Il Papa, mons. Fernandez è il nuovo Prefetto Dottrina Fede ++
Il Papa, mons. Fernandez è il nuovo Prefetto Dottrina Fede ++

 


di Mattia Spanò


La nomina di Victor Fernandez a Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede ha scatenato una ridda di commenti, per lo più sconcertati quando non feroci.

Il teologo argentino è molto caro al papa, al punto da figurare fra gli estensori di almeno due documenti cardine di questo pontificato: Amoris Laetitia e Evangelii Gaudium. Sembra però aver fornito numerosi altri contributi, seppur meno organici e più frammentati. Non di rado è stato definito il ghost-writer di papa Francesco.

Incisiva la lettera con la quale il papa incarica Fernandez, dove è il papa stesso ad accusare i predecessori di Fernandez di “gestione immorale” della Congregazione. Un’espressione davvero sommaria e sleale, che va ad aggiungersi alla lunga lista di infortuni comunicativi. Ammesso che siano tali, e non il frutto di un carattere che ha una percezione nebulosa del confine che separa l’uomo dalla funzione che ricopre.

Ma queste sono considerazioni accessorie. Come al solito, mi sembra che si critichino le singole scelte in misura molto maggiore rispetto al loro autore. Si prova, leggendo qua e là analisi profonde e sottili, un senso di fastidioso schematismo: ogni volta che il papa fa – e soprattutto disfa – qualcosa, si esamina il singolo spunto secondo schemi noti, perdendo di vista l’insieme.

Vero che servire Fernandez di barba e capelli è un modo surrettizio di criticare papa Francesco. È anche vero però che così l’efficacia delle critiche risulta terribilmente annacquata. Probabilmente non è scorretto definire Bergoglio il primo papa post-storico, almeno nel senso ecclesiale: tiene un minimo conto tutto ciò che l’ha preceduto, e soprattutto sembra giocare le proprie carte su un piano molto distante dalle prerogative del Vicario di Cristo.

Se è vero che il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero, è anche vero che ad ogni albero il suo frutto, e soprattutto sono gli alberi a fruttificare, non i frutti ad alberare. Al netto del papismo più sfegatato, questo pontificato è abbastanza sterile: non sta dando frutti, e ritengo non ne darà. Con buona pace di quanti raccontano il contrario, abbagliati dai “cambiamenti” e le “novità” introdotte da un uomo con 87 inverni del suo scontento, per citare Steinbeck, alle spalle.

La nomina di Fernandez è stata resa pubblica pochi giorni dopo la pubblicazione dell’Instrumentum Laboris del prossimo Sinodo sulla sinodalità. Figure eminenti come il cardinal Müller e il cardinal Sarah hanno provato a mettere dei paletti, richiamando la dottrina di sempre. Sospetto a futura memoria, più che sperando in qualche effetto pratico che argini la deriva.

Il motus in fine velocior ha preso un abbrivio formidabile dopo la scomparsa di Benedetto XVI, il che onestamente era prevedibile. Il giochino dei “due papi” se pure ha acceso fuochi ha però tenuta la fiamma bassa, per quanto ciò sia tragicamente lontano da un ordine cattolico apostolico romano.

Dal momento che interrogarsi sulle reali intenzioni di papa Francesco è considerato persino da alcuni suoi critici “divisivo” (una civiltà florida e non in decomposizione come questa punirebbe con svariati lustri di carcere duro l’uso disinvolto di certe formulette prêt-à-porter) per non urtare la sensibilità di nessuno – anzitutto la mia – aggiro il problema ponendo qualche domanda sulla Chiesa.

Con la doverosa premessa che considero la distinzione fra “tradizionalisti”, “conservatori” e “progressisti” alla pari col “divisivo” cui ho appena accennato, e per par condicio anche la parola “unità” potrebbe indurmi a sguinzagliare i cani, vado senz’altro ad esporre tre domande.

Qual è il compito della Chiesa nel mondo? Non il suo compito oggi o quello di domani, né il suo compito al mare o in montagna, né men che mai il suo dovere verso un cinese, un boscimane o, Dio non voglia, verso “insetti e piccoli vermi”, come scrisse il papa in Evangelii Gaudium.

Il compito è ancora quello che Gesù Cristo le ha affidato: essere la roccia sulla quale i suoi amici si raccolgono.

Di qui la seconda domanda: una Chiesa che non assolva a questo compito – non anche a questo: solo a questo – è ancora utile a qualcuno, e nel caso a chi precisamente?

All’uomo comune, credente o meno, no di sicuro. Al gotha del potere, sicuramente sì. Prima di tutto perché la necessità della trascendenza è intrinseca al potere, e una Chiesa ancella è pura manna nel deserto.

Il giorno in cui le persone dovessero mettere a fuoco che chi è al potere è una persona come un’altra, nulla più e nulla meno, la grande finzione cadrebbe. A meno che non vi si ponga un freno “alto”, ovvero esseri spirituali, elevati “dalle sorprese dello Spirito” non inoculino nelle coscienze sempre più rattrappite che se non si piegano a Mammina (Mammona sarebbe troppo, in questo mondo di snow-flakes), sono brutte persone bigotte e retrograde, destinate ad una vita di stenti e un oltremorte anche peggiore.

Senza la bubbonica impostura alla quale la Nuova Chiesa regge il sacco (non fatevi allumare dalle rampogne ai “potenti”: sono sgusciate, impersonali) il potere sarebbe tollerato per ciò che è: un male necessario, che deve temere il popolo, mai il contrario: il popolo che deve temere il potere mostrandosi umiliato e inerme di fronte ad abusi aberranti.

Per sfuggire a questa semplice verità e sopravvivere il potere deve rinnovarsi di continuo: non solo uomini, ma anche idee, emergenze. L’incessante mutare forma, la natura proteiforme.

Così una Chiesa nuova, una Chiesa che deve rinnovarsi, una Chiesa “in cammino”, che “accompagna”, è una Chiesa ipso facto destinata ad invecchiare. E come tutte le cose vecchie, presto o tardi morire.

Questo è il problema delle cose “nuove”: invecchiano, di solito rapidamente, e muoiono. Come i potentati del mondo, compresi i più vasti, apparentemente invincibili e feroci: tutti finemente macinati dalla storia.

Se possibile questo “rinnovamento”, sussurrato a denti stretti sotto i pontificati vigorosi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (ma anche Paolo VI, anche se con meno vigore apparente), è diventato imperativo, urgenza bruciante sotto il pontificato crepuscolare di Francesco.

La Nuova Chiesa – di Francesco o di chi verrà – durerà come un gatto in tangenziale. Perché si è rifugiata in discorsi non suoi, lasciandosi tentare dal nuovo purchessia.

Soprattutto, ha abbracciato un discorso che non è il suo, istanze dalle quali non trae alcun vantaggio se non un vago e del tutto presunto “benessere e armonia con la natura”. Tutto questo finirà miseramente, per quanta foga e quanti cambiamenti eterodossi vorranno apportare alla Sposa di Cristo.

Il nuovo – le idee nuove, ciò che con grande strepito e giubilo viene sovente presentato come “rivoluzionario” – è sempre, sempre, sempre paccottiglia polverosa. Minestre riscaldate che già appena fatte avevano cattivo sapore (o non ne avevano affatto, come molto vaniloquio clericale).

È il Cristo morente che può dire: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”, senza essere smentito. Perché le cose queste sono, l’uomo questo è: domandano redenzione, non rivoluzione. La Chiesa eterna, invece, la barca di Gesù come la definì Benedetto XVI, continuerà la sua navigazione.

 

 

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