il cardinale americano si rammarica di quanto sia stato preveggente.  

 

Fonte: First Thing

 

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