Di seguito segnalo all’attenzione e alla riflessione dei lettori di questo blog l’articolo scritto dal prof. Leonardo Lugaresi e pubblicato sul suo blog. Visitate il sito e valutate liberamente le varie opzioni offerte e le eventuali richieste. Ecco l’articolo nella nostra traduzione. 

 

Luigi Giussani
Servo di Dio don Luigi Giussani

 

Uno degli aspetti del carisma di don Giussani che oggi risulta più prezioso che mai, nella situazione di gravissima crisi in cui versa la chiesa, è il modo in cui egli vive il rapporto con la tradizione. Nell’integrale unità che caratterizza il suo approccio alla realtà, l’esperienza della fede come incontro con Cristo presente qui e ora, l’empito missionario di comunicare a tutti l’incontro con la sua persona vivente, parlando un linguaggio adeguato agli uomini del nostro tempo, e la totale adesione, traboccante di affetto e di intelligenza del cuore, al dato (cioè al dono) della tradizione che ce lo ha autorevolmente trasmesso e consegnato, si fondono perfettamente. Nessuno più di lui era capace di rispettare, valorizzare e risignificare all’occorrenza anche il minimo particolare di quell’eredità; ma al tempo stesso nessuno era altrettanto libero da ogni forma di attaccamento nostalgico al passato. “Progressismo” e “tradizionalismo”, le due sciagurate insegne sotto le quali troppi cristiani si sono da troppo tempo arruolati per combattere una guerra autodistruttiva, sono categorie completamente estrenee alla sua mentalità. Per uscire dalla trappola in cui il dibattito all’interno della chiesa si è cacciato, anche ai più alti livelli, sarebbe dunque di enorme aiuto rifarsi al suo esempio.

Se infatti guardiamo oltre la nostra “bolla” – il piccolo “mondo-ancora-cristiano” in cui io, e presumo diversi lettori di questo piccolo blog, ancora viviamo – il nostro sguardo non può che posarsi su un panorama desolato, un deserto di rovine a perdita d’occhio. Rovine del cristianesimo (di cui le mille chiese distrutte, dismesse o profanate un po’ dovunque in Europa sono soltanto l’emblema), e rovine della civiltà a cui il cristianesimo aveva dato vita nel passato. Di più: rovine dell’umano, causate dalla rapidissima dissolvenza di un’antropologia pazientemente costruita con secoli e secoli di inculturazione. Che cos’è un uomo, che cos’è una donna, cosa vuol dire essere padre e madre, che cos’è una famiglia, che differenza c’è tra l’essere umano e tutti gli altri viventi, che uso fare dei beni terreni … Non c’è più risposta alle domande elementari: tutto si confonde, si fluidifica ed infine si perde nell’insignificanza. Come dice il salmo: «Noi non vediamo più nessun segno; non c’è più un profeta, né chi tra noi sappia fino a quando» (Sal 74, 9)

Alcuni di noi sono così angosciati da questo mondo non più cristiano e non più umano che pensano solo a costruire un rifugio, per sé e per i propri cari; una specie di arca per «salvarsi da questa generazione perversa», una fortezza in cui rinchiudersi e resistere in attesa di tempi migliori, se mai verranno. Preservare ciò che abbiamo ricevuto dalla tradizione cristiana: quel tesoro in cui, come dice il vangelo, è tutto il nostro cuore (Mt 6, 21): questo sarebbe il nostro unico compito, o meglio l’unica cosa che, nelle presenti circostanze, ai cristiani resta da fare. Ma è davvero così? E, soprattutto, una tale opzione adempie veramente al mandato missionario che Cristo, per il tramite degli apostoli, ha affidato a ciascuno di noi: «sarete miei testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1, 8)?

Altri cristiani, invece, o non si accorgono di nulla e continuano a vivere tranquillamente nella loro bolla, stando bene attenti a non perdere i paraocchi, oppure si dedicano a smontare la chiesa esistente (quel poco che resta) per costruirne una nuova, finalmente adatta al mondo contemporaneo ed alle sue esigenze: una chiesa “in uscita” da tutto il retaggio della propria storia (venti secoli di tradizione cristiana!) e protesa ad assimilarsi al mondo, per essere sempre più vicina agli uomini del nostro tempo e così meglio amarli e servirli. Non intendo qui entrare nel merito della discussione se questa “buona intenzione” sia, nel modo in cui viene concepita e realizzata, anche fedele al mandato di Cristo. Mi limito invece ad additare un’evidenza: la “nuova chiesa”, così ansiosa di essere gradita al mondo e di andar d’accordo con tutti i lontani per meglio servirli e curarne le ferite, non se la fila nessuno. Pateticamente smaniosa di piacere, riesce solo a risultare sempre più irrilevante. Si prenda, per fare un solo esempio fra i tanti, la chiesa tedesca del Synodale Weg, la più in uscita di tutte (perlomeno dal cattolicesimo). Nel solo 2022, quando essa già celebrava i suoi audaci fasti sinodali, mentre vescovi, preti, e laici (per lo più stipendiati) erano tutti impegnati a mettere a punto le loro mirabolanti novità (benedizione delle “nozze omosessuali”, donne prete eccetera) … più di mezzo milione di “uomini del nostro tempo” se ne sono silenziosamente andati dalla chiesa, rifiutando, con un semplice atto di abiura, di continuare a pagare una Kirchensteuer tanto onerosa quanto ormai percepita come priva di senso. E anche da noi, quali sono i risultati di tanta innovativa “creatività” pastorale e liturgica, dispiegata con zelo degno di miglior causa da chierici e laici?

Un’altra strada è possibile, ed è quella di sempre, quella dei primi tempi e di ogni tempo di vero rinnovamento nella storia della chiesa. Quella che il giovanissimo seminarista Luigi Giussani, a Venegono, aveva già intuito quando, con i suoi amici dello Studium Christi, faceva il proposito di vivere un cristianesimo “come quello dei Padri”, cioè un cristianesimo (sempre) giovane, sempre iniziale. Per questo mi permetto di raccomandare la lettura di un piccolo libro appena uscito, Giussani e i Padri della Chiesa. Una tradizione vivente, a cura di Pierluigi Banna, pubblicato da Marcianum Press, che sarà disponibile dalla prossima settimana:

https://www.marcianumpress.it/libri/giussani-e-i-padri-della-chiesa

Il libro, che ha una prefazione del cardinale Scola, presenta quattordici “casi” di letture giussaniane di testi dei Padri della Chiesa, aiutando il lettore a cogliere il tratto peculiare e, ripeto, per noi così esemplare, del suo approccio alla tradizione cristiana. Gli autori sono studiosi membri dell’Associazione Patres, che da molti anni cerca di promuovere la conoscenza del “momento patristico” nella storia della chiesa. Ho collaborato anch’io al volume, scrivendone l’introduzione e il capitolo su Gregorio Nazianzeno.

È una piccola cosa, ma può servire.

 


Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non riflettono necessariamente le opinioni del responsabile di questo blog. I contributi pubblicati su questo blog hanno il solo scopo di alimentare un civile e amichevole confronto volto ad approfondire la realtà.


 

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