Un articolo del prof. Leonardo Lugaresi.

 

chiesa prete coronavirus vuota

 

Il problema è che abbiamo tutti una fottuta paura di morire. Impassibili, per non dire indifferenti, davanti alla morte degli altri – se i cinesi il loro maledetto virus se lo fossero tenuti in casa, invece di spedirlo in giro per il mondo, a chi sarebbe importato più di tanto dei loro morti? – siamo sgomenti e senza fiato di fronte alla nostra morte, quando è sentita non come una certezza teorica ma come una concreta possibilità imminente. La nostra morte e quella dei nostri cari, in proporzione alla loro prossimità con noi, ma non dimentichiamo che essa ci sgomenta e ci lascia senza fiato anche (o forse soprattutto) in quanto la sentiamo come anticipazione e caparra della nostra: la morte dei prossimi ci colpisce nella misura in cui con essi moriamo un po’ anche noi. (Non sembri cinico, quando è solo realistico).

Le generazioni del passato vivevano la loro intera esistenza in una continua prossimità alla morte. La morte era onnipresente alla vita di tutti, come concreta possibilità quotidiana: si poteva morire di tutto, in ogni momento. Quasi tutti, inoltre, vivevano in condizioni di disagio, fatica, sofferenza e paura per noi inimmaginabili. Senza bisogno di andare troppo lontano, nel medioevo o giù di lì, che sembra di raccontare una favola, la mia nonna ebbe sette figli e due le morirono in tenera età: Fara a un anno fu trovata morta nella culla; Agostino morì a quattro anni di difterite. Posso solo sforzarmi di immaginare lo strazio di quella mamma, che era la mia nonna. Lo strazio che lei sopportò per due volte, a distanza di pochi anni, io non riesco neanche a sopportare di pensarlo, se ci penso seriamente. Eppure quella percentuale, due su sette, era “normale” a quei tempi, anche per chi, come la mia nonna, era di condizione modesta ma relativamente agiata (a casa sua si mangiava a sufficienza tutti i giorni, e per quanto mi consta anche abbastanza bene).

Questo è solo per fare un esempio minimo, da moltplicare milioni e milioni di volte per avere un’idea dell’ordine di grandezza del carico di sofferenze e paure che gravava “normalmente” sugli uomini e le donne di un tempo. Non sono uno storico della medicina, quindi forse dico una sciocchezza, ma sospetto che del nostro virus venuto dalla Cina i nostri antenati non si sarebbero neppure accorti. Avrebbero forse notato che c’erano più morti del solito, ma, nella normalità dell’ecatombe di ogni anno, un’infezione che alla gran parte dei contagiati non dà sintomi o dà sintomi banali sarebbe probabilmente passata inosservata e la vita sarebbe andata avanti “normalmente”.

A quella umanità dolente e spaventata, la chiesa per venti secoli una parola da dire ce l’ha avuta. Una parola che poteva essere creduta o non creduta, ma che in ogni caso era fondata, coerente, ragionevole ed efficace. In soldoni era questa: “è vero che state male, ma le sofferenze presenti sono niente rispetto alla felicità eterna che vi aspetta. Questa vita, così breve e così precaria, non è la vera vita, ma solo una prova per meritarvi l’altra, quella vera, quella eterna, che sarà una festa illimitata per chi segue Gesù Cristo, il solo che abbia vinto la morte. Chi invece lo rifiuta andrà all’inferno, che vuol dire soffrire come soffrite adesso ma per l’eternità, e senza possibilità di riscatto”. Ripeto, si poteva sostenere (senza alcuna prova, peraltro) che l’altra vita non c’è, che è tutta un’invenzione dei preti, ma non si poteva obiettare altro. Se l’altra vita c’è, la chiesa aveva ragione su tutto. La parola che diceva era fondata coerente ed efficace. In una parola, era ragionevole. Dava una ragione adeguata per affrontare una vita durissima e una morte imminente. In una delle scene più belle di quel gran film che è (a mio modo di vedere) Silence di Martin Scorsese, uno dei giovani gesuiti (già abbastanza svalvolati fin da allora) che sono andati in Giappone, fatto prigioniero insieme ad un gruppo di contadini cristiani, viene interpellato da due sposi, poco più che ragazzi, che gli chiedono se è vero che in paradiso non c’è la fame, non ci sono le tasse e tutte le altre angherie della loro miserrima esistenza, e quando lui risponde di sì, loro gli rispondono “allora vogliamo andarci subito!”, anelando – con suo sconcerto – al martirio.

Ad un certo punto, la chiesa ha quasi smesso di dirla quella parola, se ne è quasi vergognata. I preti hanno incominciato a dire che non si deve parlar tanto dell’aldilà ma piuttosto dell’aldiquà, non dell’altro mondo ma di questo. Della morte, del giudizio, dell’inferno e soprattutto del paradiso si è parlato sempre meno. Forse è dipeso dal fatto che un ribaldo ha decretato che “la religione è l’oppio dei popoli” e che il paradiso cristiano è un volgare trucco dei padroni per tenere schiave le masse. Il paradiso, disse sempre quel ribaldo, gli uomini dovevano costruirselo qui, sulla terra, con la lotta e con il lavoro. Molti gli hanno dato retta, con quali esiti lo abbiamo visto: nell’Unione Sovietica di Stalin, nella Germania nazionalsocialista di Hitler, nella Cambogia di Pol Pot, nella Cina comunista di Mao (e oggi in altra forma in quella ipercapitalista di Xi Jinping), eccetera.

Da noi in occidente l’applicazione di quel programma di lotta contro l’oppio dei popoli ha condotto piuttosto a fare dell’oppio la religione dei popoli, come è stato argutamente notato. Paradise now non è solo lo slogan invecchiato degli hippies americani di mezzo secolo fa. Di fatto costituisce l’emblema di ogni progettualità mondana: ciò che conta è star bene (meglio che si può) qua.

Forse è accaduto che molti, anche nella chiesa, si sono lasciati convincere che la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso fossero ferrivecchi di cui sbarazzarsi perché temevano che i cristiani non stessero a quel hic et nunc che è essenziale alla fede. Un tempo, all’inizio della quaresima, il prete mettendoti la cenere sulla testa diceva “Ricordati uomo che sei polvere e in polvere ritornerai (anzi lo diceva in latino, che faceva più impressione: memento homo quia pulvis es et in pulverem reverteris. Ricordo ancora il vigore con cui me lo disse l’indimenticato don Francesco Ricci, incenerendomi un bel po’, ad un mercoledì delle ceneri di più di quaranta anni fa, quando ero studente universitario). Poi devono aver pensato “non bisogna spaventare la gente” e adesso dicono “convertiti e credi al vangelo”, che è giustissimo e dice esattamente la cosa da fare qui e ora. Però …

Però siamo ridotti che quando la morte, la nostra morte, quella reale, quella concreta, quella che ci sgomenta e ci lascia senza fiato, si fa prossima, la chiesa sembra non saper più cosa dire. Pazienza per la morte dei vecchi: i vecchi sono gli altri, per definizione. Ma non avete mai percepito l’imbarazzo, lo smarrimento, quasi la vergogna che si taglia a fette ai funerali di un giovane, di un bambino, di qualcuno che non doveva morire e che Dio si è permesso di lasciar morire? Non avete mai sentito il prete (o il vescovo) di turno dire che “di fronte al mistero della morte siamo tutti senza parole, non abbiamo una spiegazione, non abbiamo una risposta, non abbiamo niente se non la nostra solidarietà, il nostro abbraccio, eccetera”?

L’abbraccio, appunto. Che è una cosa bellissima e umanissima, intendiamoci. Un gran conforto, in certe circostanze. Ma a parte il fatto che a causa del virus cinese ora l’abraccio può essere solo virtuale (e ciò che è virtuale non è reale), l’abbraccio da solo non dà una ragione che sia una per vivere la sofferenza e la morte. La morte io dico sempre che è per noi radicalmente impensabile, per il buon motivo che non c’entra niente con noi: noi siamo stati fatti per la vita e non per la morte, ed essa si è introdotta nel mondo solo a causa del peccato. Dunque non è possibile alcuna filosofia della morte. Ma la morte è stata vinta, perché Gesù Cristo ha aperto una via attraverso la morte. E al di là della morte c’è la vita. Quella vera.

Non mi stupisce che abbiamo tutti una fottuta paura di morire. Questa è la carne, sono le viscere. Mi stupisce che, da cristiani, abbiamo così poca voglia di andare in paradiso. Non mi pare che il paradiso sia l’oggetto preminente dei nostri pensieri; certo non compare quasi mai nelle nostre conversazioni. Non è strano? Se il Paradiso è un paradiso, perché abbiamo così poco desiderio di andarci al più presto? Il naturale orrore carnale della morte non dovrebbe essere in noi quanto meno bilanciato dall’ardore spirituale del cupio dissolvi et esse cum Christo?

(Quando Dio fa cose come prendere un bambino, da una normale famiglia borghese solo vagamente cristiana, instillargli un ardente amore per Lui e poi farlo morire a quindici anni, come ha fatto con Carlo Acutis, non ci dà un messaggio abbastanza chiaro?).

 

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