Donald Trump e Amy Coney Barrett

 

 

di Annarosa Rossetto

 

La nomina di Amy Coney Barrett alla Corte Costituzionale da parte di Trump continua a suscitare reazioni e commenti sia a favore che contro. La sua immagine di donna di successo, di cattolica, di madre di famiglia numerosa, di persona sensibile alla disabilità e al disagio sociale, l’assoluta mancanza di appigli riguardo ad eventuali sfumature di suprematismo bianco e addirittura la sua posizione sulla pena di morte, fanno di lei una specie di “monstrum” che il mainstream non riesce a digerire. Troppo vicina agli ideali della donna emancipata che ha infranto il soffitto di cristallo che impedisce alle donne di raggiungere posti di prestigio, ma “troppo cattolica” per essere accettabile e perché il mondo progressista possa tributarle gli onori che una “cattolica ma non troppo” avrebbe ricevuto.

Che una donna possa fare carriera senza rinunciare alla maternità, senza fermarsi ad un figlio o due come usa nella buona società, senza abortire il figlio con la sindrome di Down, adottando addirittura due bambini ad Haiti manda in tilt l’intero sistema di pensiero che vede nella contraccezione e nell’aborto – elementi imprescindibili dell’autodeterminazione femminile – le chiavi della “liberazione delle donne”.

Per riflettere su questa vicenda vogliamo partire da uno scambio di opinioni avvenuto a distanza tra due personaggi pubblici. L’attrice Michelle Williams, nel suo discorso di ringraziamento per il Golden Globe ricevuto, ha elogiato la scelta dell’aborto come fondamentale per il suo successo. Le ha risposto la modella americana Lea Darrow che, appena entrata in travaglio per avere il quinto figlio, ha postato un video sui social per confutare la tesi della Williams.

Oggi la Darrow commenta così la scelta di Trump:

“Mi dite ancora che i bambini vi impediscono di realizzare i vostri sogni?

Accettando il suo premio Golden Globe, Michelle Williams aveva detto: “Ho fatto del mio meglio per vivere la mia vita in pienezza,, .. e non avrei potuto farlo senza utilizzare il diritto delle donne a scegliere”.

Questa ideologia è stata instillata nelle donne negli ultimi 60 anni per farci credere che la nostra stessa carne e il nostro sangue ci potrebbero tenere lontane dalla felicità e dalla vita stessa. Un’ideologia che spaccia la maternità come la posizione più bassa possibile e offre alle donne l’aborto come mezzo per uscirne. Questa ideologia mette la madre contro il suo bambino. Il bambino ora è il nemico e ostacola la nostra libertà e la nostra felicità. Non c’è NESSUN SOGNO, NESSUNA VITA, che valgano l’assassinio di un bambino.

E ora abbiamo un’altra donna, Amy Coney Barrett, che è in grande opposizione alle parole e Michelle e a questa ideologia … #AmyConeyBarrett.

Amy è la moglie di Jesse, un avvocato penalista, è madre di 7 figli, è avvocato, giurista e accademica  e presta servizio come giudice di circoscrizione presso la Corte d’Appello degli Stati Uniti di una grande circoscrizione giurisdizionale, e ora è stata nominata da Trump alla Corte Suprema.

L’ideologia abortista odia Amy e MOLTE altre madri che hanno dimostrato più e più volte che i figli e i propri sogni vanno SEMPRE insieme … e spesso sono interdipendenti l’uno dall’altro.

Le parole di Michelle mi avevano profondamente rattristata e prego sinceramente per tutte coloro che credono a questa menzogna, poiché anch’io nel mio passato ho creduto a molte delle bugie della nostra cultura.

Ma la vita di Amy mi dà speranza. Spero che il nostro mondo (e le donne che ne fanno parte) riconoscano il potente contributo delle donne, delle madri … e che per ottenere questi ruoli, NO, non serve che uccidiamo i nostri figli.”

Insomma, avere figli non è la condanna ad una vita in cui la professionalità e la carriera di una donna vengono annullate per l’accudimento dei figli e la possibilità di abortire non può essere contrabbandata come mezzo indispensabile per la realizzazione di una vita femminile di successo.

La Barrett è stata attaccata per avere troppi figli e quindi probabilmente troppi soldi, per averne adottati due di colore e quindi essere una razzista, convinta che la cultura bianca sia superiore a quella di locale di Haiti o forse di averli adottati in modo irregolare; di essere pro-life ma favorevole alla pena di morte (falsità, per altro), di far parte di una “oscura setta religiosa” in cui l’unico ruolo consentito ad una donna è quello di “serva” come sostiene Il Manifesto: in definitiva, di essere “troppo cattolica”.

Le donne di stampo conservatore sono una spina nel fianco del mondo femminista o più genericamente progressista, tanto più la loro carriera è di successo: se essere “molto cattolici” sembra proprio essere una colpa, esserlo come donne è un’aggravante.

I cattolici accettabili sembrano essere solo quelli che hanno un numero di figli non superiore a tre (oltre i tre c’è il sospetto fondato che non usino contraccettivi, cosa che fanno solo i “molto cattolici”); quelli che ritengono che l’amore giustifichi qualunque scelta affettiva e qualunque attività sessuale, insomma che “Love is Love” (e quindi non guardano alla sessualità come l’espressione dell’amore naturale tra uomo e donna uniti per sempre ed esclusivamente come fanno invece i “troppo cattolici”, omofobi per definizione come il Catechismo); che pensano che ai bambini per crescere bastino amore ed accudimento di un paio di genitori variamente assortiti per sesso (chi invece pensa che abbiano bisogno di mamma e papà  è decisamente “troppo cattolico”);  che vanno a Messa ma non per forza tutte le domeniche visto che Dio è ovunque e non solo nel simbolo del pane spezzato (i “troppo cattolici” invece, credendo nella Presenza Reale nell’Eucaristia, vanno a Messa non solo tutte le domeniche e le feste comandate ma anche qualche volta extra); che lo Stato sia laico e che non ci sia posto per la fede nel dibattito pubblico; che la scuola debba essere pubblica e, se mandano i figli dalle suore, è solo per la mensa migliore, non certo per cercare una struttura educativa compatibile con la loro fede.

Soprattutto sono quelli che pensano che l’aborto è una scelta magari dolorosa che loro non farebbero mai (a meno che il figlio non sia disabile, ma abortirebbero solo per evitargli di soffrire, non certo per egoismo) ma che non possono precludere ad altre donne. Gli altri, quelli che pensano che l’aborto sia l’uccisione di un innocente che non può mai essere giustificata sono i “troppo cattolici” per eccellenza.

La colpa più grande di Amy Coney Barret è di essere “troppo cattolica” con l’aggravante di essere anche una donna: le donne in ruoli prestigiosi vanno bene solo se sono progressiste, abortiste e pro ideologia LGBT. Le altre, le “troppo cattoliche”, per i campioni dell’empowerment femminile dovrebbero stare a casa a fare la calza, e la Barrett è per loro insopportabile perché non solo ha infranto il soffitto di cristallo ma soprattutto ha disintegrato il fortissimo dogma femminista che una donna emancipata deve per forza essere favorevole all’aborto.

 

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