“Nel momento in cui, all’interno stesso di una comunità ecclesiale si perde la fede nella Presenza Reale, quella chiesa ha perso anche sé stessa. E coloro che le appartengono stanno perdendo anche la loro umanità, il loro modo di vivere nel mondo («il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»)”.

 

Ostia Comunione Eucarestia
Ostia Comunione Eucarestia

 

Domenica XIX del Tempo Ordinario

(Anno B)

(1Re 19,4-8; Sal 34; Ef 4,30-5,2; Gv 6,41-51)

 

di Alberto Strumia

 

Le letture di questa domenica sono particolarmente adatte a chi, come noi, è chiamato a vivere la fede in condizioni che non sono appena “sfavorevoli” – come del resto è accaduto da parecchio tempo nella storia di questi ultimi secoli – ma sono addirittura condizioni che “logorano” mettendo alla prova psicologicamente e spiritualmente fino allo “sfinimento”.

Bene viene espresso questo concetto, che ritroviamo anche nelle letture di oggi, nell’“orazione” della Messa del Lunedì della Settimana Santa: «Guarda Dio onnipotente, l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale, e fa’ che riprenda vita per la passione del tuo unico Figlio».

1 – La prima lettura descrive questo “sfinimento” con lo stato d’animo che l’accompagna, nella figura del profeta Elia. È una situazione nella quale, oggi, possiamo riconoscerci un po’ tutti se non ci siamo adeguati all’“andazzo generale” che vede la fede svilita ad opera di chi dovrebbe, al contrario, aiutare a consolidarla, sia nelle sue radici spirituali, che dottrinali, che culturali. Si tratta di uno “sfinimento” non solo fisico, ma interiore, “spirituale” che il profeta non riesce più a sostenere. Al punto di desiderare di morire: «Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”».

Di questo “sfinimento” che fa desiderare di passare all’altro mondo, quello vero ed eterno, a causa dell’insopportabilità di quello attuale terreno, del resto parlerà ancora la Scrittura stessa («In quei giorni gli uomini cercheranno la morte, ma non la troveranno; brameranno morire», Ap 9,6), riferendosi alla condizione che i cristiani – e di quanti tra gli uomini sanno comprendere ciò che sta accadendo – dovranno vivere negli “ultimi tempi”.

Il profeta Elia, nella prima lettura, sta facendo un’esperienza simile, e forse anche noi, in questi nostri anni, incominciamo a percepire qualcosa di non differente, e persino di apocalittico.

Il recupero delle forze “spirituali” per uscire da uno stato di “non voglia di impegnarsi con la vita” (quella che nella terminologia del Catechismo si chiama “accidia” [CCC, n. 1866]) è una “grazia” che può venire solo “direttamente” da Dio stesso e a Lui deve essere domandata.

Non è un prodotto dell’“umano orgoglio”, ma neppure di una sorta di “cristiano volontarismo”, perché in entrambi il centro è ancora l’uomo, mentre il centro vero di tutto è solo il Signore («Gesù Cristo è il centro del cosmo e della storia», Redemptor hominis, n. 1).

Tutto questo è bene evidenziato nella prima lettura, nella quale Dio stesso “interviene direttamente” nei confronti di Elia, inviandogli un “angelo” che gli porta un “cibo soprannaturale” («Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb»).

2 – Alla prima lettura fanno eco le parole di Gesù nel Vangelo che dicono: «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Lo stesso Gesù conferma che «nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato»: occorre il Suo “intervento diretto” per uscire dallo “sfinimento” di una condizione umana segnata dall’azione di Satana che ha condotto gli uomini a rompere la “giustizia originale” (“peccato originale”), a perdere il “giusto modo di rapportarsi con Dio Creatore”, finendo per perdere anche la “forza” per vivere da uomini.

Il cibo che dà la forza per uscire dallo “sfinimento” è Cristo stesso: «Io sono il pane della vita […] Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno». Per questo il “legame oggettivo” (“sacramentale”) con Cristo è indispensabile per vivere ed essere cristiani; e questo legame è garantito dall’appartenenza sacramentale alla Chiesa. Perciò non la si può lasciare allontanandosene volontariamente, anche quando occorre sopportare ciò che disgusta nel comportamento e nelle idee che qualcuno fa circolare in essa. E non si può non riconoscere, adorandola, la Presenza Reale, “oggettiva” (“sacramentale”) di Cristo nell’Eucaristia, se non si vuole iniziare a perdere, un po’ alla volta anche il legame con la Chiesa.

Nel momento in cui, all’interno stesso di una comunità ecclesiale si perde la fede nella Presenza Reale, quella chiesa ha perso anche sé stessa. E coloro che le appartengono stanno perdendo anche la loro umanità, il loro modo di vivere nel mondo («il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»).

3 – Rinunciare ad una fede che si fonda su questo modo “sacramentale” di concepire e vivere l’appartenenza alla Chiesa, spiega l’Apostolo Paolo nella seconda lettura, equivale a rattristare lo Spirito («non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della Redenzione»), a rifiutare l’“intervento diretto” di Dio nella vita personale, nella vita ecclesiale e nella storia universale.

E Paolo spiega anche che cosa si debba intendere con la parola carità, tanto usata nel linguaggio ecclesiale: la carità non è un generico e sentimentale, quanto arbitrario, modo di sentire l’“amore”; ma è il modo di amare di Cristo; è amare non solo gli altri, ma anche se stessi perché e come si è voluti e amati da Lui («Camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato»). Riesco ad amarti (addirittura ad amarmi veramente) anche quando devo sopportarti (o sopportarmi) perché sei (sono) voluto e amato da Cristo. Se sei (sono) voluto e amato da Cristo, non posso trattarti (trattarmi), come uno che non ha diritto di esistere. Esprimendosi paradossalmente, come una sorta “errore” nella Creazione!

4 – Per avere compreso tutto questo, il salmista, nel salmo responsoriale, non può non sciogliersi nella lode di Dio che con il suo “intervento diretto” lo ha salvato «da tutte le sue angosce», lo ha tolto dallo “sfinimento” di una vita segnata dall’“ingiustizia” tra gli uomini che è conseguenza dell’“ingiustizia nel rapporto tra l’uomo e Dio”.

Ai tempi di san Domenico, del quale ricorre quest’anno l’ottavo centenario della nascita al Cielo, egli comprese perfettamente l’inscindibile unità di queste dimensioni, nella fede cattolica, e spese interamente la vita per insegnale, con la predicazione e l’esempio. Svolse, con i suoi confratelli, un’azione di supplenza nei confronti di coloro che avrebbero dovuto farlo ma non erano né capaci né desiderosi di farlo. Aiutò a correggere le idee sbagliate su Cristo e sulla Chiesa, esterne ed interne ad essa. Perché allora, oggi, non c’è un altro san Domenico? Verosimilmente perché, oggi, i carismi dati agli uomini non sono più sufficienti e occorre che sia direttamente il Signore ad intervenire. Per questo attendiamo, sapendo che Lui, il Signore, ha già vinto con la Sua Morte e Risurrezione. Forse anche la Chiesa, che è il Corpo mistico di Cristo nella storia, deve passare, come il suo Capo, attraverso la Passione della Croce, fino a morire su di essa, per risorgere al momento stabilito. Oggi sembra che stia accadendo proprio questo.

Maria che, prima di noi, anticipandoci come sempre, ha partecipato allo “sfinimento” di Gesù sulla Croce, nel quale veniva assunto lo “sfinimento” di ogni essere umano, per essere finalmente nutrito, per “intervento diretto” di Dio del «pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia», accompagni anche noi, che la invochiamo – insieme a san Domenico – a compiere lo stesso percorso della storia della Salvezza. Specialmente in questi tempi nei quali lo “sfinimento” dell’umanità, penetrato anche dentro la Chiesa, ha raggiunto ormai i suoi massimi livelli.

O Madre del Redentore che dai il cibo, porta aperta della salvezza, stella del mare, soccorri il tuo popolo che sta cadendo per sfinimento, sorgi e rinfrancalo (Alma Redemptoris Mater quae pervia caeli porta mánes et stella maris succurre cadenti surgere qui curat populo).

 

Bologna, 8 agosto 2021

 

Alberto Strumia, sacerdote, teologo, già docente ordinario di fisica-matematica presso le università di Bologna e Bari. E’ direttore del sito albertostrumia.it

 

 

 

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